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  6. <title>Relazioni Virtuose</title>
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  8. <tagline>Benvenuti nel Blog di Relazioni Virtuose.</tagline>
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  15. <name>Claudio Maffei</name>
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  18. <title><![CDATA[Consigli per l'estate]]></title>
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  24. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=379"><![CDATA[Vivi nel presente<br />L\x92unico momento che esiste veramente è il presente. Ieri è passato e non può essere cambiato, domani deve ancora arrivare, ma non ne abbiamo la certezza.<br /><br />Lascia andare ciò che è già accaduto<br />Qualche volta il problema che ci angustia non riguarda il presente ma qualcosa che è accaduto «nel passato». Noi continuiamo a tenere nella mente quei pensieri e quelle sensazioni del passato. Ma quante energie e tempo sprechiamo per fare questo?<br /><br />Focalizza la tua attenzione su ciò che è importante per te<br />Se qualcosa non è in linea con i tuoi valori o semplicemente preferisci passare il tuo tempo in modo diverso, rispetta questa tua volontà. Molte volte ci ritroviamo a dire di sì solo per evitare il giudizio degli altri, per sentirci accettati, ma così facendo tradiamo noi stessi. Non preoccuparti del giudizio degli altri, spiega le tue ragioni con gentilezza e non sentirti in colpa se gli altri non capiscono, non è un tuo problema. Mettere le nostre priorità al centro non significa essere egoisti, ma rispettarsi.<br /><br />Programma le attività<br />Per organizzare il proprio tempo, potrebbe essere utile fare un programma giornaliero o settimanale delle attività. Segna le cose da fare, quanto tempo pensi ti debba servire per ciascuna di esse. In questo modo è più facile avere il controllo sulle cose da fare e sul tempo a disposizione.<br /><br />Passa del tempo con te stesso<br />Prima di essere padri, madri, mogli, mariti, impiegati, manager ecc., siamo persone con delle necessità. Trovare il tempo per noi stessi è importante per il nostro benessere e la nostra felicità. Può essere un trattamento di bellezza o tempo da dedicare alla lettura, a un nuovo hobby, a un nuovo sport, a te la scelta. Fare qualcosa per noi stessi e che ci nutre l\x92anima arricchisce la nostra vita.<br /><br />Passa del tempo con chi ami<br />Stare con chi amiamo e con chi ci ama è una grande fonte di forza e di motivazione. Programma una sera a settimana per una cena fuori, per andare al cinema o per fare qualcosa insieme alla tua famiglia, al tuo partner. Questo può essere anche un modo per rompere la routine e condividere un\x92esperienza insieme.<br /><br />E...buone vacanze!]]></content>
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  29. <name>Claudio Maffei</name>
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  32. <title><![CDATA[Gestire il personal branding ]]></title>
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  38. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=378"><![CDATA[Il tema del trattare se stessi e il proprio nome come un marchio ed applicare le categorie del marketing alla propria vita è una attività che negli ultimi anni ha trovato grande diffusione e pratica.<br />Non è strano.<br />Quando i mercati sono alle strette e non hanno confini, se non quelli che metti tu, la competitività diventa parossistica.<br />Qualunque cosa è un\x92alternativa ai miei prodotti e servizi che sono in concorrenza con merce e prestazioni che fino a ieri avrei classificato come innocue e ininfluenti per la mia performance.<br />Come l\x92influenza aviaria si sposta dagli animali all\x92uomo, questa competitività si trasferisce dalle cose alle persone.<br />Siamo noi i prossimi a essere passibili di sostituibilità.<br />Noi che credevamo di essere gli unici giudici, ora ci ritroviamo a essere giudicati.<br />Poco male per i venditori coscienti.<br />Molto male per i venditori incoscienti, nel senso di chi non ha cognizione di sé e del significato dei propri atti.<br />La gara è così spietata che l\x92asset, il patrimonio, la caratteristica più idonea da sfruttare, la meno imitabile e la più monetizzabile è il proprio profilo personale.<br />Ecco allora la trasposizione di alcune mosse di marketing aziendale in campo personale.<br />Competenza. Sapere risolvere problemi reali.<br />Visibilità. Che la gente sia in grado di sapere che gli puoi risolvere questi problemi.<br />Una rete che trasmetta la tua capacità e generi opportunità, connettendo domanda e offerta e magari stimoli nuovi livelli d\x92intervento.<br />Essere punti di riferimento per un\x92audience definita e affogare tutto il movimento che fai nella vita reale e in quella digitale, con la glassa dei tuoi talenti e dei tuoi tratti caratteriali più interessanti e marcati.<br />Occultare punti di debolezza e porre l\x92accento sui punti di forza.<br />Sapere raccontare in modo avvincente, credibile e motivante la tua storia individuale.<br />Tutto questo, e altro, è curare il proprio marchio personale.<br />Funziona. Ne sono certo per averlo visto produrre i risultati economici e di immagine che promette.<br />Tra le tante invenzioni e panacee che il mercato consulenziale è costretto a mettere insieme con i più disparati acronimi e termini perlopiù inglesi, questo funziona davvero e ci tengo a sottolinearlo.<br />Ma la piccola riflessione che vorrei tentare di fare con queste righe è una altra.<br />Corre veloce verso l\x92alto.<br />Richiede un salto di grande portata.<br />Un salto di coscienza.<br />Vediamo se riesco a spiegarmi.<br />Il mercato è un gioco, crudele e spietato, ma pur sempre un gioco.<br />Frutto di regole, a volte comprensibili, a volte meno.<br />In questo gioco noi siamo immersi totalmente e, per potere giocare adeguatamente, accettiamo che il gioco non sia un gioco, ma che sia la realtà data.<br />Non c\x92è nulla di male in sé, ma confondere un\x92attività umana, creata per produrre risultati materiali ed economici, con il senso dell\x92esistenza ha in sé i semi di un possibile disagio.<br />Un po\x92 come se Robert De Niro fosse ancora convinto di essere Travis Bickle, il ventiseienne alienato, depresso, tassista notturno di taxi Driver.<br />Noi, come donne e uomini, esistiamo al di là del mercato e dei mercati.<br />Esistevamo prima ed esisteremo poi, come genere, come specie.<br />Questi mercati sono una soluzione temporanea a un problema eterno per l'umanità.<br />Come sopravvivere materialmente in un ambiente più o meno difficile.<br />La soluzione attuale, il capitalismo e il libero sono estremamente produttivi per il benessere materiale e l\x92evoluzione e diffusione del benessere fisico della specie.<br />Permette potenzialemente anche a chi abita in Alaska o nel Sahara di vivere con dignità.<br />Come fa\x92 un termosifone o un condizionatore, alterano le condizioni date.<br />Ma come sempre accade per qualcosa di artificiale, serve adattare chi deve giocare in modo che giochi bene, mano a mano che la specializzazione cresce.<br />Come i cani da combattimento o i tori da corrida.<br />I canarini da competizione, i gladiatori o i cavalli da corsa.<br />Non vanno bene tutti.<br />I mercati, oltre ad essere conversazioni, sono invenzioni umane.<br />Il profilo dei giocatori anche.<br />Qui è il nodo.<br />Noi siamo qualcosa in più.<br />Siamo un passo più in là della nostra idea di noi stessi.<br />Siamo un grumo di pensiero ed emozioni capaci di ragionamenti ma soprattutto di sensazioni e sentimenti.<br />Siamo individui nati con una coscienza che permette di osservare il nostro pensiero.<br />E il pensiero è la radice del mondo che abbiamo creato.<br />Siamo potenzialmente dei creatori di realtà.<br />Ma a volte, spesso a dire la verità, dimentichiamo e confondiamo causa ed effetto.<br />Rovesciandoli.<br />Una via verso l\x92insoddisfazione, che ricordiamolo è il meccanismo chiave del gioco di mercato, è dimenticare che possiamo essere ciò che desideriamo.<br />A prescindere da ciò che noi o altri crediamo di essere.<br />Capisco che sia un po\x92 complicato.<br />Mi rispiego.<br />Tutto parte dal pensiero, l\x92idea di noi, dei giochi che vogliamo mettere in piedi, delle regole, dei meccanismi.<br />A volte, dimentichiamo che i creatori di questa realtà siamo noi.<br />La costruiamo a partire dai nostri ricordi, sensazioni, giudizi, conoscenze.<br />Ma è pur sempre solo una tra le innumerevoli possibilità.<br />Se domani decidessimo di essere felici con altre regole potremmo farlo.<br />Purtroppo ci scordiamo spesso di questo particolare e crediamo che il gioco, la realtà , le circostanze siano più reali di noi.<br />Siamo enormemente più grandi e potenti del gioco che abbiamo messo in piedi.<br />Come De Niro è enormememente più potenziale di Travis Bickle che è solo una delle facce che può assumere o non assumere.<br />Il Personal Branding è uno strumento per giocare meglio al gioco.<br />Non per sostituirsi alla nostra esistenza più alta.<br />Infondere la propria personalità nella competizione economica funziona in termini di risultato. <br />Punto.<br />Non soddisfa la voglia di crescita personale, di essere persone che volano più alte per comprendere quale sia il destino che ci attende meno dopo questo passaggio sul pianeta.<br />Da risposta alla domanda \x93 chi devo essere io per funzionare bene nel gioco?\x94.<br />Non dà risposte alla domanda \x93Chi sono io in realtà, al di la del mercato?\x94.<br />Visto che spesso mi ritrovo in aula a parlare di Personal Branding, devo marcare questo importante fatto.<br />Qualcuno fa confusione e si espone a un pericolo grande.<br />Di essere qualcosa che è solo una tra le mille possibilità e rimanerci incastrato per tutta la vita, in un impeto di costretta coerenza.<br />Drammatico.<br />Per cercare la felicità si devono affrontare le domande alte e poi, strumentalmente e sapendo che tutto è una commedia che sembra quasi reale, affrontare le domande più materiali.<br />Le prime riguardano lo spirito, l\x92anima, o qualunque nome si voglia dare a quel qualcosa che è prima di noi e delle nostre invenzioni.<br />Le seconde sono le domande che ci servono a vivere, portare a casa il pane, a mantenere i figli a scuola o ad andare in vacanza.<br />E\x92 importante non confondere i livelli e cercare di fare il meglio su ambedue.<br />Non siamo solo quello che vogliamo dimostrare sul mercato.<br />Lì si pratica una parte, si ricopre un ruolo.<br />Recitiamo pure, e bene, godendoci i frutti dell\x92agonismo di mercato.<br />Ma non fermiamoci li.<br />Abbiamo un avvenire più grande se solo alzeremo lo sguardo per vedere le infinite strade che possiamo disegnare senza l\x92aiuto delle regole.<br />Sebastiano Zanolli]]></content>
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  43. <name>Claudio Maffei</name>
  44. <email>[email protected]</email>
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  46. <title><![CDATA[Far diventare il cliente il nostro miglior venditore]]></title>
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  52. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=377"><![CDATA[                                                                                             <br />Consideriamo i fatti. <br />Per quanto eccellenti siano le nostre campagne pubblicitarie o aggressive le nostre azioni di marketing le impressioni della gente sui nostri prodotti saranno basate, in larga misura, su quanto hanno sentito dire da altri. Questo, dopo tutto non sarebbe così tragico se potessimo condizionare quello che gli altri raccontano anzi sarebbe un canale meraviglioso.  <br />Non solo è possibile dirigere la vox populi, ma la cosa è più semplice di quanto si possa immaginare.<br />Il passaparola è sempre esistito, ma i cambiamenti avvenuti negli ultimi 10 anni, soprattutto per quanto riguarda il potere assunto dai consumatori nel loro rapporto con le imprese e le evoluzioni nelle tecnologie di comunicazione, ne hanno amplificato più che mai l\x92importanza. Bisogna fare i conti con la perdita di efficacia della pubblicità e del marketing tradizionale  strumenti che non stabiliscono dialogo ma che sono considerati dai consumatori troppo ripetitivi e invasivi. <br />Un altro concetto obsoleto è il concetto di target. Se c\x92è una caratteristica tipica di questi anni è l\x92estrema personalizzazione che rasenta l\x92individualismo. Possiamo dire che nel nostro Paese esistono 60milioni di target differenti. A tutto ciò si aggiunge la proliferazione dei siti web e dei social media che trasmettono opinioni di persone  ad altre persone. Nascono così i fenomeni  viral, buzz e il word of mouth. <br />Questi fenomeni nuovi fanno leva sul passaparola e sono le nuove forme di marketing non convenzionale che conquisteranno e contageranno i consumatori dei prossimi anni.<br />Il passaparola rappresenta una fonte imprescindibile di informazioni e un meccanismo di diffusione di messaggi ,accelerati dalle nuove tecnologie. E\x92 quindi importante attuare una forte strategia di personal brand, raggiungere e individuare le persone più influenti, studiare i processi di condivisione dei contenuti  e creare le occasioni giuste affinché i nostri messaggi possano essere veicolati adeguatamente. <br />Ovviamente i concetti basilari dai quali è necessario partire sono quelli di qualità, innovazione e relazione. E\x92 estremamente importante soddisfare il cliente ed evitare come la peste episodi che alimentino il passaparola negativo. Infatti solo prodotti che superino le aspettative del clienti e abbiamo veramente qualcosa di eccezionale possono essere in grado di creare quel chiacchiericcio, quel consiglio da amico, <br />quel la condivisione che ci porterà a prosperare anche in un momento particolare come questo.<br />Un decalogo:<br /> -Dovete avere un grande prodotto<br /> -Per  tre persone che parlano bene ce ne sono 33 che parlano male<br /> -Attenti alle relazioni interne, ogni membro del personale è veicolo di passaparola<br /> -Coltivate gli stakeholder<br /> -Disinnescate i clienti arrabbiati<br /> -Generare un passaparola positivo è frutto di atteggiamenti        positivi<br /> -Strabiliate i vostri clienti  superandone le aspettative<br /> -Create un vero e proprio piano di marketing del passaparola<br /> -Semplificate il tutto e puntate all\x92azione<br /> -Rendete le cose facili.<br />             Claudio Maffei<br /><br />]]></content>
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  57. <name>Claudio Maffei</name>
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  60. <title><![CDATA[Il giovane giocatore]]></title>
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  66. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=376"><![CDATA[Ho un aneddoto carino che ricordo sempre con piacere. Che non ha influito direttamente sul mio business, ma ha avuto un impatto comunque molto importante sul mio lavoro.<br />Diversi anni fa, un Giovane Giocatore di una delle squadre di calcio più importanti d\x92Italia presso la quale lavoravo, non perdeva occasione per lamentarsi, a microfoni spenti e non, del fatto di rimanere sempre in panchina, di non avere l\x92opportunità di giocare, dell\x92ingiustizia con la quale, a suo dire, era trattato dall\x92allenatore. Queste dichiarazioni gli creavano problemi con il Club, con l\x92allenatore e anche con il Grande Giocatore che occupava stabilmente il posto cui il Giovane Giocatore ambiva. La sua immagine era quella non solo di un giocatore poco significativo, ma anche di un personaggio scomodo, di una persona scontrosa e dal cattivo carattere. Anche i rapporti con i colleghi ne erano danneggiati.<br />Lo presi da parte e gli spiegai che se avesse continuato così, quello cui sarebbe andato incontro sarebbe stata la cessione alla fine della stagione. Cessione che, stante la situazione, avrebbe significato soltanto una cosa: \x93retrocedere\x94 ad una squadra senza dubbio meno prestigiosa di quella dove era da poco arrivato. Gli prospettai anche un diverso approccio, sia concreto, per il suo vivere quotidiano con la squadra, sia di comunicazione. Da quel momento, avrebbe dovuto considerare l\x92esperienza che stava vivendo, non più come un\x92ingiustizia e una gabbia alle sue possibilità, ma al contrario come un\x92opportunità: quella di essere la riserva di uno dei più grandi campioni della storia del nostro calcio. Un\x92occasione per imparare e per farsi trovare preparato nel momento, che prima o poi sarebbe sicuramente arrivato, nel quale fosse toccato a lui scendere in campo per sostituire il Grande Giocatore. Dal punto di vista della comunicazione, gli suggerii di dimenticare le rivendicazioni e le frasi dure che aveva utilizzato fino ad allora, per passare a trasmettere anche all\x92esterno il suo nuovo modo di vivere la sua posizione di riserva del Grande Giocatore. Doveva cogliere ogni occasione per dire come si sentisse orgoglioso e fortunato a vivere quell\x92esperienza, lui così giovane, dietro ad uno dei più grandi.<br />E così fece. L\x92occasione fu un\x92intervista ad una rete televisiva nazionale. Il Giovane Panchinaro era diventato una Giovane Speranza, ottimista e carico di buona volontà. Ora dipendeva soltanto dall\x92allenatore saper cogliere e valorizzare queste qualità. La Società si accorse del cambiamento di atteggiamento e cominciò a valorizzarlo maggiormente, se non ancora in campo, perlomeno nelle attività di comunicazione, offrendogli delle opportunità che prima gli venivano negate. In poco tempo, anche a causa di un leggero infortunio del Grande Giocatore, il Giovane dovette dare dimostrazione delle sue capacità in campo. E si fece trovare preparato. Ormai, anche il suo modo di interagire con i media era cambiato: i musi lunghi, le rivendicazioni e le risposte a monosillabi erano un ricordo.  E questo gli fu sicuramente determinante quando, finalmente, poté raccontare davanti ai microfoni la sua soddisfazione per le prestazioni sul campo di gioco e la sua ammirazione e riconoscenza per il Grande Giocatore \x93cui doveva tutto\x94. Dopo poco arrivò la chiamata in Nazionale, dove il Grande Giocatore da tempo non era più titolare, ma dove il Giovane Giocatore non sarebbe mai approdato senza quel cambiamento nel suo atteggiamento che  aveva portato anche ad una diversa percezione che gli altri avevano di lui. Ecco, credo che questo esempio, che a volte utilizzo anche con i miei clienti, possa essere illuminante per far comprendere come un diverso approccio e un diverso modo di comunicare possa far cambiare nella sostanza le cose.<br />Barbara Ricci - Sport Wide Group]]></content>
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  70.   <author>
  71. <name>Claudio Maffei</name>
  72. <email>[email protected]</email>
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  74. <title><![CDATA[Giovanni Ferrero: &quot;La mia Nutella non va in Borsa&quot;]]></title>
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  80. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=375"><![CDATA[TORINO - Padrone o imprenditore? "Senza arroganza mi definisco un operatore sociale nel campo economico. Vorrei riuscire a diventare l'interprete di un capitalismo non rapace ma illuminato". Giovanni Ferrero, 50 anni, è il signor Nutella. Amministratore delegato unico del gruppo di Alba dal 2011 è oggi il principale esponente della famiglia che guida il terzo gruppo mondiale nel settore del cioccolato. A 11 anni è stato iscritto alla scuola europea di Bruxelles, in un periodo, gli anni '70, in cui molte famiglie italiane mandavano a studiare all'estero i figli per timore dei rapimenti. Ama la letteratura, ha scritto diversi romanzi ambientati in Africa. È sposato, ha due figli. Questa è la sua prima intervista dopo la scomparsa del padre Michele.<br />Lei si trova oggi fuori Italia. Dove si sta godendo le vacanze?<br />"Non sono in vacanza. Sono al lavoro, in questo momento in Lussemburgo".<br />L'imprenditore non va mai in vacanza, è così?<br />"Questo è un mito da sfatare. Io non credo che sia utile lavorare senza soluzione di continuità. Penso anzi che sia necessaria, ogni tanto, una sana cultura del distacco. Le pause servono a creare un po' di lontananza critica. Prendendo le distanze da quel che si fa, si finisce per lavorare meglio ".<br />Guardiamo con distacco il capitalismo italiano. Da metà Novecento a oggi è stato dominato dalle imprese di famiglia, come la sua. Ha ancora senso il modello del capitalismo familiare nel mondo globale?<br />"Premetto che per me esistono la buona e la cattiva imprenditoria, al di là dei vincoli di sangue. Poi, certo, le imprese basate su una famiglia hanno il grande vantaggio di poter pianificare le loro strategie nel lungo termine. A noi è capitato. Le visioni di una generazione vengono portate avanti dalla successiva, senza doversi preoccupare del risultato finanziario del prossimo trimestre, come invece accade alle società dominate dai fondi di investimento. Questo è un grande vantaggio".<br />Ci sono anche gli svantaggi?<br />"Certo e sono evidenti. Noi Ferrero siamo sempre attenti ad evitare quegli svantaggi. Il capitalismo familiare è spesso ombelicale, guarda al suo interno e non si proietta all'esterno. Va assolutamente evitato il rischio di dover disperdere il capitale per mettere d'accordo tutti in famiglia perché questo indebolisce le società con il risultato di avere un nanocapitalismo che considera il mondo esterno come un nemico dal quale difendersi. Questo atteggiamento è quello che spesso ha fatto deflagrare il capitalismo familiare italiano. Naturalmente e per fortuna ci sono esempi virtuosi che dimostrano come si possa evitare questa deriva".<br />Lei ha promesso di mantenere le tradizioni di famiglia in un gruppo mondiale che si avvia a fatturare 10 miliardi di euro l'anno. Ma ha anche annunciato che è ormai arrivato il momento di "superare le colonne d'Ercole", insomma di cambiare la pelle della Ferrero. Come?<br />"Il rapporto con l'Italia e con le radici di Alba rimarrà inalterato. Alba è il nostro sancta sanctorum, lì è cominciato tutto. Ma se vogliamo crescere non possiamo accontentarci di conservare l'esistente. Vale per noi come per altre aziende. Per svilupparci dobbiamo diventare più grandi, cercare alleanze, fusioni. Per crescere dobbiamo cercare il valore dove si sta creando, andare fuori dall'Europa. Le do due sole cifre: dieci anni fa le sette principali aziende del nostro settore rappresentavano insieme il 35% del fatturato. Oggi le prime cinque superano da sole il 60%. Le aziende si concentrano perché questo è l'unico modo per avere a disposizione i capitali necessari a svilupparsi. E si cresce fuori dall'Europa dove i mercati salgono, in media, del 15%".<br />Qual è l'alternativa?<br />"Difendere il fortino esistente, combattere contro la storia. Un'assurdità. Noi Ferrero non lo abbiamo fatto. Mio padre cominciò a investire in Francia negli anni Cinquanta quando tutte le società si accontentavano di sfruttare il boom economico italiano. Vide lontano. Oggi la Francia è il nostro mercato più forte".<br />Verremo dopo a una questione che riguarda la Francia. Nelle scorse settimane lei ha rotto un tabù: ha annunciato l'acquisto di una società del cioccolato, l'inglese Throntons, un'operazione da 157 milioni di euro. Ferrero comincia a comperare altre società dopo aver trascorso mezzo secolo a crescere da sola. A che punto è l'operazione?<br />"Siamo quasi al 75 per cento di adesione all'offerta amichevole di acquisto. Questo significa che tra poco potremo togliere la società dal listino della Borsa, come annunciato. Siamo molto soddisfatti per le opportunità di crescita che l'acquisto di Thorntons ci offre sul mercato inglese".<br />Ecco, il tabù della Borsa resiste. Mai la Ferrero in un listino?<br />"Fino a qualche anno fa quotarsi presentava rischi e opportunità".<br />Sembra il modo più veloce per raccogliere capitali, non crede?<br />"Certo. Ma noi abbiamo le risorse necessarie a finanziare la nostra crescita da soli. E oggi andare in Borsa è più rischioso di qualche tempo fa per la pressione dei rappresentanti dei fondi di investimento nelle società quotate".<br />Dunque mai in un listino?<br />"Oggi non ne abbiamo bisogno. Se un giorno si ponesse il problema come conseguenza della partnership con una grande società, forse allora non ci potremmo più permettere il lusso di rifiutare la Borsa. Ma oggi non è un'ipotesi realistica".<br />La Ferrero è ancora una società italiana?<br />"Siamo orgogliosi di essere considerati uno dei fiori all'occhiello dell'Italia. Noi in verità siamo da tempo una società europea, l'Italia rappresenta il 17% del nostro fatturato. In prospettiva, diciamo entro i prossimi cinque anni, pensiamo di diventare una società mondiale che realizza fuori dall'Europa il 51% del fatturato".<br />Lei da giovane non ha dovuto risolvere il problema. Ma che cosa consiglierebbe ai ragazzi italiani che cercano un lavoro?<br />"Penso che la disoccupazione dei ragazzi sia la più grande negatività sociale dell'Europa e dell'Italia. Ammiro le riforme che sta portando avanti il governo italiano e questo mi lascia ben sperare. Consiglierei ai ragazzi di non lasciarsi spegnere le speranze: chi riesce a vincere in questo momento difficile è più forte delle generazioni che lo hanno preceduto".<br />Torniamo alla Francia. Ségolène Royal ha invitato a non mangiare più la Nutella per combattere la deforestazione legata al consumo di olio di palma. Come risponde?<br />"Innanzitutto noi siamo tra le aziende che hanno fatto di più sulla tracciabilità dei prodotti e nel rapporto con le popolazioni delle località di produzione. Abbiamo un welfare che estendiamo il più possibile ai nostri collaboratori nei paesi di produzione delle materie prime".<br />Queste scelte eviteranno la deforestazione per utilizzare l'olio di palma negli alimenti?<br />"Con le conoscenze scientifiche di oggi possiamo limitare la deforestazione, non eliminarla. Il potere nutritivo dell'olio di palma è sette volte superiore a quello di altri oli e la popolazione mondiale sottonutrita è di 850 milioni di persone".<br />Dunque che cosa risponde al ministro Royal?<br />"Che la sua caduta di stile mi ha un po'stupito. Pensavo che fosse una nostra affezionata cliente. Ci sono molte foto di famiglia che la ritraggono con un barattolo di Nutella in mezzo alla tavola. In ogni caso noi continueremo a fare tutto il possibile per rendere il mondo migliore e più dolce di come lo abbiamo trovato".<br />PAOLO GRISERI]]></content>
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  84.   <author>
  85. <name>Claudio Maffei</name>
  86. <email>[email protected]</email>
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  88. <title><![CDATA[Ho visitato una scuola svizzera. E sono rimasto sconvolto]]></title>
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  94. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=374"><![CDATA[Nelle scorse settimane mi è capitato di visitare una scuola secondaria di secondo grado svizzera. Un\x92esperienza sconvolgente.<br />Intanto ad accompagnarmi nel tardo pomeriggio di un giorno festivo è stata una professoressa perché lì tutti i docenti possono entrare a qualsiasi ora del giorno e della notte: con una chiave elettronica l\x92amica docente ha aperto ogni porta, da quella d\x92ingresso a quella del laboratorio d\x92arte a quella della mensa.<br />La prima tappa è stata l\x92aula insegnanti: un\x92accogliente stanza con divani, poltrone, quotidiani, riviste, una bacheca con gli appuntamenti culturali della città e della scuola, un angolo cottura e una scrivania con tanto di personal computer per ogni professore. \x93Prepariamo qui le nostre lezioni. Questo è un luogo dove possiamo studiare, formarci, scambiarci materiale e informazioni\x94, mi ha spiegato la collega elvetica.<br />Per loro c\x92è anche una mensa gestita insieme a quella dei ragazzi: tavoli e sedie comode, un self service all\x92avanguardia, un\x92illuminazione moderna e per chi non vuole spendere c\x92è una sala con dei forni a disposizione per riscaldare il cibo portato da casa.<br />Senza parlare del teatro, moderno, attrezzato e dell\x92elegante emeroteca con inclusa una ludoteca aperta ai ragazzi e gestita da un\x92addetta che si prodiga per trovare sempre nuove proposte per i giovani studenti. Il tutto in un contesto pensato e progettato non certo dal tecnico comunale o dall\x92amico del sindaco ma dall\x92architetto Santiago Calatrava che ha pensato questo spazio in funzione dei ragazzi. Insomma una scuola che nasce per essere uno spazio educativo e non un antico palazzo trasformato in edificio scolastico.<br />Senza parlare delle aule e del laboratorio d\x92arte attrezzato come se fosse l\x92Accademia. Ma la cosa che più mi ha stupito è stata quella di non trovare un cuore, un \x93Ti amo\x94, un Marco + Eva o una qualsiasi altra incisione \x93rupestre\x94 sulle sedie, sopra o sotto il tavolo, sul muro.<br />Ad un certo punto ho chiesto alla mia amica di portarmi nei bagni. Almeno lì ero certo che avrei trovato una scritta: ho pensato che finalmente liberi dall\x92oppressione dei docenti svizzeri, nel segreto del cesso, i giovani svizzeri sarebbero stati uguali agli adolescenti italiani. Delusione: non una sola incisione. Nulla.<br />A quel punto ho iniziato a farmi qualche domanda: perché in Italia dalla scuola \x93media\x94 alle superiori non c\x92è un solo banco o cesso senza scritte? Perché i nostri ragazzi non sentono \x93loro\x94 la scuola dove trascorrono la maggior parte del tempo? Che accadrebbe se anche in Italia ogni insegnante avesse le chiavi per entrare a scuola quando vuole? Perché nel nostro Paese le scuole sono vecchie, insicure, pericolose e a poche centinaia di chilometri da Milano sono progettate da architetti all\x92avanguardia? Quanto conta la scuola per gli svizzeri e quanto per gli italiani? Eppure noi abbiamo la \x93Buona Scuola\x94.<br />di Alex Corlazzoli - IlFattoQuotidiano.it <br />]]></content>
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  99. <name>Claudio Maffei</name>
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  102. <title><![CDATA[Le regole limitano la tua libertà]]></title>
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  108. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=373"><![CDATA[<br />Un giorno, in aula, stavo parlando di Paul Watzlawick, il grande maestro della comunicazione che ho avuto la fortuna di conoscere. <br />Riportai una sua frase che mi aveva molto colpito \x93Ognuno di noi costruisce ciò che poi subisce\x94. Un allievo alzò la mano e disse: sarebbe affascinante approfondire questo concetto, a che cosa si riferisce precisamente? E\x92 il \x93subisce\x94 che mi lascia perplesso, perché l\x92uso di un termine così negativo?<br />Allora spiegai il mio approccio che è più bio-chimico che psicologico. <br />I pensieri che facciamo influiscono sulle sensazioni che proviamo, che a loro volta agiscono sulla chimica del nostro cervello e del nostro corpo. Ci rinchiudiamo all\x92interno dei limiti della nostra stessa mente, limiti che sono costituiti dalle nostre convinzioni, dai nostri pensieri e dalle nostre sensazioni.<br />Ho fatto molti corsi con Richard Bandler e lui spiega molto bene questa cosa.<br />Richard dice di non aver mai lavorato né per la terapia, né per il business. Ho lavorato, dice, solo per la libertà.  Prende ad esempio gli schizofrenici che hanno un modello del mondo limitato e si arrabbiano se le persone non si adeguano al loro modello del mondo.<br />E\x92 strano ma molte persone pensano che sia più importante avere ragione che essere felici.<br />Questo è pazzesco! <br />L\x92unica cosa importante è essere in grado di uscire dal proprio modello del mondo. Quando diamo eccessivo potere alle nostre convinzioni queste convinzioni possono farci soffrire.<br />Un esempio classico sono le persone  metodiche. Queste persone sono le più esposte alla sofferenza.<br />Dovremmo tutti smettere di credere alle nostre convinzioni negative. <br />Il  modo ideale per superare questo gap è ridere delle cose che ci fanno star male. Ma chi sa veramente usare l\x92autoironia?<br />I peggiori che ho incontrato, in questo senso sono i \x93precisini\x94 e i \x93capi\x94: sono troppo analitici, vogliono avere il controllo di tutto e così stanno male.  Ho incontrato grandi capi di  multinazionali che, dopo avermi chiamato con lo scopo di per far lavorare meglio le loro aziende, mi hanno spiegato meticolosamente quello che avrei dovuto fare. Questo avviene perché sono abituati a comandare.<br />Gli insegnanti, spesso, sono troppo impegnati a dare i voti e si dimenticano di insegnare nuove possibilità.<br />Anche i medici sono troppo impegnati a fare delle diagnosi, a dare dei nomi alle cose che affliggono le persone, per poi dar loro delle medicine per curarsi. <br />Hai questo\x85zac\x85devi prendere questo.<br />Gli psicologi invece pensano che gli uomini siano molto complicati. Invece sono mooolto semplici!<br />La necessità spesso è la madre della capacità e della creatività. <br />Ogni giorno incontro persone che mi dicono: cosa pagherei per parlare bene l\x92inglese! In Brasile, a Salvador de Bahia, ho incontrato un bambino che sapeva cinque lingue e gli ho chiesto: Come le hai imparate? Le ho imparate per chiedere soldi!  Semplice no?<br />Richard Bandler dunque insegna alle persone a essere \x93libere\x94. Il contrario di essere \x93libero\x94 non è essere \x93prigioniero\x94 ma è essere \x93ostinato\x94. Le persone ostinate sono come gli schizofrenici.<br />Tutto, anche loro stessi, deve funzionare secondo  la loro mappa del mondo.<br />Einstein ha cambiato le leggi dell\x92universo perché quando era bambino e a scuola gli dicevano: \x93queste sono le regole dell\x92universo\x94, lui diceva: bah\x85 può darsi\x85 ma io non ci credo!<br />Quando una persona è diversa bisogna insegnargli le cose in modo diverso. La cosa peggiore è etichettare le persone. Etichettare è fare una diagnosi. Nessuno è qualcosa. Perché \x93è\x94 è statico, e così non puoi cambiarlo. E\x92 paranoico, è schizofrenico. <br />Bisogna dimenticare le regole, i modelli limitanti. Provare cose nuove è forse la cosa più bella che possiamo fare. Ma le nostre convinzioni spesso ci impediscono di farlo.<br />Il fatto che uno provi paura anche solo immaginando di trovarsi di fronte a un serpente significa che la paura non ha nulla a che vedere con il serpente, ma sta solo nel cervello della persona.<br />Le nostre convinzioni limitanti ci mettono addosso un sacco di stupide paure che diventano vere e proprie catene che ci rendono prigionieri. Le uniche paure \x93naturali\x94 sono la paura di cadere (del vuoto) e quella dei rumori forti. Tutte le altre ci sono state indotte e sono solo nella nostra mappa o modello del mondo.<br />]]></content>
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  112.   <author>
  113. <name>Claudio Maffei</name>
  114. <email>[email protected]</email>
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  116. <title><![CDATA[Parlarsi nell'era digitale]]></title>
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  122. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=372"><![CDATA[Anna ha 12 anni, litiga con un compagno di scuola, Luis, e posta su Facebook «spero proprio che Luis finisca come suo padre». Che si era appena suicidato. Il preside si infuria e la convoca per metterla di fronte alla gravità del gesto. Ma Anna sembra non rendersi conto: «Era solo su Facebook!». Il preside capisce che la ragazza non considera il suo gesto completamente reale. Come se gli altri, pensati via Facebook, non fossero del tutto umani. Luis era diventato un oggetto bidimensionale, una faccina sullo schermo incapace di soffrire davvero. Sì, Anna era stata crudele, ma di una crudeltà passeggera e senza importanza.<br /><br />Studiosa al confine tra psicologia e sociologia, Sherry Turkle insegna al MIT di Boston ed è un\x92esperta di digital culture. Decine di storie come quella di Anna e Luis, tutte raccolte personalmente sul campo, le hanno permesso di scrivere un libro importante che argomenta bene la tesi che vuole dimostrare: il trionfo delle tecnologie comunicative ha aumentato i nostri scambi ma ha ridotto le nostre conversazioni. Con ripercussioni profonde e durature: meno conversazione = meno empatia = meno introspezione = meno conoscenza. Non solo, la connessione continua impedisce l\x92esperienza della solitudine. E quindi della creatività.<br /><br />Stiamo cambiando. Una mutazione al tempo stesso impercettibile e evidente, come quella del clima. La «fuga dalla conversazione» mette in pericolo il concetto di relazione come lo abbiamo sempre concepito e vissuto. Nel dizionario inglese è entrato un nuovo termine: phubbing (da phone e snubbing), cioè trascurare chi sta di fronte a noi per dedicarsi al proprio smartphone. Con buona pace di Emmanuel Lévinas, il filosofo che afferma che è la presenza di un volto a sollecitare la creazione di un patto etico.<br /><br />Espansione continua dell\x92altrove digitale, la vita come distrazione dal telefono. Cene silenziose, tutta l\x92attenzione rivolta agli smartphone. Relazioni che nascono e muoiono con un messaggio. Tablet che custodiscono i nostri segreti ma basta una distrazione e si trasformano in smoking guns dei tradimenti. Amicizie senza abbracci, confinate in text di pochi caratteri. Coppie che scelgono di litigare solo via email per evitare le reazioni a caldo. I costi della fuga dalla conversazione iniziano a vedersi ovunque: in politica, nella vita privata, in quella scolastica. Parlando dei suoi alunni, un\x92insegnante dice: «se per caso condividono qualcosa, quel qualcosa si trova immancabilmente sui loro cellulari». Tra loro non si guardano, ma tutti guardano lo schermo.<br /><br />Sherry Turkle non è una luddista piena di nostalgia, semmai un\x92antropologa del cyber-spazio. Il suo messaggio non è «spegnete gli smartphone». Semmai «accendete la conversazione» e ricordate che la comunicazione chiede corpo e attenzione. Silenziare il cellulare mentre qualcuno ci parla è un gesto d\x92amicizia. E quando non desideri controllare le email in presenza dell\x92altro, forse ti sei innamorato.<br /><br />Il libro è piaciuto a Jonathan Franzen, che lo ha recensito sul New York Times scrivendo che il suo fascino sta «nell\x92evocazione di un\x92epoca, non molto lontana, in cui la conversazione, la privacy, la complessità delle discussioni non erano beni di lusso». Pagina dopo pagina, Reclaiming conversation, questo il titolo originale, aumenta le nostre preoccupazioni. Ma lancia anche una sfida: dimostrare a noi stessi e a chi ci sta attorno che una regolazione è possibile. Le addiction sono nocive: se abbiamo regolato l\x92uso delle sigarette, perché non dovremmo regolare anche quello di tablet e smartphone? <br />La legge del contrappasso può diventare anche la terapia: «la sola cura per le connessioni fallimentari del nostro mondo digitale \x96 scrive Turkle \x96 è parlare.<br />Vittorio Lingiardi]]></content>
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  127. <name>Claudio Maffei</name>
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  130. <title><![CDATA[Il vento freddo della creatività]]></title>
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  136. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=371"><![CDATA[Ho letto un paio di articoli dove ci si chiede se gli smartphone possono spegnere la creatività delle persone. Soprattutto quando se ne fa un uso eccessivo. In realtà si parte dal presupposto che la creatività sia qualcosa che appartiene a tutti, persino una dote innata. Quasi un diritto. E questa ossessione per la creatività ha generato come un vento freddo che poggia sulle terre calde del web. Nessuno può più sfuggire all\x92obbligo creativo, al dovere di raccontare. E chi non ha una storia, un qualcosa da dire, un qualcosa che piaccia è meglio che se la trovi al più presto. Perché la povertà creativa è diventato un disvalore, un segno intollerabile del vivere contemporaneo, del comunicare sul web e sui social.<br />Dovremo fare i conti con la dittatura della creatività. Schiavi di un nuovo glamour, diventiamo tutti potenziali narratori cinematografici, autori di romanzi e poesie, compositori di musica, cesellatori di buone storie, in grado di raccontare, di vedere sempre un plot dove spesso non esiste, di saper trovare gli intrecci e le grandezze ovunque si nascondano.<br />La dittatura della creatività è un problema molto serio. Non esistono più esistenze che non ambiscano a qualcosa che le evolva, le riscatti dalla quotidianità. Non esistono più luoghi normali, come tanti, paesaggi simili tra loro, nonni, nonne e zii all\x92incirca uguali per tutti. Non ci sono più lettere di famiglia che sono soltanto lettere, e che si conservano per affetto senza neppure andarle a rileggere. Ormai non ci sono racconti privati, storie tramandate, persino piccole leggende, che non diventino cose per gli altri, che non siano esportabili nel senso tecnologico del termine: ovvero cambiandogli il formato in modo che siano leggibili in un altrove indistinto. Persino i filmini della recita dei figli, abilmente manipolati, possono diventare ritratto, affresco, vicenda privata che ha qualcosa di collettivo, microstoria rivelatrice.<br />È come un vento che sta mettendo una generazione di fronte alla frustrazione di non essere abbastanza narrativa, di non essere del tutto creativa. Le storie corrono per il mondo e bisogna afferrarle, capirle, ripensarle: quelle di ogni giorno come quelle antiche, che possono diventare un libro, un racconto lungo, un documentario.<br />La dimensione privata del ricordo è diventata un affare emotivo, narcisistico, affettivo, esibizionista. Ogni gesto della propria vita, ogni pensiero, ogni fotografia, ogni video è vissuto non per essere condiviso, ma per diventare un mosaico narrativo, uno storytelling di esistenze semplici, normali, che non sono più capaci di restare in quella normalità, in quel privato che è sempre stato di tutti. Si sono rovesciati i propri cassetti dentro il web, per mostrarsi nudi, indifesi, fragili di fronte ad altri nudi, indifesi e fragili. E non si riesce più a ritrovare una dimensione privata dell\x92esistenza.<br />Non tutto serve a diventare storia, non tutto si può mostrare come fosse un patrimonio collettivo. Non c\x92è bisogno di costellare il proprio tempo quotidiano di note continue che aggiungono, mostrano, spiegano, narrano. E questa dittatura della creatività è diventata una disperazione, una sorta di antifrasi concettuale: diamo un significato opposto a tutto quello che è di fronte a noi, come un tic nervoso. Obblighiamo le nuove generazioni a pensarsi creative ma solo a parole. Perché poi quando cercano di esserlo davvero vengono dissuase. Abbiamo trasformato l\x92arte, la letteratura, il cinema, la musica e tutte le espressioni dell\x92ingegno in qualcosa di necessario e al tempo stesso di non realizzabile se non in una forma ripetitiva e banale. Abbiamo legato la creatività al successo dei like, che finiscono per modificare, in corsa, la qualità delle opere, delle storie, attraverso un sondaggio continuo, un costante aggiustamento \x96 spesso verso il basso \x96 delle proprie intenzioni e volontà.<br />La creatività obbligatoria è come un vento freddo, sottile e tagliente, ghiaccia il paesaggio e paralizza le coscienze. Mescolando plauso e indifferenza come fossero la stessa cosa.<br />Roberto Cotroneo]]></content>
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  144. <title><![CDATA[Ascoltare non è condividere]]></title>
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  150. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=370"><![CDATA[In tutte le culture millenarie, e soprattutto nella maggior parte delle religioni, l\x92ascolto è un elemento fondante. L\x92ascolto è saggezza, l\x92ascolto è comprensione, alle volte è assoluzione o condanna, ma è sempre un punto di condivisione tra due persone singole, o tra un singolo e la collettività. Si ascoltano i figli, le persone che si amano, si ascoltano le comunità, i cittadini. Si chiede, si valuta, si decide dopo aver ascoltato, e non soltanto le ragioni o delle tesi ma anche qualcosa che viene prima di tutto questo: l\x92essenza del vivere.<br />Mettersi in ascolto è mettersi in cammino, regalare un luogo dove rifugiarsi, trovare conforto: ascoltano i confessori, gli psicoanalisti, i saggi.<br />Ascoltare non è necessariamente condividere, non è un modo per farsi approvare, per avere successo, per vincere con le proprie ragioni. Nell\x92ascolto non si vince e non si perde, non è un combattimento, non è consenso o dissenso, non è adesione o indifferenza. Nell\x92ascolto e nel farsi ascoltare il voler avere ragione, il voler colpire, impressionare, risultare popolari agli altri, serve a poco. Perché mettersi in ascolto è percorrere una strada di solitudine e di diversità che ci può isolare, renderci eccentrici.<br />L\x92ascolto è un karma, in un certo senso; parola sanscrita delle "upanisad" vediche che ormai è utilizzata nel linguaggio corrente per indicare all\x92incirca il destino, la predisposizione a qualcosa. Il karma è un agire nel mondo che porta al ciclo di morte e di rinascita del "samsara". Da come si agisce, come sanno ormai in molti, si avranno delle conseguenze, e il ciclo di morte e rinascita non è uguale per tutti, dipende da come si agisce, dalla capacità di sentire e di essere nel mondo; dal modo di ascoltarlo, in un certo senso, se intendiamo l\x92ascolto una delle modalità dell\x92agire, una modalità più evoluta.<br />Ma la modernità alle volte è fatalmente invasiva. Semplificare è molto bello, quando si riescono a spiegare concetti complessi con linearità, rendendoli fruibili a molti. Ma banalizzare non è semplificare, e soprattutto ci sono forme di banalizzazione pericolose. Da poco tempo esiste un nuovo social network, si chiama: Maadly. Non sarebbe una notizia se non avesse un aspetto particolare. Non mette in comunicazione persone che si conoscono, o addirittura amici, ma soltanto ed esclusivamente non conoscenti. Questi sconosciuti della rete leggono i tuoi post e i tuoi contenuti e possono mettere un \x93Like\x94 o un \x93Dislike\x94. A ogni like sale il karma dell\x92utente (proprio così, è utilizzato questo concetto). A ogni dislike il karma scende.<br />Invenzione carina e persino originale quella di farsi giudicare da una massa di sconosciuti che possono determinare il tuo Karma. Se hai successo salirà e tu non ti reincarnerai in un insetto o in un verme, ma in un altro essere umano. Se invece non riesci a essere popolare la ruota del "samsara" girerà malissimo per te.<br />È difficile prevedere il successo, tra i ragazzi soprattutto, di questa applicazione che è già scaricabile sui dispositivi mobili. La banalizzazione del Karma non sarebbe un grande problema. Da anni lo fanno le dottrine New Age e ci siamo abituati. La cosa invece piuttosto grave è che si mette assieme il piacere, il successo, l\x92essere approvati, come fosse un percorso spirituale e di crescita. Il successo, per intenderci, l\x92esser popolari, l\x92avere molti like non è un cammino spirituale, non dovrebbe essere considerato un punto di arrivo. L\x92ambizione non è qualcosa di auspicabile in sé. La ragione e l\x92approvazione del mondo non sono valori, anzi alle volte sono dei disvalori.<br />Bertold Brecht scriveva: «ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati». Insegnare il coraggio di raccogliere molti dislike, farsi ascoltare per quello che si è veramente, e non per riscuotere assenso e successo è il modo migliore per prendersi cura del proprio karma.<br />Rocco Cotroneo - Corriere della Sera]]></content>
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  158. <title><![CDATA[Mi do il permesso]]></title>
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  164. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=369"><![CDATA["Mi do il permesso di non essere una vittima<br />Mi do il permesso di separarmi da persone che mi trattano bruscamente, con violenza, che mi ignorano, che mi negano un saluto, un bacio, un abbraccio\x85<br />Da questo preciso momento le persone brusche o violente sono fuori dalla mia vita.<br />Mi do il permesso di non costringermi ad essere \x93l\x92anima della festa\x94, la persona che mette entusiasmo in tutto o quella sempre disponibile al dialogo per risolvere conflitti quando gli altri nemmeno ci provano.<br />Mi do il permesso di non intrattenere ed incoraggiare gli altri a costo di stancarmi io: non sono nato per spingerli ad essere sempre al mio fianco.<br />La mia esistenza, il mio essere è già prezioso.<br />Se vogliono stare al mio fianco devono imparare a valorizzarmi.<br />Mi do il permesso di lasciar svanire le paure che mi hanno inculcato da bambino. Il mondo non è soltanto ostilità, inganno o aggressione. Ci sono anche tanta bellezza e gioia inesplorata.<br />Mi do il permesso di non stancarmi nel tentativo di essere perfetto. Non sono nato per essere la vittima di nessuno. Non sono perfetto, nessuno è perfetto e mi permetto di rifiutare gli schemi altrui: un uomo senza difetti, estremamente impeccabile ovvero disumano.<br />Mi permetto di non vivere nell\x92attesa di una telefonata, di una parola gentile o di un gesto di considerazione. Mi affermo come persona che non dipende dalla sofferenza. Non aspetto rinchiuso in casa e non dipendo da altre persone. Sono io stesso a valorizzarmi, mi accetto e mi apprezzo.<br />Mi permetto di non voler sapere tutto, per non essere sempre presente durante il giorno. Non ho bisogno di molte informazioni, di programmi per il pc, di film al cinema, di giornali, di musica.<br />Mi do il permesso di essere immune alle lodi o agli elogi smisurati: le persone che fanno troppi complimenti finiscono per sembrare opprimenti. Mi permetto di vivere con leggerezza, senza accuse o richieste eccessive. Non fa per me.<br />Mi do il permesso più importante di tutti, quello di essere autentico.<br />Non mi sforzo di compiacere gli altri. È semplice e liberatorio abituarsi a dire di no ogni tanto.<br />Non mi voglio giustificare: se sono felice, lo sono, se non sono felice, non lo sono. Se un giorno del calendario è considerato come quello in cui sentirsi obbligatoriamente felici, io mi sentirò esattamente come mi sentirò.<br />Mi permetto di sentirmi bene con me stesso e non come vogliono le usanze o quelli che mi stanno attorno: quello che è \x93normale\x94 o \x93anormale\x94 nei mie stati emotivi sarò io a deciderlo"<br />JOAQUÍN ARGENTE]]></content>
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  168.   <author>
  169. <name>Claudio Maffei</name>
  170. <email>[email protected]</email>
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  172. <title><![CDATA[Non rinunciare mai alla felicità]]></title>
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  178. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=368"><![CDATA[Discorso di Papa Francesco al Sinodo della Famiglia<br /> <br />"Puoi aver difetti, essere ansioso e vivere qualche volta irritato, ma non dimenticate che la tua vita è la più grande azienda al mondo. <br />Solo tu puoi impedirle che vada in declino. In molti ti apprezzano, ti ammirano e ti amano. <br />Mi piacerebbe che ricordassi che essere felice, non è avere un cielo senza tempeste, una strada senza incidenti stradali, lavoro senza fatica, relazioni senza delusioni.<br />Essere felici è trovare forza nel perdono, speranza nelle battaglie, sicurezza sul palcoscenico della paura, amore nei disaccordi.<br />Essere felici non è solo apprezzare il sorriso, ma anche riflettere sulla tristezza. Non è solo celebrare i successi, ma apprendere lezioni dai fallimenti. Non è solo sentirsi allegri con gli applausi, ma essere allegri nell'anonimato.        <br />Essere felici è riconoscere che vale la pena vivere la vita, nonostante tutte le sfide, incomprensioni e periodi di crisi. Essere felici non è una fatalità del destino, ma una conquista per coloro che sono in grado viaggiare dentro il proprio essere.<br />Essere felici è smettere di sentirsi vittima dei problemi e diventare attore della propria storia. È attraversare deserti fuori di sé, ma essere in grado di trovare un'oasi nei recessi della nostra anima.<br />È ringraziare Dio ogni mattina per il miracolo della vita. Essere felici non è avere paura dei propri sentimenti.<br />È saper parlare di sé.<br />È aver coraggio per ascoltare un "No".<br />È sentirsi sicuri nel ricevere una critica, anche se ingiusta.<br />È baciare i figli, coccolare i genitori, vivere momenti poetici con gli amici, anche se ci feriscono.<br />Essere felici è lasciar vivere la creatura che vive in ognuno di noi, libera, gioiosa e semplice.<br />È aver la maturità per poter dire: \x93Mi sono sbagliato\x94.<br />È avere il coraggio di dire: \x93Perdonami\x94.<br />È avere la sensibilità per esprimere: \x93Ho bisogno di te\x94.<br />È avere la capacità di dire: \x93Ti amo\x94.<br />Che la tua vita diventi un giardino di opportunità per essere felice ...<br />Che nelle tue primavere sii amante della gioia.<br />Che nei tuoi inverni sii amico della saggezza.<br />E che quando sbagli strada, inizi tutto daccapo.<br />Poiché così sarai più appassionato per la vita.<br />E scoprirai che essere felice non è avere una vita perfetta. Ma usare le lacrime per irrigare la tolleranza.<br />Utilizzare le perdite per affinare la pazienza.<br />Utilizzare gli errori per scolpire la serenità.<br />Utilizzare il dolore per lapidare il piacere.<br />Utilizzare gli ostacoli per aprire le finestre dell'intelligenza.<br />Non mollare mai ....<br />Non rinunciare mai alle persone che ami.<br />Non rinunciare mai alla felicità, poiché la vita è uno spettacolo incredibile!"]]></content>
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  182.   <author>
  183. <name>Claudio Maffei</name>
  184. <email>[email protected]</email>
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  186. <title><![CDATA[Per riflettersi e riflettere]]></title>
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  192. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=366"><![CDATA["Chi sono io?" <br />Chiese un giovane ad un maestro di spiritualità.<br />"Te lo spiego con una piccola storia" rispose il saggio.<br />Un giorno, dalle mura di una città, verso il tramonto si videro sulla linea dell'orizzonte due persone che si abbracciavano.<br />"Sono un papà e una mamma", pensò una bambina innocente.<br />"Sono due amanti", pensò un uomo dal cuore torbido.<br />"Sono due amici che s'incontrano dopo molti anni", pensò un uomo solo.<br />"Sono due mercanti che hanno concluso un buon affare", pensò un uomo avido di denaro.<br />"E' un padre che abbraccia un figlio di ritorno dalla guerra", pensò una donna dall'anima tenera.<br />"E' una figlia che abbraccia il padre di ritorno da un viaggio", pensò un uomo addolorato per la morte di una figlia.<br />"Sono due innamorati", pensò una ragazza che sognava l'amore.<br />"Sono due uomini che lottano all'ultimo sangue", pensò un assassino.<br />"Chissà perché si abbracciano", pensò un uomo dal cuore arido.<br />"Che bello vedere due persone che si abbracciano", pensò un uomo di Dio.<br />"Ogni pensiero", concluse il maestro, "rivela a te stesso quello che sei."<br />Esamina di frequente i tuoi pensieri: ti possono dire molte più cose su di te di qualsiasi maestro.<br />(Yogananda)]]></content>
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  197. <name>[email protected]</name>
  198. <email>[email protected]</email>
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  200. <title><![CDATA[Un commento lucido]]></title>
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  206. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=365"><![CDATA[Ieri a Nizza il trentunenne Mohamed Lahouaiej Bouhlel ha ucciso 84 persone investendole con un camion. L'attentatore aveva dei precedenti penali di criminalità comune, viene descritto come "poco religioso" e "taciturno", si stava separando dalla moglie e ancora non si conoscono le motivazioni del suo gesto.<br /><br />Nel luglio 2011 il trentunenne norvegese Anders Breivik uccise a sangue freddo 77 persone, molte delle quali tra i 15 e 19 anni, la maggior parte finite con un colpo alla nuca; nella visione del terrorista, che agì da solo, erano tutti colpevoli di battersi per una società "multiculturalista".<br /><br />Nel marzo 2015 il ventisettenne Andreas Lubitz, copilota della compagnia aerea German Wings, si è schiantato con il suo aereo di linea sulla alpi francesi: con lui sono rimaste uccise 144 persone. Secondo numerose testimonianze il pilota soffriva di una grave forme di depressione.<br /><br />Omar Ismail Mostefai, invece, prima di diventare uno dei kamikaze del Bataclan, aveva sognato una carriera da rapper. Stesso sogno per Cherif Kouachi, uno dei due fratelli uccisi dopo l'assalto a Charlie Hebdo.<br /><br />Tutti questi casi sembrano accomunati da un tratto psicologico più rilevante di quello ideologico o religioso. Disturbo narcisistico della personalità. Sono individui incapaci di percepire il dolore altrui e accomunati da un desiderio di fama e grandezza che non riesce a fare i conti con la vita grigia di ogni giorno. In queste menti disturbate, fallite la altre possibilità, la sola occasione di esprimere il proprio ego ipertrofico, sembra essere un suicidio spettacolare, tragico, che infligga dolore agli innocenti e apra le edizioni straordinarie dei Tg. La stessa motivazione sembra muovere i rich-kids autori della strage di Dacca, i foreign fighters che si uniscono all'Isis, i folli che assaltano cinema Usa indossando la maschera di Joker.<br /><br />Viviamo un tempo di solitudini. Viviamo un tempo di aspettative infinite e irrealizzabili. Siamo bombardati da un consumismo delle aspettative nutrito ogni momento dal mercato, da tanta politica, dal populismo, da buona parte del sistema mediatico, dai social network, da un senso comune che ci esorta ad esagerare, a desiderare troppo, che non ammette sconfitte, separazioni, dolore, perdenti. A mio avviso tutto ciò è alla base di tanto odio e di tanto orrore.<br /><br />Resistere oggi, personalmente e culturalmente, può vuol dire soltanto combattere questo consumismo, questo senso comune. Vuol dire far calare l'asticella dei desideri, interrogarsi su ciò che è importante davvero, allenarsi, allenarsi e allenarsi ancora, a gestire le nostre frustrazioni, imparare a perdere.<br /><br />Ne sono cosciente: è difficile che questo basti a fermare la follia che ci circonda. Eppure è qualcosa che possiamo fare subito, adesso. L'altra alternativa è rimanere immobili chiedendoci quando e dove dei pazzi narcisisti colpiranno ancora. E se lì in mezzo ci saremo anche noi.<br />Federico Mello]]></content>
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  211. <name>Claudio Maffei</name>
  212. <email>[email protected]</email>
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  214. <title><![CDATA[La gentilezza e le buone maniere nel mondo del lavoro]]></title>
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  220. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=364"><![CDATA[La gentilezza e le buone maniere nel mondo del lavoro: i 10 punti fondamentali<br /><br />1. Fai lo sforzo di ricordare il nome di chi ti sta davanti e pronuncialo spesso.  <br />\x93Ricordatevi che per una persona il suo nome è il suono più importante in qualsivoglia lingua.\x94  Dale Carnegie<br /><br />2.  Agli appuntamenti bisogna arrivare puntuali.<br />\x93Avere la fama di chi arriva sempre in ritardo è come avere la fama di uno su cui non si può contare.\x94  Lina Sotis<br /><br />3. Le presentazioni vanno fatte sempre, anche se ci si ferma solo un attimo a parlare. Devono essere rapide, precise, nome e cognome. Non esagerate con i fronzoli, titoli, non dite \x93il migliore\x85\x94 \x93il più bravo\x85\x94. E\x92 fondamentale ricordare perfettamente il NOME di chi si presenta altrimenti tenta di evitare di essere tu a doverlo fare. Mai dire non mi ricordo il suo nome\x85 Se vuoi proprio superarti, come ai vecchi tempi: si presenta l\x92uomo alla donna, il più giovane al più anziano, se si è seduti l\x92uomo si alza sempre, mentre la donna quasi mai. E sarebbe bene non dire \x93piacere\x94. Togliti gli occhiali da sole se le presentazioni avvengono all\x92esterno.<br /><br /> 4. La stretta di mano raccomando che sia calorosa, non da frattura scomposta ma nemmeno da mozzarella\x85e la mano possibilmente non sudaticcia.  &amp;#128521;<br /><br />5. Stai ad ascoltare sinceramente ed attentamente il tuo interlocutore. <br />Non distrarti e non costringerlo ad attirare la tua attenzione.<br /><br />6. Durante le riunioni ricordati che 3 persone su 4 ritengono maleducato controllare sms e mail e l\x9287% pensa che sia scortese rispondere a una telefonata (studio condotto dalla Marshall School of Business della University of Southern California). Infatti dare la precedenza agli stimoli provenienti dall\x92esterno è percepita come mancanza di rispetto per ciò che avviene all\x92interno della sala riunioni, mancanza di concentrazione e mancanza di ascolto.<br /><br />Non controllare compulsivamente mail-sms-chiamate, questa nevrosi non ti farà sembrare più importante, ma solo più scortese.  <br /><br />7. Anche durante i business lunch, l\x92uso dello smartphone non è molto gradito. In questo caso il 50% degli uomini ritiene accettabile rispondere a una chiamata durante un pranzo di lavoro, contro il 26% delle donne. I professionisti più giovani sono 3 volte più tolleranti di quelli più anziani. Consiglio: prima di infastidire con il tuo comportamento chi ti sta davanti, RIFLETTI. Le buone maniere sconsigliano anche di poggiare sul tavolo smartphone, chiavi, occhiali e borse.  <br /><br /> 8. La pausa pranzo. La Career Builder elenca quattro categorie di \x93Mangiatori IN Ufficio\x94: il Puzzolente, il Rumoroso, lo Sporcaccione e il Rompiscatole. Fai in modo di essere nella quinta \x93Quello che mangia fuori\x94 <br /><br />9. Ricordati che Grazie, Scusa e Per favore sono parole con effetti miracolosi, soprattutto se accompagnate da un sorriso;<br /><br />10. Look.  Fortunatamente non c\x92è più l\x92obbligo di quei rigidi tailleur da donna e completi rigorosi da uomo. E\x92 ammesso ormai in ogni ambiente un look informale purché curato. Alcune cose restano comunque da evitare assolutamente. Per gli uomini MAI: i calzini corti, i calzini bianchi e le camicie a maniche corte. Per le donne tutto ciò che è TROPPO: troppo stretto, troppo corto, troppo scollato, troppo trucco, troppi accessori. Insomma il buon gusto non passa mai di moda. Magari con l\x92aggiunta di un guizzo eccentrico di piacevole distinzione!<br /><br />Non dimenticare che Oscar Wilde ha detto:<br /><br />\x93Con un abito da sera e una cravatta bianca, chiunque, anche un agente di cambio, può far credere di essere una persona civile.\x94<br /><br />e Coco Chanel:<br /><br />\x93Se una donna è malvestita si nota l\x92abito. Se impeccabile si nota la donna.\x94<br /><br /><br />Mirna Pioli<br />]]></content>
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  225. <name>Claudio Maffei</name>
  226. <email>[email protected]</email>
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  228. <title><![CDATA[5 modi per realizzare i propri obiettivi]]></title>
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  234. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=363"><![CDATA[Immaginate di alzarvi ogni mattina ed essere consapevoli dell\x92identità della vostra essenza, di ciò che vi da sostanza e vi rende solidi, ma anche fluidi a tal punto da essere flessibili e potervi adattare ai cambiamenti. Guardare ogni mattina questo riflesso interiore e riconoscerne il tratteggio vi consente di affrontare il mondo con maggiore consapevolezza e pieni di risorse.<br /><br />Trovare un nuovo lavoro, migliorare le proprie prestazioni, realizzare un sogno o avere una promozione sono risultati che molte persone cercano ancor prima di prendere consapevolezza del proprio scopo. Ma, citando Zig Zaglar, \x93Ciò che ottieni nel realizzare i tuoi obiettivi non è importante come ciò che diventerai dopo averli realizzati\x94; parafrasando l\x92autore motivazionale, possiamo affermare che ciò che ottenete nel realizzare il vostro scopo non è importante come ciò che potreste essere mentre lo state inseguendo. Senza una nuova consapevolezza di sé, gli obiettivi che vi ponete rischiano di rimanere un vuoto da colmare; una volta raggiunto un obiettivo ecco di nuovo il vuoto e così via.<br /><br />Più che una serie di obiettivi è più efficace intraprendere una nuova direzione; stabilire semplicemente un obiettivo, seppur importante, non sempre basta a dare un\x92impronta diversa alla propria vita, ad evitare di ritrovarsi in situazioni analoghe. Individuare una direzione e un nuovo progetto di vita, invece, innesca un cambiamento duraturo. Se l\x92obiettivo non è collegato in modo significativo con uno scopo, un fine ultimo, manca della forza propulsiva del cambiamento; l\x92idea di una direzione da intraprendere, invece, consente di ampliare le prospettive.<br /><br />Quando formulate uno scopo, puntate il focus su ciò che dovrete far accadere di diverso per dirigervi proprio lì, verso lo stato desiderato. Il vissuto, l\x92emozione, le vibrazioni ottenute dal visualizzare il vostro obiettivo, rappresentano quel valore aggiunto che va perseguito come una mission personale; in altre parole, il modo di percorrere il sentiero è davvero importante nel percorso di sviluppo personale e professionale. La sfida creativa, la possibilità di continuare a imparare, l\x92orgoglio di portare a termine le cose, il network di relazioni significative, le l\x92opportunità di aiutare gli altri o di insegnare loro qualcosa, ad esempio, sono alcune tra le fonti più significative per mantenere alte le motivazioni verso uno scopo. A tale proposito Daniel Goleman, uno dei più noti studiosi dell\x92Intelligenza Emotiva, scrive: \x93Le emozioni sono, letteralmente, ciò che ci spinge a perseguire i nostri obiettivi; esse alimentano le motivazioni, le quali a loro volta guidano la percezione e danno forma alle azioni. Opere grandi, dunque, prendono le mosse da grandi emozioni\x94.<br /><br />Nel momento in cui si traccia la direzione e si pianificano i relativi obiettivi, è necessario attivare alcune risorse interne che, in qualche modo, \x93condiscono\x94 ciò che si desidera ottenere. Riprendendo alcuni studi sull\x92Intelligenza Emotiva, vi sono alcuni elementi che fanno la differenza per mantenere la direzione verso il proprio scopo. Ogni scopo ha bisogno di un socio per far fronte ai vari impegni e uno dei migliori è il metodo S.O.C.I.O:<br /><br />S: spinta alla realizzazione;<br /><br />O: ottimismo e iniziativa per continuare a essere costanti;<br /><br />C: condivisione degli obiettivi e della visione con le altre persone;<br /><br />I: ingredienti di successo riguardanti gli scopi più elevati e il senso di realizzazione intrinseca agli obiettivi;<br /><br />O: organizzazione degli atteggiamenti e delle azioni più efficaci e strategiche.<br /><br />S: spinta alla realizzazione<br /><br />Scoprire in anticipo le fonti di gratificazione di uno scopo è un passo sostanziale per fornire alle azioni successive il giusto propellente. La spinta alla realizzazione può essere considerata come un impulso costante a migliorare non solo gli aspetti tecnico-professionali, ma la qualità della vita, gli aspetti più profondi e interni che riguardano il rapporto con se stessi e ciò che riguarda le relazioni con gli altri. Alcuni accorgimenti aiutano ad alimentare la spinta verso la realizzazione di sé:<br /><br />- riuscire a stabilire obiettivi stimolanti, assumendosi al contempo rischi calcolati;<br /><br />- procurarsi informazioni per ridurre l\x92incertezza e trovare il modo migliore di fare le cose;<br /><br />- imparare a migliorare le proprie prestazioni.<br /><br />O: ottimismo e iniziativa<br /><br />L\x92iniziativa e l\x92ottimismo sono stati studiati a lungo e, senza dubbio, costituiscono fattori decisivi per coloro che riescono a spianare la strada verso la realizzazione dei propri scopi. Anche gli ottimisti si scoraggiano, ma riescono a rendersene conto prontamente, cercano l\x92appoggio nelle altre persone e trovano modi per riattivare le proprie energie; incontrano ostacoli e difficoltà come tutti gli altri ma, invece di rinunciare ai propri obiettivi, cambiano rotta ogni volta che è necessario, pur di avvicinarsi alla meta. Per accompagnare il proprio scopo con ottimismo e spirito di iniziativa è opportuno:<br /><br />- cogliere anticipatamente le opportunità che l\x92obiettivo può riservare;<br /><br />- decidere di perseguire comunque l\x92obiettivo, anche in presenza di ostacoli, limiti, richieste esterne o insuccessi;<br /><br />- coinvolgere e mobilitare le altre persone necessarie al conseguimento dell\x92obiettivo.<br /><br />C: condivisione degli obiettivi e della visione<br /><br />L\x92impegno e la capacità di condividere ideali e obiettivi con altre persone o con un gruppo di lavoro, costituiscono aspetti motivazionali importanti che possono essere alimentati da specifiche azioni:<br /><br />- individuare gli aspetti di più ampia portata dell\x92obiettivo che riguardano l\x92ambiente intorno a sé, il gruppo, l\x92organizzazione e impegnarsi per portarli avanti;<br /><br />- trovare uno scopo più elevato nella missione collettiva;<br /><br />- condividere i valori-cardine con altri.<br /><br />I: ingredienti di successo<br /><br />Sviluppare la consapevolezza emotiva, in relazione alla direzione che si intende perseguire, trasforma sensazioni e sentimenti in una sorta di radar interiore che guida dritti verso la meta, riconoscendo in anticipo gli effetti delle decisioni. Uno dei fattori chiave, in tal senso, è prestare attenzione alle emozioni che suscita il proprio scopo, poiché ciò che si prova è una guida per esplorare, interpretare e valutare i diversi aspetti della direzione intrapresa. I valori personali, che riuscite a scorgere nel vostro progetto, si traducono in una risonanza emotiva positiva o negativa; pertanto la consapevolezza di sé ha la funzione di un barometro interiore, che valuta con precisione se vale la pena davvero spingersi in una direzione piuttosto che in un\x92altra. Uno dei principi più importanti per lavorare sugli obiettivi in modo emotivamente intelligente è saper scegliere, formulare, progettare le proprie mete in modo tale che siano in armonia con la guida interiore. Quando decidete di vivere le vostre esperienze portando alla luce le vostre attitudini ricordate di:<br /><br />- conservare intatto o aumentare il senso di significato della vostra vita;<br /><br />- ricercare il sentimento di realizzazione;<br /><br />- fornire un contributo a qualcuno o a qualcosa;<br /><br />- fare qualcosa di energizzante;<br /><br />- soddisfare il senso di sfida;<br /><br />- appagare la creatività, il talento.<br /><br />O: organizzazione<br /><br />Chi lavora con se stesso alla ricerca del proprio scopo per cambiare vita, trovare nuovi significati e realizzare qualcosa di diverso, ha bisogno di far leva sui punti di forza e non sui punti deboli, pertanto la pianificazione delle azioni deve essere flessibile, ossia consentire a ciascuno di predisporsi al futuro in modo diverso. Un metodo di \x93pianificazione\x94 rigido può rivelarsi controproducente. I migliori piani d\x92azione sono fattibili e articolati in fasi gestibili: se un piano non si adatta alla vita, allo stile personale, alle attitudini, ai valori dell\x92individuo, viene abbandonato con facilità nell\x92arco di poche settimane o pochi mesi. I piani che non si addicono allo stile di apprendimento personale, inoltre, sono demotivanti e ben presto non susciteranno più interesse.<br />Massimo Del Monte-Manageritalia<br /><br />]]></content>
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  238.   <author>
  239. <name>Claudio Maffei</name>
  240. <email>[email protected]</email>
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  242. <title><![CDATA[Far diventare il cliente il nostro miglior venditore]]></title>
  243. <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=362" />
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  248. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=362"><![CDATA[Consideriamo i fatti. <br />Per quanto eccellenti siano le nostre campagne pubblicitarie o aggressive le nostre azioni di marketing le impressioni della gente sui nostri prodotti saranno basate, in larga misura, su quanto hanno sentito dire da altri. Questo, dopo tutto non sarebbe così tragico se potessimo condizionare quello che gli altri raccontano anzi sarebbe un canale meraviglioso.  <br />Non solo è possibile dirigere la vox populi, ma la cosa è più semplice di quanto si possa immaginare.<br />Il passaparola è sempre esistito, ma i cambiamenti avvenuti negli ultimi 10 anni, soprattutto per quanto riguarda il potere assunto dai consumatori nel loro rapporto con le imprese e le evoluzioni nelle tecnologie di comunicazione, ne hanno amplificato più che mai l\x92importanza. Bisogna fare i conti con la perdita di efficacia della pubblicità e del marketing tradizionale  strumenti che non stabiliscono dialogo ma che sono considerati dai consumatori troppo ripetitivi e invasivi. <br />Un altro concetto obsoleto è il concetto di target. Se c\x92è una caratteristica tipica di questi anni è l\x92estrema personalizzazione che rasenta l\x92individualismo. Possiamo dire che nel nostro Paese esistono 60milioni di target differenti. A tutto ciò si aggiunge la proliferazione dei siti web e dei social media che trasmettono opinioni di persone  ad altre persone. Nascono così i fenomeni  viral, buzz e il word of mouth. <br />Questi fenomeni nuovi fanno leva sul passaparola e sono le nuove forme di marketing non convenzionale che conquisteranno e contageranno i consumatori dei prossimi anni.<br />Il passaparola rappresenta una fonte imprescindibile di informazioni e un meccanismo di diffusione di messaggi ,accelerati dalle nuove tecnologie. E\x92 quindi importante attuare una forte strategia di personal brend, raggiungere e individuare le persone più influenti, studiare i processi di condivisione dei contenuti  e creare le occasioni giuste affinché i nostri messaggi possano essere veicolati adeguatamente. <br />Ovviamente i concetti basilari dai quali è necessario partire sono quelli di qualità, innovazione e relazione. E\x92 estremamente importante soddisfare il cliente ed evitare come la peste episodi che alimentino il passaparola negativo. Infatti solo prodotti che superino le aspettative del clienti e abbiamo veramente qualcosa di eccezionale possono essere in grado di creare quel chiacchiericcio, quel consiglio da amico, <br />quel la condivisione che ci porterà a prosperare anche in un momento particolare come questo.<br />Un decalogo:<br />1. Dovete avere un grande prodotto<br />2. Per  tre persone che parlano bene ce ne sono 33 che parlano male<br />3. Attenti alle relazioni interne, ogni membro del personale è veicolo di passaparola<br />4. Coltivate gli stakeholder<br />5. Disinnescate i clienti arrabbiati<br />6. Generare un passaparola positivo è frutto di atteggiamenti  positivi<br />7. Strabiliate i vostri clienti  superandone le aspettative<br />8. Create un vero e proprio piano di marketing del passaparola<br />9. Semplificate il tutto e puntate all\x92azione<br />10. Rendete le cose facili.<br />]]></content>
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  250.  
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  252.   <author>
  253. <name>Claudio Maffei</name>
  254. <email>[email protected]</email>
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  256. <title><![CDATA[Oggi il cretino è specializzato]]></title>
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  262. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=361"><![CDATA[Sono sempre più numerosi i blogger che decidono di non permettere più i commenti in coda ai loro post.<br />Ormai il popolo dei commentatori del web stanno diventando irritanti, sono incattiviti e ritengono che la violenza verbale, l\x92opinione franca senza mediazione abbia un valore di per sé, in quanto genuina, arcaica, eppure tanto autentica.<br />Come fai a censurare un\x92opinione di un buon cittadino che si toglie sassolini e macigni dalle scarpe con quel meraviglioso strumento di democrazia diretta come il web? Non è possibile.<br />Le élites non vogliono commenti, si chiudono dentro i loro algidi consigli di amministrazione, nelle loro austere sale riunioni, nelle loro case editrici dove i volumi pubblicati sono in bell\x92ordine come fossero reliquie, nei loro giornali bugiardi, naturalmente, dove il rumore sommesso della verità e della folla verace arriva attutito, lontano, schermato. Il web permette la bestemmia, il turpiloquio, il lazzo, l\x92ironia pesante, la comicità greve. Non guarda in faccia nessuno: è una zona franca dove ognuno può impallinare chiunque, abbattere bersagli e obbiettivi sgraditi, utilizzando mezzi che non hanno necessariamente a che fare con la verità, con la correttezza, con la capacità di documentarsi, con l\x92equilibrio del giudizio, con l\x92etica.<br />Nella sua prolusione durante il conferimento di una laurea honoris causa all\x92Università di Torino, Umberto Eco ha detto che i commentatori del web, e per essere precisi le scorie del web 2.0, quello che permette una continua interazione tra chi posta chi commenta, sono degli imbecilli. Quegli stessi imbecilli che un tempo bofonchiavano nei bar sport e venivano zittiti il più possibile, e che oggi nessuno può zittire, perché il web non ha filtri, non ha censura, e puoi bestemmiare tutte le religioni monoteiste che nessuno ci fa caso, ma se poi posti un seno nudo per spiegare come cercare eventuali noduli ti bloccano l\x92account.<br />Apriti cielo, dopo le affermazioni di Eco è stato un diluvio di improperi, come si avesse di fronte un vecchio reazionario pronto alla marcia su Roma, un bieco antidemocratico, un uomo che vorrebbe far tacere gli spiriti liberi. E che importa se si può essere al tempo stesso liberi e imbecilli. E che anzi, la libertà può talvolta agevolare, essere terreno di coltura di certe imbecillità, perché nella sua bellezza è in grado stimolare al tempo stesso le migliori intelligenze e le peggiori idiozie.<br />È tutta gente che finalmente può parlare senza sapere quel che dice, senza rispondere di quello che dichiara, che può avvalersi del diritto all\x92anonimato, che scambia lo sberleffo di Cecco Angiolieri con l\x92insulto dei miserabili. Ogni volta che si verifica qualcosa di tragico, ogni volta che c\x92è bisogno di tutto il sapere, la saggezza, il buon senso che la libertà ci può concedere, assieme ai libri, alla cultura, alla capacità di discernere, alle grandi possibilità che il web permette, ai classici che si possono scaricare a gratis, o pagandoli meno di un euro per merito di internet, insomma con tutte queste cose a disposizione, il popolo del web, i missionari del social network, la coscienza civile della banda larga, gli opinionisti del mobile, riescono a trasformare i sistemi operativi, i loro computer di design, i loro smartphone argentati e cromati in strumenti per caverne, clave orrende, pietre adatte a essere scagliate per prime, cadute massi indecorose su soggetti inermi e incapaci di difendersi. Parlo degli imbecilli come quelli che hanno commentato per troppi giorni lo stupro della ragazzina a Roma. Un web pieno di: «ma non era troppo nuda?», «ma cosa ci faceva una ragazzina in giro a mezzanotte?». E mi fermo qui, perché è un\x92indecenza insopportabile.<br />La cretineria del web non è più un\x92infausta conseguenza della meraviglia che la comunicazione moderna può darci, ma è una componente fondamentale. Carlo Maria Cipolla, grandissimo storico e saggista, diceva che la stupidità è nella stessa percentuale ovunque, anche tra i premi Nobel. Ma l\x92idiozia non è più discreta e limitata come un tempo. Ora si fa leggere e si mostra. Il grande Ennio Flaiano scriveva: «oggi il cretino è specializzato». Certo, nel web 2.0.<br />Rocco Cotroneo Corriere della Sera ]]></content>
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  267. <name>Claudio Maffei</name>
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  270. <title><![CDATA[Le quattro regole per vivere felici]]></title>
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  276. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=360"><![CDATA[<br /><br />1.    Responsabilità<br />2.    Proattività<br />3.    Acutezza sensoriale<br />4.    Adattabilità<br /><br /><br />La prima regola per vivere felici è la responsabilità<br />La verità nuda e cruda è che voi siete responsabili dei risultati che ottenete. <br />Questo non significa addossarsi la colpa di tutti i problemi, né rifiutare l\x92aiuto che si riceve lungo il cammino. Significa semplicemente che dovete smetterla \x96 smetterla sul serio \x96 di aspettarvi di essere il destinatario passivo del cambiamento.<br />A volte il cambiamento è un lavoro di squadra vostro e della persona che in quel momento vi sta facendo da guida, da coach o da mentore. <br />Altre volte è un lavoro solitario. <br />Ma, soprattutto, essere responsabili significa: nessuno può farlo al vostro posto. <br />Lo dovete comprare voi, quel libro; trovarlo voi, il vostro coach; decidere voi quali direzioni e quali obiettivi perseguire; e pensare voi stessi a un piano. <br />Spetta a voi diventare l\x92agente del vostro stesso cambiamento.<br /><br /><br />La seconda regola per vivere felici è la proattività<br />Le persone più naturalmente inclini a vivere felici sono quelle più orientate all\x92azione. <br />Una volta deciso cosa si vuole e come ottenerlo, la persona deve <br />assolutamente darsi da fare. <br />Per contro, i pessimisti e i depressi sono spesso inclini all\x92inattività. <br />Se è vero che talvolta è necessario prendersi del tempo per riflettere, riposare e recuperare le energie, è pur vero che il lasciarsi andare, l\x92abbandonarsi<br />in attesa che qualcosa o qualcuno ci venga a salvare non è<br />mai accettabile.<br /><br /><br /><br />La terza regola per vivere felici è l\x92acutezza sensoriale<br />Molte delle scoperte più straordinarie della PNL sono state possibili grazie alla capacità di prestare attenzione e di rispondere senza preconcetti a ciò che si stava osservando.<br />Negli anni, molte delle persone che si occupavano di salute e benessere \x96 e tra queste anche gli psicologi \x96 si sono fregiate di essere imparziali osservatori dei comportamenti umani. <br />Non era così. <br />All\x92inizio degli anni Settanta, gli psicologi si facevano la guerra per stabilire quale fosse il \x93giusto approccio\x94 alla psicoterapia. <br />Dozzine, se non centinaia di scuole diverse lottavano per la supremazia. <br />La cosa interessante è che nessuna di queste produceva risultati.<br />Nessuno era davvero in grado di risolvere i problemi dei propri pazienti, ma la cosa sembrava irrilevante, fintanto che fossero riusciti a dimostrare di avere \x93ragione\x94.<br />Questo era potuto accadere perché il loro approccio era eminentemente teorico e limitato da schemi inconsci che li predisponevano al fallimento. <br />Erano tutti concentrati sui contenuti dell\x92esperienza dei loro pazienti: volevano <br />scoprire il perché delle cose, individuare cosa c\x92era di sbagliato. <br />Erano convinti che, scoprendo il motivo per cui quella persona stava male, tutto si sarebbe aggiustato come per magia. <br />Passavano il tempo a cercare di interpretare quello che dicevano i pazienti, invece di prestare attenzione a ciò che facevano. Non prestavano neppure particolare <br />attenzione agli effetti, intenzionali o meno, del loro interagire con il paziente.<br />L\x92acutezza sensoriale è un\x92abilità che si può imparare e migliorare. <br />Si comincia sviluppando la propria capacità di notare ciò che accade dentro (pensieri, azioni e reazioni) e fuori di sé: cosa crea o mantiene in vita i nostri problemi?<br />Qual è l\x92effetto delle nuove azioni che intervengono a modificare la situazione? Questo è anche il modo di ampliare la propria gamma di risposte.<br /><br /><br />La quarta regola per vivere felici è l\x92adattabilità<br />Questa è probabilmente la regola più importante. <br />Senza un\x92autentica propensione a cambiare comportamento, adottando risposte creative e appropriate alla situazione (che si tratti di un mutato stimolo ambientale o di un modo per raggiungere obiettivi che ancora non avere concretizzato),<br />diventerete vittime inermi del caso e delle circostanze.<br />Accettare di dover coltivare l\x92adattabilità e la flessibilità - oltre alla capacità di tollerare l\x92ambiguità derivante dal non conoscere sempre le risposte giuste - è un\x92altra parte del vostro impegno alla responsabilità.<br />Coltivare queste abilità non vi aiuterà solamente a sentirvi<br />meglio e a godervi di più la vita, potrebbe addirittura salvarvela.<br /><br /><br />Questo testo è tratto dal best-seller di Richard Bandler e Garner Thomson<br />PNL per il Benessere<br />]]></content>
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  281. <name>Claudio Maffei</name>
  282. <email>[email protected]</email>
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  284. <title><![CDATA[Dichiarazione shock del Dalai Lama]]></title>
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  290. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=359"><![CDATA[Dopo l'attacco terroristico a Parigi, il Dalai Lama ha esordito con la frase: «Ci sono giorni in cui penso che sarebbe meglio se non ci fossero le religioni.» Alla domanda cosa intendesse dire ha continuato così :<br />«La conoscenza e la pratica della religione sono state utili, questo è vero per tutte le fedi. Oggi però non bastano più, spesso portano al fanatismo e all'intolleranza e in nome della religione si sono fatte e si fanno guerre. Nel 21° secolo abbiamo bisogno di una nuova etica che trascenda la religione. La nostra elementare spiritualità, la predisposizione verso l'amore, l'affetto e la gentilezza che tutti abbiamo dentro di noi a prescindere dalle nostre convinzioni sono molto più importanti della fede organizzata. A mio avviso, le persone possono fare a meno della religione, ma non possono stare senza i valori interiori e senza etica.» <br />Dalai-Lama]]></content>
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  295. <name>Claudio Maffei</name>
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  298. <title><![CDATA[La mappa non è il territorio]]></title>
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  304. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=358"><![CDATA[Un imprenditore del settore calzaturiero è prossimo a cedere il timone dell\x92azienda.<br />Per operare la scelta migliore decide di inviare i due figli in due<br />diversi paesi dell\x92Africa, promettendo loro che chi avrebbe venduto più<br />scarpe in un mese sarebbe diventato il suo successore.<br />Il primo figlio, appena arrivato, nota con disappunto che tutti gli abitanti<br />sono senza scarpe. Telefona subito al padre dicendo: «Qui tutti gli abitanti del<br />paese sono scalzi, non abbiamo alcuna possibilità di vendere scarpe, domani<br />ritorno in Italia».<br />Anche il secondo figlio nota che tutti gli abitanti sono senza scarpe. Telefona<br />al padre dicendo: «Papà, qui tutti gli abitanti fortunatamente sono<br />senza scarpe: mandamene subito un ingente quantitativo perché prevedo di<br />realizzare un grosso volume di vendite».<br />Mappa e territorio, intenzione e risposta<br />Uno dei più efficaci condizionamenti neuroassociativi è la ristrutturazione:<br />parte dal presupposto che nessuna esperienza che ci accade è positiva<br />o negativa in sé; ciò che la rende tale è il modo in cui la rappresentiamo a<br />noi stessi.<br />Una delle affermazioni fondanti della programmazione neurolinguistica<br />è infatti questa: la mappa non è il territorio. Il menu che sfogliate al ristorante<br />è una descrizione del cibo, non il cibo.<br />Se trasferiamo questo principio nell\x92ambito della vendita, capiamo che<br />uno degli errori di molti venditori è pensare che il cliente percepisca il prodotto<br />o servizio esattamente come essi stessi lo percepiscono. Il venditore che<br />conosce i condizionamenti neuroassociativi, invece, dimentica momentaneamente<br />la propria mappa del mondo per comprendere quella del cliente.<br />Il risultato di ogni comunicazione non sta nelle intenzioni di chi comunica,<br />ma nella risposta che si ottiene. Questo principio discende dall\x92enunciato<br />«la mappa non è il territorio».<br />Ogni persona possiede una propria mappa. Se rivolgete un complimento<br />a qualcuno (intenzione), e ricevete un insulto (risposta), non è l\x92altro che<br />non ha capito: siete voi che dovete modificare la vostra strategia.<br />Quando parlo di vendita, lo faccio nel senso più ampio del termine. Infatti<br />ognuno di noi, in ogni momento, vende qualcosa a qualcuno: la propria immagine,<br />le proprie idee, i propri sentimenti. Vendere significa soprattutto comunicare.<br />Infatti, il marketing esiste da cinquant\x92anni perché esistono le imprese;<br />la comunicazione esiste da un milione di anni perché esistono le persone.<br />Le relazioni sentimentali, l\x92amicizia, qualsiasi lavoro, tutti gli ambienti in<br />cui ci troviamo a vivere hanno profonde analogie con la vendita.<br />Un buon venditore è soprattutto una persona di buone capacità relazionali.<br />L\x92ascolto attivo, la flessibilità, la creatività e la disponibilità sono i pilastri<br />delle sue buone relazioni.<br />]]></content>
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  309. <name>Claudio Maffei</name>
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  312. <title><![CDATA[Morric One]]></title>
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  318. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=357"><![CDATA[Sul palco degli Oscar Ennio Morricone ha parlato in italiano. Non si ha memoria che prima di lui lo avessero fatto altri. È molto probabile che sapesse l\x92inglese, quantomeno abbastanza da imbastire i ringraziamenti di rito. Inoltre leggeva da un foglietto rimasto scaramanticamente piegato per tutta la sera nella tasca dello smoking e quindi, se pure la sua conoscenza della lingua di Shakespeare e Tarantino si fosse fermata a «the cat is on the table», non avrebbe avuto alcuna difficoltà a farsi scrivere qualche frase. Invece ha usato l\x92italiano. Con consapevolezza di sé, senza ostentare orgoglio ma neanche tradire quel complesso di inferiorità tipico dei provinciali che induce tanti suoi connazionali a tuffarsi su ogni parola vagamente esotica e certi onorevoli a riempirsi la bocca di «stepchild adoption» storpiandone la pronuncia e ignorandone il significato.   <br /><br />Faceva effetto sentire risuonare la nostra lingua nel tempio delle divinità hollywoodiane, da Charlize Theron a Steven Spielberg tutte rigorosamente in piedi per rendere omaggio al Maestro. E faceva ancora più effetto cogliere il senso delle sue parole, piane e però non banali, mai sfiorate dalla retorica nemmeno nella dedica finale alla compagna di una vita. Sul palco più internazionale del mondo si aveva l\x92impressione di scorgere l\x92Altro Italiano. Quello che sa coniugare la gravità alla leggerezza, la normalità al talento e l\x92estro alla dignità. Di lui si parla poco perché non è pittoresco, ma ne esiste un esemplare quasi in ogni famiglia. E con la sua presenza dà un senso a tutte le altre. <br /><br /><br />massimo gramellini<br />]]></content>
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  323. <name>Claudio Maffei</name>
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  326. <title><![CDATA[Le 40 regole per parlare bene l'italiano]]></title>
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  332. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=356"><![CDATA[1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.<br />2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.<br />3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.<br />4. Esprimiti siccome ti nutri.<br />5. Non usare sigle commerciali &amp; abbreviazioni etc.<br />6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del           discorso.<br />7. Stai attento a non fare\x85 indigestione di puntini di sospensione.<br />8. Usa meno virgolette possibili: non è \x93fine\x94.<br />9. Non generalizzare mai.<br />10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.<br />11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: \x93Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.\x94<br />12. I paragoni sono come le frasi fatte.<br />13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza      s\x92intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).<br />14. Solo gli stronzi usano parole volgari.<br />15. Sii sempre più o meno specifico.<br />16. L\x92iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.<br />17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.<br />18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.<br />19. Metti, le virgole, al posto giusto.<br />20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.<br />21. Se non trovi l\x92espressione italiana adatta non ricorrere mai all\x92espressione dialettale: peso el tacòn del buso.<br />22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono \x93cantare\x94: sono come un cigno che deraglia.<br />23. C\x92è davvero bisogno di domande retoriche?<br />24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe \x97 o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento \x97 affinché il tuo discorso non contribuisca a quell\x92inquinamento dell\x92informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.<br />25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.<br />26. Non si apostrofa un\x92articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.<br />27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!<br />28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.<br />29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.<br />30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l\x92autore del 5 maggio.<br />31. All\x92inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).<br />32. Cura puntiliosamente l\x92ortograffia.<br />33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.<br />34. Non andare troppo sovente a capo. <br />Almeno, non quando non serve.<br />35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.<br />36. Non confondere la causa con l\x92effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.<br />37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.<br />38. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva \x96 ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica \x96 eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.<br />39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.<br />40. Una frase compiuta deve avere.<br /><br />Umberto Eco<br />]]></content>
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  337. <name>Claudio Maffei</name>
  338. <email>[email protected]</email>
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  340. <title><![CDATA[San Biagio e il panettone]]></title>
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  346. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=355"><![CDATA[Il panettone di San Biagio è una tradizione di Milano poco conosciuta al di fuori dei confini della città, ma utilissima per finire i panettoni avanzati dalle feste di Natale.<br /><br />Perchè bisogna mangiare il panettone di San Biagio? E\x92 presto detto: il 3 febbraio è la giornata che la chiesa cattolica dedica alla celebrazione di San Biagio, una figura che secondo la tradizione popolare milanese \x91benedis la gola e él nas\x91. I milanesi, infatti, sono soliti mangiare un panettone benedetto proprio in questa giornata (anche se non è freschissimo, anzi meglio).<br /><br />Chi era San Biagio<br /><br />San Biagio era un medico armeno, vissuto nel III secolo d.C.: si narra che compì un miracolo quando una madre disperata gli portò il figlio morente per una lisca conficcata in gola. San Biagio gli diede una grossa mollica di pane che, scendendo in gola, rimosse la lisca salvando il ragazzo. Inutile aggiungere che, dopo aver subito il martirio, Biagio venne fatto santo e dichiarato protettore della gola.<br /><br />La tradizione del panettone di San Biagio a Milano<br /><br />Il legame con la città di Milano, però, arrivò molto più tardi: una massaia prima di Natale portò a un frate un panettone perchè lo benedicesse. Essendo molto impegnato, il frate \x96 che si chiamava Desiderio \x96 le disse di lasciarglielo e passare nei giorni successivi a riprenderlo. Ma la donna se ne dimenticò e frate Desiderio, dopo averlo benedetto, iniziò a sbocconcellarlo finchè si accorse di averlo finito.<br /><br />La donna si ripresentò a chiedere il suo panettone benedetto proprio il 3 febbraio, giorno di San Biagio: il frate si preparò a consegnarle l\x92involucro vuoto e a scusarsi, ma al momento di consegnarglielo si accorse che nell\x92involucro era comparso un panettone grosso il doppio rispetto all\x92originale. Era stato un miracolo di San Biagio, che diede il via alla tradizione di portare un panettone avanzato a benedire ogni 3 febbraio e poi mangiarlo a colazione  per proteggere la gola.<br />]]></content>
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  350.   <author>
  351. <name>Claudio Maffei</name>
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  354. <title><![CDATA[Ascoltare non è condividere]]></title>
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  360. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=354"><![CDATA[In tutte le culture millenarie, e soprattutto nella maggior parte delle religioni, l\x92ascolto è un elemento fondante. L\x92ascolto è saggezza, l\x92ascolto è comprensione, alle volte è assoluzione o condanna, ma è sempre un punto di condivisione tra due persone singole, o tra un singolo e la collettività. Si ascoltano i figli, le persone che si amano, si ascoltano le comunità, i cittadini. Si chiede, si valuta, si decide dopo aver ascoltato, e non soltanto le ragioni o delle tesi ma anche qualcosa che viene prima di tutto questo: l\x92essenza del vivere.<br />Mettersi in ascolto è mettersi in cammino, regalare un luogo dove rifugiarsi, trovare conforto: ascoltano i confessori, gli psicoanalisti, i saggi.<br />Ascoltare non è necessariamente condividere, non è un modo per farsi approvare, per avere successo, per vincere con le proprie ragioni. Nell\x92ascolto non si vince e non si perde, non è un combattimento, non è consenso o dissenso, non è adesione o indifferenza. Nell\x92ascolto e nel farsi ascoltare il voler avere ragione, il voler colpire, impressionare, risultare popolari agli altri, serve a poco. Perché mettersi in ascolto è percorrere una strada di solitudine e di diversità che ci può isolare, renderci eccentrici.<br />L\x92ascolto è un karma, in un certo senso; parola sanscrita delle Upanisad vediche che ormai è utilizzata nel linguaggio corrente per indicare all\x92incirca il destino, la predisposizione a qualcosa. Il karma è un agire nel mondo che porta al ciclo di morte e di rinascita del samsara. Da come si agisce, come sanno ormai in molti, si avranno delle conseguenze, e il ciclo di morte e rinascita non è uguale per tutti, dipende da come si agisce, dalla capacità di sentire e di essere nel mondo; dal modo di ascoltarlo, in un certo senso, se intendiamo l\x92ascolto una delle modalità dell\x92agire, una modalità più evoluta.<br />Ma la modernità alle volte è fatalmente invasiva. Semplificare è molto bello, quando si riescono a spiegare concetti complessi con linearità, rendendoli fruibili a molti. Ma banalizzare non è semplificare, e soprattutto ci sono forme di banalizzazione pericolose. Da poco tempo esiste un nuovo social network, si chiama: Maadly. Non sarebbe una notizia se non avesse un aspetto particolare. Non mette in comunicazione persone che si conoscono, o addirittura amici, ma soltanto ed esclusivamente non conoscenti. Questi sconosciuti della rete leggono i tuoi post e i tuoi contenuti e possono mettere un \x93Like\x94 o un \x93Dislike\x94. A ogni like sale il karma dell\x92utente (proprio così, è utilizzato questo concetto). A ogni dislike il karma scende.<br />Invenzione carina e persino originale quella di farsi giudicare da una massa di sconosciuti che possono determinare il tuo Karma. Se hai successo salirà e tu non ti reincarnerai in un insetto o in un verme, ma in un altro essere umano. Se invece non riesci a essere popolare la ruota del samsara girerà malissimo per te.<br />È difficile prevedere il successo, tra i ragazzi soprattutto, di questa applicazione che è già scaricabile sui dispositivi mobili. La banalizzazione del Karma non sarebbe un grande problema. Da anni lo fanno le dottrine New Age e ci siamo abituati. La cosa invece piuttosto grave è che si mette assieme il piacere, il successo, l\x92essere approvati, come fosse un percorso spirituale e di crescita. Il successo, per intenderci, l\x92esser popolari, l\x92avere molti like non è un cammino spirituale, non dovrebbe essere considerato un punto di arrivo. L\x92ambizione non è qualcosa di auspicabile in sé. La ragione e l\x92approvazione del mondo non sono valori, anzi alle volte sono dei disvalori.<br />Bertold Brecht scriveva: «ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati». Insegnare il coraggio di raccogliere molti dislike, farsi ascoltare per quello che si è veramente, e non per riscuotere assenso e successo è il modo migliore per prendersi cura del proprio karma.<br />Rocco Cotroneo - Corriere della Sera]]></content>
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  365. <name>Claudio Maffei</name>
  366. <email>[email protected]</email>
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  368. <title><![CDATA[Non rinunciare mai alla felicità]]></title>
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  374. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=353"><![CDATA["Puoi aver difetti, essere ansioso e vivere qualche volta irritato, ma non dimenticate che la tua vita è la più grande azienda al mondo. <br />Solo tu puoi impedirle che vada in declino. In molti ti apprezzano, ti ammirano e ti amano. <br />Mi piacerebbe che ricordassi che essere felice, non è avere un cielo senza tempeste, una strada senza incidenti stradali, lavoro senza fatica, relazioni senza delusioni.<br />Essere felici è trovare forza nel perdono, speranza nelle battaglie, sicurezza sul palcoscenico della paura, amore nei disaccordi.<br />Essere felici non è solo apprezzare il sorriso, ma anche riflettere sulla tristezza. Non è solo celebrare i successi, ma apprendere lezioni dai fallimenti. Non è solo sentirsi allegri con gli applausi, ma essere allegri nell'anonimato.        <br />Essere felici è riconoscere che vale la pena vivere la vita, nonostante tutte le sfide, incomprensioni e periodi di crisi. Essere felici non è una fatalità del destino, ma una conquista per coloro che sono in grado viaggiare dentro il proprio essere.<br />Essere felici è smettere di sentirsi vittima dei problemi e diventare attore della propria storia. È attraversare deserti fuori di sé, ma essere in grado di trovare un'oasi nei recessi della nostra anima.<br />È ringraziare Dio ogni mattina per il miracolo della vita. Essere felici non è avere paura dei propri sentimenti.<br />È saper parlare di sé.<br />È aver coraggio per ascoltare un "No".<br />È sentirsi sicuri nel ricevere una critica, anche se ingiusta.<br />È baciare i figli, coccolare i genitori, vivere momenti poetici con gli amici, anche se ci feriscono.<br />Essere felici è lasciar vivere la creatura che vive in ognuno di noi, libera, gioiosa e semplice.<br />È aver la maturità per poter dire: \x93Mi sono sbagliato\x94.<br />È avere il coraggio di dire: \x93Perdonami\x94.<br />È avere la sensibilità per esprimere: \x93Ho bisogno di te\x94.<br />È avere la capacità di dire: \x93Ti amo\x94.<br />Che la tua vita diventi un giardino di opportunità per essere felice ...<br />Che nelle tue primavere sii amante della gioia.<br />Che nei tuoi inverni sii amico della saggezza.<br />E che quando sbagli strada, inizi tutto daccapo.<br />Poiché così sarai più appassionato per la vita.<br />E scoprirai che essere felice non è avere una vita perfetta. Ma usare le lacrime per irrigare la tolleranza.<br />Utilizzare le perdite per affinare la pazienza.<br />Utilizzare gli errori per scolpire la serenità.<br />Utilizzare il dolore per lapidare il piacere.<br />Utilizzare gli ostacoli per aprire le finestre dell'intelligenza.<br />Non mollare mai ....<br />Non rinunciare mai alle persone che ami.<br />Non rinunciare mai alla felicità, poiché la vita è uno spettacolo incredibile!"<br /><br />Discorso di Papa Francesco al Sinodo della famiglia]]></content>
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  379. <name>Claudio Maffei</name>
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  382. <title><![CDATA[Mi do il permesso]]></title>
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  388. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=352"><![CDATA["Mi do il permesso di non essere una vittima<br />Mi do il permesso di separarmi da persone che mi trattano bruscamente, con violenza, che mi ignorano, che mi negano un saluto, un bacio, un abbraccio\x85 Da questo preciso momento le persone brusche o violente sono fuori dalla mia vita.<br />Mi do il permesso di non costringermi ad essere \x93l\x92anima della festa\x94, la persona che mette entusiasmo in tutto o quella sempre disponibile al diagolo per risolvere conflitti quando gli altri nemmeno ci provano.<br />Mi do il permesso di non intrattenere ed incoraggiare gli altri a costo di stancarmi io: non sono nato per spingerli ad essere sempre al mio fianco.<br />La mia esistenza, il mio essere è già prezioso.<br />Se vogliono stare al mio fianco devono imparare a valorizzarmi.<br />Mi do il permesso di lasciar svanire le paure che mi hanno inculcato da bambino. Il mondo non è soltanto ostilità, inganno o aggressione. Ci sono anche tanta bellezza e gioa inesplorata.<br />Mi do il permesso di non stancarmi nel tentativo di essere perfetto. Non sono nato per essere la vittima di nessuno. Non sono perfetto, nessuno è perfetto e mi permetto di rifiutare gli schemi altrui: un uomo senza difetti, estremamente impeccabile ovvero disumano.<br />Mi permetto di non vivere nell\x92attesa di una telefonata, di una parola gentile o di un gesto di considerazione. Mi affermo come persona che non dipende dalla sofferenza. Non aspetto rinchiuso in casa e non dipendo da altre persone. Sono io stesso a valorizzarmi, mi accetto e mi apprezzo.<br />Mi permetto di non voler sapere tutto, per non essere sempre presente durante il giorno. Non ho bisogno di molte informazioni, di programmi per il pc, di film al cinema, di giornali, di musica.<br />Mi do il permesso di essere immune alle lodi o agli elogi smisurati: le persone che fanno troppi complimenti finiscono per sembrare opprimenti. Mi permetto di vivere con leggerezza, senza accuse o richieste eccessive. Non fa per me.<br />Mi do il permesso più importante di tutti, quello di essere autentico.<br />Non mi sforzo di compiacere gli altri. È semplice e liberatorio abituarsi a dire di no ogni tanto.<br />Non mi voglio giustificare: se sono felice, lo sono, se non sono felice, non lo sono. Se un giorno del calendario è considerato come quello in cui sentirsi obbligatoriamente felici, io mi sentirò esattamente come mi sentirò.<br />Mi permetto di sentirmi bene con me stesso e non come vogliono le usanze o quelli che mi stanno attorno: quello che è \x93normale\x94 o \x93anormale\x94 nei mie stati emotivi sarò io a deciderlo"<br />JOAQUÍN ARGENTE]]></content>
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  396. <title><![CDATA[Colpa del Prof.]]></title>
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  402. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=351"><![CDATA[Durante le lezioni i ragazzini di una media di San Francesco al Campo, nel Torinese, riprendono gli insegnanti con il telefonino (il cui uso in classe è severamente proibito, dunque tacitamente tollerato) per poi metterli alla berlina sui social. I prof si lamentano e ventidue teleoperatori in erba finiscono sospesi da scuola. Molti genitori insorgono. Per sgridare la spregiudicata prole? Giammai. Deprecano la rigidità degli insegnanti: perché prendersela per una ragazzata che alla peggio finirà sotto gli occhi di qualche milione di persone?  <br /> <br />Con l\x92assoluzione urbi et orbi, soprattutto orbi, dall\x92abuso di Instagram e Facebook, si restringe sempre più la sfera dei comportamenti scolastici attribuibili ai figli. Se tirano uno schiaffo al prof, la colpa è del prof che non ha saputo incutere nella scolaresca il dovuto rispetto. Se gli rubano il registro, la colpa è del prof che lo ha lasciato in vista: una sorta di istigazione a delinquere. Ma anche se gli mettono una mano di vernice sulla sedia e lui/lei ci spalma i pantaloni o la gonna sopra, la colpa è del prof che non ha controllato prima di sedersi. E se gli fratturano il malleolo con una mazza da baseball? Che domande: la colpa è del prof, anzi della scuola intera, che ha permesso a un oggetto contundente di circolare indisturbato per i corridoi. Se poi un angioletto di mamma e papà prende due in tutte le materie, la colpa è ovviamente e unicamente del prof che non ha saputo stimolare l\x92allievo e interessarlo alle lezioni. In realtà ci sarebbe una colpa che non si può dare ai figli (e tantomeno al prof): di avere dei genitori così. <br />Massimo Gramellini La Stampa]]></content>
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  407. <name>Claudio Maffei</name>
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  410. <title><![CDATA[Non restare a piangere sulla mia tomba]]></title>
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  416. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=350"><![CDATA[Non restare a piangere sulla mia tomba.<br />Non sono lì, non dormo.<br />Sono mille venti che soffiano.<br />Sono la scintilla diamante sulla neve.<br />Sono la luce del sole sul grano maturo.<br />Sono la pioggerellina d\x92autunno.<br />Quando ti svegli nella quiete del mattino\x85<br />Sono le stelle che brillano la notte.<br />Non restare a piangere sulla mia tomba.<br />Non sono lì, non dormo.<br /><br />canto navajo]]></content>
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  421. <name>Claudio Maffei</name>
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  424. <title><![CDATA[Pepsi: il vecchio modello pubbliciterio è morto]]></title>
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  430. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=349"><![CDATA[I modelli di agenzia pubblicitaria stanno andando in pezzi. I pre-roll sono inutili. I modelli di misurazione sono obsoleti. L\x92intero settore manca di varietà. E la locuzione \x93marketing digitale\x94 dovrebbe essere eliminata.<br /><br />Queste affermazioni sono state tra le dichiarazioni rilasciate mercoledì (14 ottobre 2015 N.d.R.) da Brad Jakeman, dirigente di PepsiCo, in una impetuosa  e verace presentazione che si è tenuta alla conferenza annuale \x93Master of Marketing\x94 dell\x92Association of National Advertising a Orlando, in Florida.<br /><br />Jakeman \x96 che è presidente del gruppo globale del beverage PepsiCo \x96 si è spinto fino a suggerire che anche la parola \x93advertising\x94 dovrebbe essere eliminata. Lo ha fatto davanti a 2.700 professionisti di marketing ed agenzie pubblicitarie in un evento organizzato da una associazione che contiene del suo nome la parola \x93advertising\x94. \x93Possiamo smettere di usare il termine di advertising, che si basa su questo modello di [contenuto] inquinante,\x94 ha affermato.<br /><br />\x93Provo una particolare irritazione per i pre-roll. Li odio\x94, ha aggiunto. \x93Quello che è peggio è che so che le persone che li stanno facendo sanno che li odio. Perché lo so? Perché mi dicono per quanto tempo devo sopportarli \x96 30 secondi, 20 secondi, 15 secondi. Devi solo guardare questa merda per altri 10 secondi e poi potrai raggiungere il contenuto che volevi davvero vedere. Questo è un modello di contenuti inquinante che non è più sostenibile\x94.<br /><br />Ma Jakeman, il cui discorso è stato intitolato \x93Designing for Disruption\x94, ha tenuto in serbo le parole più dure per le agenzie pubblicitarie. \x93Il modello di agenzia con cui sono cresciuto per gran parte della mia vita non è cambiato,\x94 ha affermato, sottolineando come lavori nel settore pubblicitario da 25 anni. \x93Eppure, i CEO delle agenzie sono seduti lì a guardare i clienti sparire\x85 li stanno guardando essere molto più eterogenei di quanto non siano mai stati\x94.<br /><br />Continuando lo sfogo, ha detto che \x93l\x92allineamento globale delle agenzie è un dinosauro\x94 e ha messo in discussione il livello di innovazione. \x93Sono molto preoccupato per la mancanza di flessibilità di questo modello, che finirà per rompersi se non si pensa a fare innovazione\x94.<br /><br />Jakeman anche fatto a pezzi la mancanza di diversità del settore. \x93Come cliente sono stanco di stare seduto in meeting in cui un intero gruppo di maschi eterosessuali bianchi mi vogliono dire come fare a vendere il mio brand che viene acquistato per l\x9285% da donne\x94, ha detto. \x93L\x92innovazione e la rottura non possono provenire da gruppi omogenei di persone\x94.<br /><br />La presentazione di Jakeman è stata pressoché priva di marketing promozionale di Pepsi, fatta eccezione per una lattina di Pepsi blu che teneva nella mano destra. E mentre metteva in discussione i modelli di agenzia, è stato anche critico nei confronti del marketing aziendale, non in grado di stare al passo con i tempi.<br /><br />Ha raccontato di essere stato a molte conferenze, di avere  visto alcune cose davvero creative, definite \x93fantastiche\x94. Ma non ha visto \x93la nostra industry tirar fuori nulla di davvero dirompente\x94, ha aggiunto. \x93Stiamo ancora parlando di spot di 30 secondi. Sul serio?\x94<br /><br /> ]]></content>
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  438. <title><![CDATA[Una storia zen]]></title>
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  444. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=348"><![CDATA[Un maestro zen vide uno scorpione annegare e decise di tirarlo fuori dall'acqua.<br />Quando lo fece, lo scorpione lo punse.<br />Per l'effetto del dolore, il padrone lasciò l'animale che di nuovo cadde nell'acqua in procinto di annegare.<br />Il maestro tentò di tirarlo fuori nuovamente e l'animale lo punse ancora.<br /><br />Un giovane discepolo che era lì gli si avvicina e gli disse:<br />" mi scusi maestro, ma perché continuate??? Non capite che ogni volta che provate a tirarlo fuori dall'acqua vi punge? "<br />Il maestro rispose: <br />" la natura dello scorpione è di pungere e questo non cambierà la mia che è di aiutare."<br /><br />Allora, il maestro riflette e con l'aiuto di una foglia, tirò fuori lo scorpione dell'acqua e gli salvò la vita, poi rivolgendosi al suo giovane discepolo, continuò:<br />" non cambiare la tua natura se qualcuno ti fa male, prendi solo delle precauzioni. Perché, gli uomini sono quasi sempre ingrati del beneficio che gli stai facendo. Ma questo non è un motivo per smettere di fare del bene, di abbandonare l'amore che vive in te.<br />Gli uni perseguono la felicità, gli altri lo creano.<br />Preoccupati più della tua coscienza che della tua reputazione. <br />Perché la tua coscienza è quello che sei, e la tua reputazione è ciò che gli altri pensano di te...<br />Quando la vita ti presenta mille ragioni per piangere, mostrale che hai mille ragioni per sorridere."]]></content>
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  449. <name>Claudio Maffei</name>
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  452. <title><![CDATA[Lamentarsi rende stupidi]]></title>
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  458. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=347"><![CDATA[Recenti ricerche scientifiche fatte anche alla Stanford Universityhanno dimostrato che ascoltare per più di 30 minuti al giornocontenuti intrisi di \x93negatività\x94 nuoce a livello cerebrale. La lamentela viene processata in quella parte di cervello dedicata alle funzioni cognitive normalmente usata per risolvere i problemi e la sua presenza causa letteralmente una rimozione di neuroni.<br />Senza prestare attenzione al nutrimento che diamo al nostro cervello i neuroni sono a rischio e il malessere è garantito. Un ulteriore studio di Eurodap sostiene che il 90% degli italiani vive in un costante stato di allarme. I media mettono in primo piano informazioni allarmanti, tragiche e scabrose, fornendo una selezione che può solo incoraggiare gli stati d\x92ansia e tensione come concimi per la paura, la disillusione e la perdita di speranza. Ma, secondo quanto emerso dalle ultime ricerche, anche l\x92esporsi a negativitàdurante quella che dovrebbe essere una semplice pausa caffè, può avere lo stesso effetto \x93nocivo\x94. Basti pensare ai tipici monologhi tra colleghi:<br />Pubblicità<br />\x93Non se ne può più!\x94 <br />\x93Qui non cambia mai niente!\x94 <br />\x93Bisogna scappar via subito da questo Paese!\x94<br />Per una forma di cortesia o per desiderio di compiacere, ci ritroviamo ad annuire e a subire, e senza nemmeno rendercene conto a rinforzare e incoraggiare lo \x93stato di lamentela\x94. Che è molto diverso dal prendere coscienza e condividere la ricerca di soluzioni.<br />Ecco l\x92amara verità decretata dalla ricerca: le vibrazioni emesse da chi si \x93lamenta\x94 in nostra presenza emettono onde magnetiche sui neuroni dell\x92ippocampo del ricevente (i neuroni risolutori di problemi) spegnendoli. I suoi e i nostri.<br />I neuroni, i nostri \x93paladini e soldati dell\x92intelligenza\x94 vanno in modalità off perché il nostro cervello, che cataloga gli impulsi ricevuti, reputa la lamentela un contenuto di basso livello. E se i neuroni si spengono, non è difficile immaginare quanto questo sia a discapito delle capacità cognitive, intellettive, umorali. Conseguentemente sarà facile perdere colpi in creatività e in capacità di risolvere agilmente i problemi o uscire da situazioni critiche utilizzando inventiva e immaginazione di possibili soluzioni.<br /><br />Per confermare queste ultime ricerche e anche per avere qualche chiarimento in materia, ho intervistato la Dottoressa Erica Francesca Poli. La dottoressa mi ha raccontato che nutrire il cervello con pensieri negativi equivale a rinforzare le stesse reti neurali che hanno provocato il disagio iniziale, innescando un circolo vizioso da cui poi è difficilissimo uscire. Al contrario è proprio lo sforzo di superare un momento di crisi che crea nuove prospettive e nuove reti neurali.<br />Neuroplasticità come elisir di giovinezza<br />Le persone che scelgono consapevolmente di trasformare le cosiddette \x93crisi in opportunità\x94 sono di fatto i benefattori della neuroplasticità del loro cervello. Veri e propri architetti di reti neurali.<br />Per sbloccare le situazioni difficili Dottoressa Poli sugerisce di evitare situazioni e persone lamentose per definizione. Oltre al danno cerebrale, più tempo passiamo con una persona negativa, più è probabile che imiteremo il suo comportamento.<br />E per prevenire quanti penseranno che questo sia il solito post di \x93positività gratuita\x94, e che qui non c\x92è niente di cui essere fiduciosi, e che i fatti sono sotto i nostri occhi\x85 Ecco vorrei dire che: una cosa è avere la capacità di vedere le negatività che abbiamo intorno, e un\x92altra è vedere le cose negativamente. Abbiamo il nostro cervello, usiamolo per trovare soluzioni alle negatività.<br />Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare.<br />Giovanni Falcone<br />Il Fatto Quotidiano]]></content>
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  462.   <author>
  463. <name>Claudio Maffei</name>
  464. <email>[email protected]</email>
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  466. <title><![CDATA[Buonisti un cazzo e...viva l'Italia!]]></title>
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  472. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=346"><![CDATA[Un mese fa, o poco più, l\x92emergenza migranti è stata gestita dai cittadini milanesi con entusiasmo ed efficienza. La stazione era piena di persone comuni che distribuivano viveri, vestiti, informazioni. Attorno a loro lavoravano alacremente le forze dell\x92ordine.<br /><br />Ogni giorno navi della nostra Marina militare salvano vite umane nel Canale di Sicilia. Lo fanno pure ora che la missione Mare Nostrum è diventata Triton, anche sulla spinta di Merkel e C., e teoricamente avrebbe valenza ben poco umanitaria.<br /><br />Associazioni religiose, laiche, semplici cittadini si incaricano quotidianamente, in una sorta di Resistenza civile, di equilibrare l\x92Italia orrenda e diffusa che sfrutta i clandestini. Un\x92Italia trasversale che parte dai campi di pomodori del sud e arriva fino alle Langhe, dove i raccoglitori d\x92uva sono schiavi ucraini e moldavi.<br /><br />Siamo un Paese molto migliore di quel che crediamo di essere.<br /><br />Ma ce ne vergogniamo.<br /><br />Chiunque dica o anche faccia cose concrete per i più sfortunati viene deriso, tacciato di secondi fini, assimilato ai Buzzi, definito col più rotondo e sgraziato degli aggettivi: buonista.<br /><br />Beh, buonisti un cazzo.<br /><br />Buoni, semmai. Non perfetti, non santi, non intangibili. Ma buoni. O, se preferite, migliori. Migliori di chi gorgoglia razzismo più o meno mascherato e cerca sempre un nuovo pusher di palle \x96 giornali, politici, buffoni vari che lucrano sull\x92intolleranza \x96 con cui giustificare la propria coscienza livorosa.<br /><br />Gente che magari ciancia di patriottismo, di difesa della bandiera, di identità nazionale. Gente che deve sapere una cosa: proprio quella vergogna ha appena tenuto l\x92Italia fuori dai libri di Storia.<br /><br />Perché la Germania avrà certo operato \x96 anche \x96 un calcolo, aprendo ai profughi siriani. Avrà anche spalancato le frontiere perché con un\x92economia così solida l\x92impatto può essere retto più facilmente. Avrà anche deciso di ribaltare l\x92inerzia della propria percezione all\x92estero dopo essere stata vissuta in giro per il Mondo come la carnefice della Grecia e la punta di diamante della Troika o di chi volete voi.<br /><br />Fatto sta che ha reagito alla prima vera emergenza nazionale come umilmente mi ero permesso di suggerire al nostro amato Premier  \x93Accogliamoli tutti\x94.<br /><br />E che quella solidità, quell\x92economia intonsa, quell\x92orgoglio di popolo, vengono da un Paese che non evade 300 miliardi di tasse l\x92anno, che distribuisce diritti ai propri cittadini perché sa chiedere i doveri, in cui c\x92è qualcuno che prende una decisione impopolare sul fronte interno, a forte rischio terrorismo, semplicemente perché la considera inevitabile.<br /><br />Noi no. Noi titilliamo i ladri, soprattutto quelli della porta accanto, e accettiamo che un Paese largamente corrotto sia ineluttabile. Chiediamo loro il voto anche da sinistra, dando de facto dei babbei a chi si comporta decentemente. Nonostante tutto.<br /><br />Li deridiamo se siamo di destra. Dicendo che non ci sono i soldi. Quelli dell\x92Iva che ci teniamo in tasca.<br /><br />Per questo, su quei libri, ci sarà un poliziotto di Monaco e non un marinaio di Lampedusa. Per questo potevamo fare la Storia, e ancora una volta l\x92avremo subita. Per colpa di una minoranza vincente che applaudirebbe i migranti solo se sfilassero dentro a una cassa di legno.<br /><br />Viva l\x92Italia.<br /><br />Luca Bottura]]></content>
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  477. <name>Claudio Maffei</name>
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  480. <title><![CDATA[Il buon manager si vede nel momento della pausa]]></title>
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  486. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=345"><![CDATA[C\x92è un brano musicale che dovrebbe avere all\x92incirca 60 anni, scritto da John Cage, musicista eclettico e per certi versi poco disposto a farsi costringere nei canoni della musica tradizionale, che si chiama 4\x9233\x94. Il brano, scritto per qualsiasi strumento, costringe il musicista a non suonare e dunque a prestare attenzione a tutti i suoni circostanti.<br /><br />Io lo interpreto come una forma di allontanamento da sé e di richiamo all\x92attenzione verso l\x92esterno: rumori, fruscii, risatine, bacchette, calpestii. Un foglio che cade, un colpo di tosse. C\x92erano anche prima, ma adesso li ascolti.<br /><br />John Cage usa la pausa per fermare il momento. Per concedere meno attenzione a se stesso e a ciò che si sta facendo (che nel caso di un direttore d\x92orchestra si tratta di interrompere l\x92attività più importante:  l\x92esecuzione di una sinfonia), per prestarla altrove.<br /><br />Viviamo una tradizione di manager super-impegnati sostenuti da scuse da scolaretto che vanno dal \x93dottore è in riunione\x94 a \x93risentiamoci fra 3 mesi, adesso siamo sotto budget\x94 (che una volta di queste vorrei chiederlo: ma se lei che è il direttore del personale ci mette 3 mesi a chiudere un budget, che vita farà mai il direttore amministrativo-finanziario?) sono lo specchio di un management molto concentrato su di se\x92, su obbiettivi sempre più personali e sempre meno aziendali più o meno chiari, attenti a dimostrare e sempre meno a ragionare, confrontare, relazionare. Sono quelli che continuano a guardare il computer quando sei di fronte a loro a spiegargli qualcosa di profondamente importante per te, mentre loro fanno \x93sì sì\x94 con la testa.<br /><br />E questo fa male all\x92azienda, come dimostra l\x92intervento di Stefan Sagmeister, designer e titolare di uno degli studi più creativi di NewYork a un TedX del 2009 (che potete godervi nella magia del sottotitolo) dove si afferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che non è stando asserragliati in ufficio che si diventa più produttivi, ma bensì conoscendo persone e temi nuovi e respirando aria diversa.<br /><br />Ogni 7 anni Sagmeister chiude lo studio e si dedica ad un anno sabbatico dove viaggia alla ricerca di nuove ispirazioni, di nuove conoscenze, di nuove relazioni da far confluire nel suo lavoro, importando così nuove tendenze, attitudini, esperienze.<br /><br />Elementare, considerando le tendenze di tante aziende che negli ultimi anni teorizzano l\x92home office, l\x92auto-certificazione delle presenze o l\x92orario flessibile, l\x92equilibrio fra vita familiare e benessere aziendale.<br /><br />Complesso, considerando certi imprenditori che devono avere \x93sotto controllo\x94 i propri dipendenti anche nei casi di figure professionali che potrebbero tranquillamente collaborare da casa una parte del loro tempo aumentando efficacia ed efficienza (è statistico che da casa si tenda a lavorare quasi il doppio rispetto all\x92ufficio) e diminuendo costi e spazi.<br /><br />Sebbene tirando un po\x92 di acqua al proprio (business) mulino, Expedia.it,  realizzò due anni fa uno spot pubblicitario molto azzeccato, dove Alex, bruttino, dall\x92aspetto generoso e con il nodo di cravatta fatto male, ride e socializza con il suo capo raccontando che i Bulgari scuotono la testa per dire sì e la chinano per dire no (\x93perché lui è appena stato in Bulgaria\x93), mentre il diligente \x93povero Christian\x94, vestito tutto in tiro, con in mano il suo caffè americano (particolare che lo certifica quasi sicuramente quale MilaneseImbruttito), rosica nel vedere la scena. (\x93Lui che probabilmente ha passato le ferie in ufficio\x94).<br /><br />I Christian devono sparire. Gente che risponde alle mail a mezzanotte o perennemente connessi per dimostrare attaccamento all\x92azienda e efficenza 24/24 non servono più a nessuno, nè mai sono serviti. Alimentano una catena di (im)produttività che esalta attività inutili generate di proposito in orari presidiati da nessuno (mail e ordini che verranno comunque lette ed eseguiti almeno 9 ore dopo) dove invece è più utile dedicarsi ad attività che ossigenino il cervello, alimentano la curiosità, stabilizzino la vita affettiva e familiare permettendo maggiore serenità sul posto di lavoro.<br /><br />Non c\x92è niente di più palloso, inutile e dannoso di un capo o un collega che a pranzo non abbia altri argomenti che i clienti, il budget, il business e le battute sulle colleghe. Niente è più imbarazzante di un interlocutore senza interessi, senza un libro da scambiare, un film di cui discutere, un Paese da suggerire per il prossimo viaggio.<br /><br />Si dice che il business spesso si fa a tavola, ma devi aver qualcosa di cui parlare. Forse è per questo che certi business-men si sono spostati sui campi da golf o nelle palestre.<br /><br />Stressati  dagli impegni mal gestiti e frustrati dalla totale mancanza di creatività, si finisce per confondere i valori aziendali con i propri interessi. E spesso le due cose non coincidono.<br /><br />\x93alla nostra azienda questa attività non interessa\x94 / \x93splendida idea, per la nostra azienda questi sono valori importanti\x94 mi hanno detto a dicembre due dirigenti della stessa azienda.<br /><br />Io stacco.<br /><br />Da quando sono consulente (ormai 5 anni), mi sono dato una regola: 40 giorni d\x92estate e 15 d\x92inverno mi fermo. Perché durante l\x92anno i clienti non possono aspettare e quindi macino 80.000 chilometri in macchina e 20.000 in treno. Perché durante l\x92anno mi alzo troppo presto e vado a letto troppo tardi. Perché durante l\x92anno faccio fatica a leggere libri. Perché durante l\x92anno ho poco tempo per la famiglia, gli amici di una vita, la scrittura, la chitarra, le playlist sull\x92Ipod, le passioni.<br /><br />Stacco perché voglio avere qualche argomento in più da condividere durante i miei pranzi (e odio il golf e la palestra), che sia un viaggio, un aneddoto, o anche solo qualche titolo di libro fra le decine che d\x92inverno compro e che affollano il mio comodino impolverati in attesa dell\x92estate.<br /><br />Anche se probabilmente non riuscirò a leggerli tutti, perché come diceva Troisi \x93loro sono un milione a scrivere e io uno solo a leggere\x93. Buone ferie.<br />Osvaldo Danzi]]></content>
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  491. <name>Claudio Maffei</name>
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  494. <title><![CDATA[La passione costruisce la rilevanza di un brand]]></title>
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  500. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=344"><![CDATA[Costruire la rilevanza e l\x92identità di una marca non può prescindere, a mio avviso, da quattro fondamentali linee guida: l\x92autenticità, la coerenza, un approccio olistico e quello che io chiamo \x93rigore flessibile\x94. Nei miei 17 anni come Global Public Relations Director e Chief Sustainability Officer di illycaffè ho delineato la teoria e la pratica di questo approccio che ho avuto la possibilità di sperimentare e perfezionare con i miei collaboratori. Il caso illy può aiutare a capire come questi quattro valori possano guidare il lavoro del comunicatore verso i risultati desiderati.<br /><br />Cominciamo con l\x92autenticità. Illy ha scelto l\x92arte come piattaforma strategica per la sua comunicazione, sulla base del fatto che il caffè è stata la bevanda della cultura per secoli. Una buona tazza di caffè è stato e rimane il modo ideale per suggellare la creazione di molti movimenti artistici. Si tratta anche di una questione di radici: i molti caffè storici di Trieste hanno da sempre sempre ospitato creativi d\x92ogni sorta. Così, quando illy chiede ad artisti contemporanei \x96 sia star di fama mondiale come Marina Abramovich, Michelangelo Pistoletto! Jet Koons e Yoko Ono o giovani talenti all\x92inizio della propria carriera \x96 di dipingere sulla superficie bianca di una tazza di caffè, si crea un legame indissolubile tra la comunicazione e il prodotto stesso. In poche parole, l\x92autenticità della comunicazione è l\x92urgenza che nasce dal DNA di una azienda, di un prodotto o di un marchio.<br /><br />Coerenza significa che una volta che si sceglie un determinato territorio per la propria strategia di comunicazione, si rimane legati ad esso. Se si ha a che fare con una brand globale, è necessario applicare la stessa strategia in ogni paese. Illy viene venduto in 140 paesi e l\x92approccio di comunicazione guidata dall\x92arte contemporanea è lo stesso ovunque. Ad esempio, è il caffè ufficiale delle maggiori fiere d\x92arte contemporanea non solo in Italia, ma anche negli Stati Uniti, Spagna, Regno Unito, Olanda, e così via. Tuttavia, coerenza non significa fare sempre le stesse cose altrimenti si rischia di diventare irrilevanti e noiosi. Ecco perché, quando l\x92azienda stabilisce relazioni a lungo termine con istituti d\x92arte, si fa in modo che ogni progetto o evento sia diverso, con sempre un tocco di innovazione e creatività. Ecco perché  in occasione della Biennale di Venezia, con la quale illy collabora dal 2003, la presenza della marca non è mai una mera sponsorizzazione. È sempre un vero e proprio progetto che aggiunge contenuti di valore e rilevanti per l\x92evento in sé. É stato così con l\x92installazione \x93Ascension\x94 di Anish Kapoor   presso la chiesa di San Giorgio nel 2011 o con la mostra di fotografie dedicate ai Paesi coltivatori di caffè da Sebastiao Salgado alla Fondazione Bevilacqua La Masa nel 2015.<br /><br />Al fine di ottimizzare gli investimenti e migliorare la propria strategia di comunicazione, poi,  è di fondamentale importanza di adottare un approccio olistico. Questo significa lasciare che ciò che si sceglie di comunicare influenzi e plasmi ciò che l\x92azienda è. Sempre a titolo di esempio, l\x92arte contemporanea di illy si può trovare non solo le collezioni di tazze, ma anche sul packaging, sugli accessori, sui libri e riviste aziendali, nonché all\x92interno della catena di bar che l\x92azienda ha in tutto il mondo. L\x92apertura ufficiale di un coffee shop Espressamente illy a Parigi si è tenuta non a caso in occasione del vernissage della mostra \x93Le Paradis sur Terre\x94 di Michelangelo Pistoletto al Louvre nel 2013. Michelangelo ha realizzato una tazza speciale per l\x92evento che è stata lanciato nel nuovo bar alla presenza dell\x92artista che ha firmato copie per gli ospiti e per i rappresentanti dei media presenti all\x92evento.<br /><br />Inoltre, particolare attenzione deve essere prestata ai dipendenti. Se si vuole avere successo con un approccio di comunicazione è necessario avere a bordo tutta l\x92organizzazione e non solo chi si occupa di comunicazione e marketing. Quindi bisogna lavorare anche sulla cultura interna al fine di diffondere gli stessi messaggi ovunque. Ad ogni Biennale, illy offre ai propri dipendenti la possibilità di partecipare a visite guidate, mentre molti artisti vengono spesso alla sede di Trieste a incontrare i collaboratori.<br /><br />Ultimo punto, ma non meno importante, è il rigore flessibile. Per me rigore flessibile significa che, sì, è sempre necessario essere coerenti. Tuttavia, allo stesso tempo, è necessario mantenere sempre la mente, gli occhi e il cuore aperti. E se si capisce che c\x92è un\x92opportunità interessante, anche se non è esattamente nel territorio si è scelto, si può decidere di coglierla e di raccontare una storia un po\x92 diversa ai propri stakeholder, purché &amp;#8203;&amp;#8203;coerente con la strategia di comunicazione. Dopo 12 anni di arte contemporanea in illy abbiamo deciso di diventare partner dell\x92evento letterario più importante d\x92Italia, Festivaletteratura, che raccoglie a Mantova 50.000 visitatori ogni anno. Di fatto la letteratura è un\x92altra forma di cultura molto vicina a caffè.<br /><br />Vorrei concludere con aggiungendo un quinto punto, che in realtà è, a mio avviso, il più importante: la passione. Si ha davvero bisogno di essere guidati dalla passione \x96 direi dal\x92 ossessione \x96 quando si vuole costruire la rilevanza e l\x92identità di una marca attraverso una strategia ed un approccio di comunicazione. È solo grazie alla passione, infatti che si può essere sicuri di percorrere le altre quattro tappe con successo.<br />Anna Adriani]]></content>
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  508. <title><![CDATA[«Realizzare l'avvenire è come viaggiare]]></title>
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  514. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=343"><![CDATA[La comunicazione è inscindibile dalla vita, è l\x92elemento cardine di essa. Persiste dove vi è esistenza e non cessa di farlo, nemmeno a causa del silenzio: anche tacere diventa un relazionarsi. "Negli anni Settanta era impossibile vendere la comunicazione\x92\x92 afferma Claudio Maffei, oggi uno degli esperti più noti nel campo delle relazioni interpersonali, nonché scrittore. Ha infatti avuto luogo ieri, presso la sede Confindustria Ravenna,  la conferenza sul suo ultimo testo: \x91\x92il futuro non si prevede, lo si inventa\x92\x92, un\x92opera che vuole incoraggiare la concretizzazione  dei sogni di un domani. Egli paragona la realizzazione di ciò che verrà ad un viaggio sulla maestosa Route 66. Vede l\x92avvenire costituito da ogni singola parola-chiave scritta nelle pagine del libro, che ne incatena esattamente 66. Ad ognuna di esse  è dedicato un capitolo di riflessione e quasi giocando, l\x92autore presenta qualche dettaglio estrapolato da quello che viene scelto sul momento. Maffei parla a coloro che si vogliono realizzare e ai giovani, dando loro in modo molto spontaneo e profondo indicazioni per farlo. Affronta il tema dell\x92ascolto, lo trascina all\x92interno dell\x92azienda: capita che un subalterno chieda ad un suo superiore di poter parlare: probabilmente il secondo gli risponderà che non ha tempo. Non solo nel mondo del lavoro, ma in qualsiasi tipo di relazione molte volte ci imponiamo con la parola sugli altri, impedendo così alla loro di giungere a noi.\x91\x92 Il nostro futuro sarà tanto più ricco quanto più sapremo esercitarci nell\x92arte dell\x92ascolto\x92\x92, scrive nel secondo capitolo. Discute poi di \x91\x92realtà\x92\x92 e \x91\x92rappresentazione della realtà\x92\x92. Dice che la colpa del non capirsi non sta nell\x92orecchio di chi intende, ma si nasconde tra le parole di chi parla: \x91 la mappa non è il  territorio\x92. Con ciò si vuole precisare che un\x92 opinione non può pretendere di essere verità. "Chiudi gli occhi, pensa ad un luogo della tua città. È reale? No. È come lo vedi tu. È una rappresentazione della realtà, ma non la realtà in sé.\x92\x92 Dice ad un ragazzo presente in sala. Per questo, spesso non troviamo un punto d\x92incontro quando parliamo con qualcuno:  vogliamo che gli altri abbiano una nostra stessa ottica  delle cose, ma ciò non è possibile. Indispensabile è poi il sogno, quell\x92immaginare la vita che si vuole. Nel libro vengono citati gli  \x91"ammazza-sogni\x92\x92, quelle persone così pessimiste e scettiche che diranno per invidia o troppo amore  che non ce la si può fare. No, mai permettere a chicchessia di affievolire una nostra fantasiosa certezza.  In PNL si dice: \x91\x92se c\x92è qualcuno che può fare questa cosa, allora la puoi fare anche tu\x92\x92 afferma Claudio. Paura e insicurezza diventano intimidazioni, sfide da vincere, forse le originarie curve pericolose di quella che veniva soprannominata \x91\x92Bloody 66\x92\x92 prima che la sicurezza venisse maggiormente garantita. Pochi ragazzi erano presenti in sala, ma Maffei parla anche a loro attraverso il libro o di persona nelle scuole. Lo caratterizza l\x92estrema profondità con cui tratta gli argomenti, approcciandosi ad essi con stupefacente sensibilità, emozionando e lasciando stupito chi lo sa ascoltare. "La nostra guida interiore si manifesta attraverso sogni o fantasie ad occhi aperti, quelle che teniamo segrete\x92\x92. Questa è la penultima frase del capitolo numero 57: "Sogno\x92\x92.<br />di Veronica Saglimbeni per Ravenna e dintorni.]]></content>
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  519. <name>Claudio Maffei</name>
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  522. <title><![CDATA[L'esperimento delle banane]]></title>
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  528. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=342"><![CDATA[ESPERIMENTO, PRIMA PARTE.<br /><br />Nel 1967 il Dott. Stephenson ha condotto un esperimento in cui erano coinvolte 10 scimmie, una gabbia, una banana, una scala e uno spruzzatore di acqua gelata.Stephenson rinchiude 5 scimmie in una grande gabbia. All\x92interno della gabbia mette una scala e sulla scala  un casco di banane.<br /><br />Le scimmie si accorgono immediatamente delle banane e una di loro si arrampica sulla scala. Appena lo fa, però, lo sperimentatore la spruzza con dell\x92acqua gelida.Poi riserva lo stesso trattamento alle altre 4 scimmie.<br /><br />La scimmia sulla scala torna a terra e tutte e 5 restano sul pavimento, bagnate, al freddo e disorientate. Presto però la tentazione delle banane è troppo forte e un\x92altra scimmia comincia ad arrampicarsi sulla scala. Di nuovo lo sperimentatore spruzza l\x92ambiziosa scimmia e le sue compagne con l\x92acqua gelata. Quando una terza scimmia prova ad arrampicarsi per arrivare alle banane le altre scimmie, volendo evitare di essere spruzzate, la tirano via dalla scala malmenandola. Da questo momento le scimmie non proveranno più a raggiungere le banane.<br /><br />La seconda parte dell\x92 esperimento prevede l\x92introduzione di una nuova scimmianella gabbia. Appena questa si accorge delle banane prova naturalmente a raggiungerle. Ma le altre scimmie, conoscendo l\x92esito, la obbligano a scendere e la picchiano. Alla fine anche lei, come le altre 4 scimmie, rinuncia a mangiare la banana senza mai essere stata spruzzata con l\x92acqua gelata, quindi senza sapere perché non potesse farlo.<br /><br />A questo punto un\x92altra scimmia scelta tra le 4 originarie rimaste, è stata sostituita con una nuova. Il nuovo gruppo era composto da 3 delle scimmie iniziali (che sapevano perché non tentare di prendere la banana), 1 scimmia che aveva imparato a rinunciare alla banana a causa della reazione violenta delle altre e 1 scimmia nuova.<br /><br />Qui la storia si fa interessante. La scimmia nuova, come previsto, tenta di raggiungere la banana. Come era avvenuto con la scimmia precedente, le altre scimmie le impediscono di raggiungere il frutto senza che il ricercatore dovesse spruzzare dell\x92acqua. Anche la prima scimmia sostituita, quella che non era mai stata spruzzata ma era stata dissuasa dalle altre, si è attivata per impedire che l\x92ultima arrivata afferrasse la banana.<br /><br />LA CONCLUSIONE DELL\x92 ESPERIMENTO<br /><br />La procedura della sostituzione delle scimmie viene ripetuta finché nella gabbia sono presenti solo scimmie \x93nuove\x94, che non sono mai state spruzzate con l\x92acqua.<br />L\x92ultima arrivata tenta naturalmente di avvicinarsi alle banane ma tutte le altre glielo impediscono:  nessuna di esse però conosce il motivo del divieto!<br /><br />Stephenson descrive l\x92atteggiamento inquisitore dell\x92ultima scimmia arrivata, come se cercasse di capire il perché del divieto di mangiare quella banana così invitante. Nel suo racconto le altre scimmie si sono guardate tra loro, quasi a cercare questa risposta. Il problema è che nessuna delle scimmie presenti la conosceva, perché nessuna era stata punita dallo sperimentatore per averci provato, era stato il gruppo a opporsi.<br />Una nuova regola era stata tramandata alla generazione successiva, ma le sue motivazioni erano scomparse con la scomparsa del gruppo che l\x92aveva appresa.<br /><br /> Se fosse stato possibile chiedere alle scimmie perché picchiavano le compagne che provavano a salire sulla scala, la risposta sarebbe stata più o meno questa: \x94 Non lo so, è così che si fa da queste parti!\x94 Suona familiare?<br /><br />Non smettere di indagare, di chiedere, di trovare nuovi paradigmi. Spesso il nostro modo di agire è solo il frutto di azioni che ripetiamo perché l\x92abbiamo visto fare da altri, senza sapere bene il perché. Cambiate le vostre abitudini. Non abbiate paura. Sfuggite al più grande esperimento sociale mai visto nella storia, quello di consumare quello che altri (gli sperimentatori) vogliono che consumiamo, quello di evitare che ci poniamo domande, che troviamo nuove soluzioni per vecchi problemi.<br /><br />Bibliografia<br /><br />Stephenson, G. R. (1967). Cultural acquisition of a specific learned response among rhesus monkeys. In: Starek, D., Schneider, R., and Kuhn, H. J. (eds.), Progress in Primatology, Stuttgart: Fischer, pp. 279-288.<br /><br />Di Lucia Berdini]]></content>
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  536. <title><![CDATA[Il futuro non si prevede, lo si inventa]]></title>
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  542. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=341"><![CDATA[<br /><br /><br />Nel maggio del 2014 ero in vacanza negli Stati Uniti e stavo viaggiando sulla Route 66, la \x93Mother Road\x94 che attraversa gli Stati Uniti, unendo Chicago a Los Angeles, attraversando tre fusi orari e otto stati: Illinois, Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Arizona e California. <br /><br />Come tante altre strade di questo genere, denominate Route, fu istituita negli anni venti del secolo scorso, nell'intento di creare una rete stradale che fosse adatta a soddisfare il sempre crescente traffico automobilistico che derivava dallo sviluppo dell\x92economia, soprattutto nell\x92Ovest. Negli anni settanta venne sostituita dalla Interstate, una rete di strade a quattro o anche più\x92 corsie, in grado di rispondere alle nuove esigenze che si erano venute a creare. <br /><br />Il mito della Route 66 però rimase sempre inalterato, perché la Route 66 non è  una strada, è un  museo a cielo aperto, è qualcosa di ineffabile, di indefinibile, piena com'è di ricordi, di simboli, di storia e di vita.<br /><br />Per questo motivo la Route 66 e\x92 rinata, diventando un parco nazionale, caso unico al mondo per una strada,  vincolata dal Ministero Federale dei Beni Culturali come un pezzo significativo della storia d\x92 America.<br /><br />Rappresenta la corsa verso ovest, la ricerca dell'Eldorado, la voglia di libertà.<br /><br />Steinbeck vi ambientò il suo capolavoro,  \x93Furore\x94,  dandole il nome di Mother Road, la Strada Madre di tutti gli americani,  e Kerouac vi ambientò le sue opere migliori.<br /><br />Rappresenta la voglia di cambiamento, di fuga dal presente verso un futuro migliore. Occorre ricordare che, per molti americani,  il sogno divenne realtà.  Uno di questi fortunati individui, Bobby Troup, durante il trasferimento con la famiglia,  scrisse una canzone \x93Get your Kicks on Route 66&amp;#8243; che vendette a Nat King Cole,  appena arrivato a Los Angeles. Il motivo ebbe un successo strepitoso e Bobby divenne ricco e famoso immediatamente.<br /><br />Get your Kicks on Route 66 , goditi il viaggio, divertiti alla grande sulla strada della tua vita.<br /><br />Questo è stato il primo spunto per una riflessione sull'inquietudine, quel sentimento che, se ben incanalato verso un obiettivo preciso, spinge a  creare, a costruire, a inventare. E, ciò che più conta, non è così importante tagliare il traguardo, quanto apprezzare ogni momento, ogni passo del percorso che ha portato fino a quel punto.<br /><br />Mentre percorrevo la Route 66, tornavo con la mente alla mia gioventù, a quando ascoltavo i dischi di Bob Dylan, di Jimi Hendrix, di Jim Morrison. Risentivo dentro di me la stessa ammirazione per i miei miti e, insieme, lo stesso slancio di allora, la stessa pulsione  verso qualcosa di nuovo, di migliore, in cui potessi finalmente ritrovarmi.<br /><br />La mia generazione sognava di cambiare il mondo e lo sognava intensamente. Qualcuno ha detto che non si è cambiato nulla, ma questo non ha importanza e, in ogni caso, non è vero. Ci siamo divertiti a sognare e questo già sarebbe bastato. Ma la cosa che più conta  è che il mondo è davvero cambiato,  e il cambiamento è stato velocissimo, addirittura travolgente, anche se non sempre è andato nella direzione che avevamo immaginato. Si cambia perché qualcuno lo vuole, qualcuno lo immagina, è capace cioè di sognare, di desiderare intensamente qualcosa ed è disposto ad agire per realizzare il proprio sogno.  E' vero che non tutti gli obiettivi sono stati raggiunti. Del resto, nemmeno Colombo arrivò mai alle Indie, si fermò prima e diede inizio a una nuova era.<br /><br />E' questo lo spirito con cui mi sono messo a collezionare sessantasei spunti di riflessione. Il perché di questo numero è lo stesso che diede origine alla grande strada che attraversa gli Stati Uniti. La Mother Road fu pensata, voluta e creata,  nella meta\x92 degli anni 20, da un certo Cyrus Stevens Avery, un ricco uomo d\x92 affari di Tulsa,  Oklahoma. <br /><br />La commissione federale per la viabilità\x92 aveva stabilito che le strade da Est a Ovest avessero numeri pari e quelle da Nord a Sud numeri dispari, mentre le decine erano assegnate alle vie più\x92 importanti. Stevens pretese che la sua strada si chiamasse Route 60,  ma incontrò una fortissima opposizione da un altro comitato,  che proponeva lo stesso numero per una strada proveniente da Atlanta in Georgia,  anch\x92essa diretta verso Ovest, che attraversava l'intero continente.<br /><br />Allora Stevens ripiegò sul numero 66 (sixty six), semplicemente perché\x92 aveva un bel suono. Aveva un suono così bello da portare fortuna alla strada e a tutto ciò che la Route significa.<br /><br />Ecco spiegata la ragione di questa scelta.<br /><br />Get your kicks on Route 66. Get your kicks, allora,  sulla strada della tua vita.<br /><br />Ho voluto divertirmi a immaginare il futuro, a crearlo a costruirlo pezzo per pezzo, scegliendo con cura i materiali, il necessario e l'accessorio.<br /><br />Ho deciso che il futuro non è qualcosa da prevedere, non lo si legge negli oroscopi o nei tarocchi. Il futuro è qualcosa da costruire giorno per giorno, pezzo per pezzo,  godendosi il viaggio come sulla Route 66, quella stessa Mother Road che gli americani, con il medesimo animo dei pionieri, percorrevano con entusiasmo, con fiducia, con spirito di avventura, alla ricerca della propria realizzazione, all'inseguimento di un sogno per se stessi e per le generazioni a venire. Una strada, insomma, che porti al futuro, e che ci permetta di arrivare alla meta in piena forma, felici di aver compiuto quel lungo viaggio.<br />]]></content>
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  547. <name>Claudio Maffei</name>
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  550. <title><![CDATA[Il suono di una sola mano]]></title>
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  556. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=340"><![CDATA[Il maestro del tempio Kennin era Mokurai, Tuono Silenzioso. Aveva un piccolo protetto, un certo Toyo, un ragazzo appena dodicenne. Toyo vedeva che i discepoli piu&amp;#768; grandi andavano ogni mattina e ogni sera nella stanza del maestro per essere istruiti nel Sanzen o per avere privatamente qualche consiglio, e che il maestro dava loro dei koan per fermare le divagazioni della mente.<br /><br />Anche Toyo voleva fare il Sanzen.<br /><br />«Aspetta un poco» disse Mokurai. «Sei troppo giovane».<br /><br />Ma il piccolo insisteva, e l'insegnante fini&amp;#768; con l'acconsentire.<br /><br />Quella sera, all'ora giusta, il piccolo Toyo si presentò alla porta della stanza Sanzen di Mokurai. Batté il gong per annunciarsi, fece tre rispettosi inchini prima di entrare, poi andò a sedersi in riguardoso silenzio davanti al maestro.<br /><br />«Tu puoi sentire il suono di due mani quando battono l'una contro l'altra» disse Mokurai. «Ora mostrami il suono di una sola mano».<br /><br />Toyo fece un inchino e se ne andò nella sua stanza per riflettere su questo problema.<br /><br />Dalla sua finestra poteva sentire la musica delle geishe.<br /><br />«Ah, ho capito!» proruppe.<br /><br />La sera dopo, quando il suo insegnante gli chiese di illustrargli il suono di una sola mano, Toyo cominciò a suonare la musica delle geishe.<br /><br />«No, no» disse Mokurai. «Questo non serve. Questo non e&amp;#768; il suono di una sola mano. Non hai capito niente».<br /><br />Temendo che quella musica potesse disturbarlo, Toyo si trasferi&amp;#768; in un luogo tranquillo.<br /><br />Riprese a meditare. «Quale può essere il suono di una sola mano?». Per caso senti&amp;#768; gocciolare dell'acqua. «Stavolta ci sono» si figurò Toyo.<br /><br />Quando tornò davanti al suo insegnante, Toyo imitò il gocciolare dell'acqua.<br /><br />«Che cos'è?» disse Mokurai. «Questo è il suono dell'acqua che gocciola, non il suono di una sola mano. Prova ancora».<br /><br />Invano Toyo meditava per sentire il suono di una sola mano. Senti&amp;#768; il respiro del vento.<br /><br />Ma quel suono venne respinto.<br /><br />Sentì il grido di un gufo. Anche questo venne rifiutato.<br /><br />Nemmeno le locuste erano il suono di una sola mano.<br /><br />Più di dieci volte Toyo andò da Mokurai con suoni diversi. Erano tutti sbagliati. Per quasi un anno si domandò quale potesse essere il suono di una sola mano.<br /><br />Finalmente il piccolo Toyo entrò nella vera meditazione e superò tutti i suoni. «Non potevo mettere insieme nient'altro,» spiegò più tardi «così ho raggiunto il suono senza suono».<br /><br />Toyo aveva realizzato il suono di una sola mano.<br /><br />Da 101 storie zen]]></content>
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  561. <name>Claudio Maffei</name>
  562. <email>[email protected]</email>
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  564. <title><![CDATA[Il topo, la trappola e il menefreghismo...]]></title>
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  570. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=339"><![CDATA[Un topo, guardando da un buco che c\x92era nella parete, vide un contadino e sua moglie che stavano aprendo un pacchetto.<br />Pensò a cosa potesse contenere e restò terrorizzato quando vide che dentro il pacchetto c\x92era una trappola per topi. Corse subito nel cortile della fattoria per avvisare tutti:<br />\x93C\x92è una trappola per topi in casa, c\x92è una trappola per topi in casa!\x94<br />La gallina che stava raspando in cerca di cibo, alzò la testa e disse: \x93Scusi, signor topo, io capisco che è un grande problema per voi topi, ma a me che sono una gallina non dovrebbe succedere niente, quindi le chiedo di non importunarmi.\x94<br />Il topo, tutto preoccupato, andò dalla pecora e le gridò:<br />\x93C\x92è una trappola per topi in casa, una trappola !!! \x94<br />\x93Senta, signor topo, \x96 rispose la pecora \x96 non c\x92è niente che io possa fare, mi resta solamente da pregare per lei. Stia tranquillo, la ricorderò nelle mie preghiere.\x94<br />Il topo, allora, andò dalla mucca, e questa gli disse: \x93Per caso, sono in pericolo? Penso proprio di no!\x94<br />Allora il topo, preoccupato ed abbattuto, ritornò in casa pensando al modo di difendersi da quella trappola.<br />Quella notte si sentì un grande fracasso, come quello di una trappola che scatta e afferra la sua vittima.<br />La moglie del contadino corse per vedere cosa fosse successo, e nell\x92oscurità vide che la trappola aveva afferrato per la coda un grosso serpente.<br />Il serpente velenoso, molto velocemente, morse la donna.<br />Subito il contadino, la trasportò all\x92ospedale per le prime cure: siccome la donna aveva la febbre molto alta le consigliarono una buona zuppa di brodo.<br />Il marito allora afferrò un coltello e andò a prendere l\x92ingrediente principale: la gallina.<br />Ma la malattia durò parecchi giorni e molti parenti andavano a far visita alla donna.<br />Il contadino, per dar loro da mangiare, fu costretto ad uccidere la pecora.<br />La donna non migliorò e rimase in ospedale più tempo del previsto, costringendo il marito a vendere la mucca al macellaio per poter far fronte a tutte le spese della malattia della moglie\x85<br />MORALE:<br />Il problema dell\x92altro, è anche il tuo. Pensaci!<br />Il mondo non va male solo per la malvagità dei cattivi, ma anche per l\x92indifferenza dei buoni!]]></content>
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  575. <name>Claudio Maffei</name>
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  578. <title><![CDATA[Come ascoltare veramente in 6 passi]]></title>
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  584. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=338"><![CDATA[Uno dei bisogni fondamentali dell\x92essere umano è ascoltare ed essere ascoltati. Molti casi di depressione nascono infatti quando non ci si sente capiti, un po\x92 per mancanza di tempo, pazienza o capacità di ascoltare.<br />Quando qualcuno ci ascolta, ci sentiamo accolti e accettati, siamo investiti di fiducia da parte dell\x92altra persona. Ascoltare con empatia è un\x92azione molto potente che può fare veramente una grande differenza. E questo è ancora più evidente quando si ha a che fare con persone particolarmente vulnerabili, pensiamo ad esempio a qualcuno che si accinge a fare una visita o un esame medico.<br /><br />Per comunicare con efficacia è necessario ascoltare. Ascoltare attivamente è il primo passo verso la guarigione. Questi 6 consigli sono pensati in particolare per chi si prende cura delle altre persone, ma sono validi per chiunque voglia migliorare la propria capacità di ascolto e stabilire un contatto più profondo e autentico con gli altri.<br /><br />1. Se siete in ritardo, avvisate<br />Aspettare un medico è una delle cose più snervanti e stressanti per un paziente. E se una persona è soggetta all\x92ansia, questo non la aiuterà di certo a iniziare la visita in modo rilassato.<br />Se siete in ritardo, fate in modo di avvisare chi vi sta aspettando. È una forma di rispetto e attenzione e significa prendersi cura dell\x92altra persona ancora prima di vederla.<br /><br />2. Sorridi<br />Entrare nella stanza con un sorriso e cercare il contatto diretto con gli occhi dà un senso di fiducia e sicurezza. Che senso ha aggiungere tensione nell\x92aria con una faccia cupa e preoccupata?<br /><br />3. Lascia parlare l\x92altro<br />Prima di dire qualcosa relativa al problema oggetto della visita o del colloquio, dì alla persona che hai davanti che sei lì per aiutarla. Lascia che sia lei a dirti ciò che succede. Ascolta fino a quando credi sia necessario e quando il tuo interlocutore ha finito di parlare chiedigli: \x93Ha altro da aggiungere?\x94.<br />Non interromperlo prima del tempo per non arrestare bruscamente il suo flusso di pensieri e del discorso.<br /><br />4. Riformula<br />Una delle tecniche comunicative più usate è quella della riformulazione. Riformulare significa ripetere quello che l\x92altro ha appena detto utilizzando le stesse parole, senza giudicare né aggiungere qualcosa di proprio al contenuto. Dire \x93Lei mi sta dicendo che\x85\x94, \x93Se ho capito bene, \x85.\x94, \x93In altre parole\x85\x94 dà la conferma all\x92altra persona di essere ascoltata e compresa e consente di ottenere ancora più apertura e collaborazione dalla stessa.<br /><br />5. Presta attenzione alle parole<br />Ogni parola ha il potere di guarire o ferire. Una persona vulnerabile e spaventata è come un bambino nel corpo di un adulto. Evita di usare parole tecniche e complicate, quando non necessarie. Ogni singola parola può avere un impatto molto forte sulla psiche dell\x92altra persona, anche per tanto tempo. Come scrivo in Tutta un\x92Altra Vita, attraverso un uso proprio del linguaggio infatti possiamo promuovere nuove neuroconnessioni che danno vita a percezioni, stati d\x92animo ed azioni nuove: questa è la magia delle parole.<br />Si dice che nell\x92antica Cina esistessero due ordini di medici: il primo era formato da coloro che curavano con le erbe, al secondo, molto più potente ed elitario, appartenevano coloro che curavano con la parola. Man mano che modifichiamo il linguaggio, se anche non cambiano i fatti della nostra vita, cambia decisamente la maniera in cui li percepiamo.<br /><br />6. Fai le domande giuste<br />Se vuoi ispirare un cambiamento positivo, metti il paziente in grado di scegliere l\x92azione successiva.<br />Porre le domande giuste, a seconda della fase del colloquio, stimola l\x92azione positiva dell\x92interlocutore.<br />Le domande aperte, soprattutto all\x92inizio, lasciano ampia possibilità di risposta e permettono di ampliare e costruire la relazione di fiducia con l\x92interlocutore.<br />Le domande chiuse (Quando? Dove? Chi?) prevedono molto spesso una sola risposta limitata e sono da preferirsi quando vogliamo attenerci a fatti oggettivi.<br />Lucia Giovannini]]></content>
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  589. <name>Claudio Maffei</name>
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  592. <title><![CDATA[Renata e i suoi biscotti ]]></title>
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  598. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=337"><![CDATA[Una ragazza stava aspettando il suo volo in una sala d'attesa di un grande aeroporto. Siccome avrebbe dovuto aspettare per molto tempo,decise di comprare unlibro per ammazzare il tempo. Comprò anche un pacchetto di biscotti. <br />Si sedette nella sala VIP per stare più tranquilla. <br />Accanto a lei c'era la sedia con i biscotti e dall'altro lato un signore che stava leggendo il giornale. Quando lei cominciò a prendere il primo biscotto, anche l'uomo ne prese uno, lei si sentì indignata ma non disse nulla e continuò a leggere il suo libro. <br />Tra lei e lei pensò "ma tu guarda se solo avessi un po' più di coraggio gli avrei già dato un pugno..." <br />Così ogni volta che lei prendeva un biscotto, l'uomo accanto a lei, senza fare un minimo cenno ne prendeva uno anche lui. <br />Continuarono fino a che non rimase solo un biscotto e la donna pensò:"ah, adesso voglio proprio vedere cosa mi dice quando saranno finiti tutti!!" L'uomo prima che lei prendesse l'ultimo biscotto lo divise a metà! "AH, questo è troppo" pensò e cominciò a sbuffare e indignata si prese le sue cose il libro e la sua borsa e si incamminò verso l'uscita della sala d'attesa. Quando si sentì un po' meglio e la rabbia era passata, si sedette in una sedia lungo il corridoio per non attirare troppo l'attenzione ed evitare altri dispiaceri. Chiuse il libro e aprì la borsa per infilarlo dentro quando... nell'aprire la borsa vide che il pacchetto di biscotti era ancora tutto intero nel suo interno. Sentì tanta vergogna e capì solo allora che il pacchetto di biscotti uguale al suo era di quel uomo seduto accanto a lei che però aveva diviso i suoi biscotti con lei senza sentirsi indignato, nervoso o superiore al contrario di lei che aveva sbuffato e addirittura si sentiva ferita nell'orgoglio.. <br />LA MORALE: <br />Quante volte nella nostra vita mangeremmo o avremo mangiato i biscotti di un altro senza saperlo? Prima di arrivare ad una conclusione affrettata e prima di pensare male delle persone, GUARDA attentamente le cose, molto spesso non sono come sembrano.]]></content>
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  603. <name>Claudio Maffei</name>
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  606. <title><![CDATA[Lo Squalore]]></title>
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  612. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=336"><![CDATA[Il blog «Dis.Amb.Iguando» della professoressa Giovanna Cosenza ospita la lettera di Paolo, un giovanotto laureatosi con lei e ora impegnato a macinare carriera dentro una multinazionale. Paolo racconta che un collega di 55 anni, Mario, si è appena dimesso per problemi con l\x92azienda. Gli vengono imputate lentezza e incapacità di adattamento al nuovo. In realtà, scrive Paolo, il problema di Mario sono io. Io che con vent\x92anni di meno mi sono ritrovato a vessarlo in veste di suo superiore. E che da quando lui si è licenziato per causa mia non dormo più la notte perché so di essere diventato uno squalo come gli altri.  <br /> <br />Ci vorrebbe una pagina, forse un libro intero, per sviscerare le questioni relative al significato moderno del lavoro che la confessione di Paolo porta in superficie. In questo spazio breve e poco serioso mi accontenterò di sfiorarne un aspetto. Detto tutto il male possibile dei pelandroni e dei cialtroni, si può chiedere a un uomo di mezza età, con energie in calo e familiari a carico, di avere la bava alla bocca di un trentenne concentrato soltanto sulla carriera? Si può immaginare un modello unico di società in cui la legge della giungla viene applicata indifferentemente a tutte le generazioni? Con il prolungamento della vita e l\x92inaridirsi delle pensioni il sistema produttivo del futuro non potrà più permettersi il lusso di rottamare i «diversamente giovani» ai primi cenni di cedimento. A meno di procedere a esecuzioni di massa, sarà costretto a riformare uno schema che accanto a quello dei giovani squali preveda ed esalti, in ruoli e con modalità diverse, il contributo delle sagge tartarughe. <br />Massimo Gramellini]]></content>
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  620. <title><![CDATA[Amore, ricchezza e successo]]></title>
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  626. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=335"><![CDATA[Una donna uscendo di casa vide seduti davanti al suo giardino tre uomini anziani con lunghe barbe bianche.<br />L\x92aspetto di questi tre uomini anziani rivelava la loro certa povertà e forse erano anche affamati.<br />Così la donna si diresse verso di loro e gentilmente li invitò dicendo:<br />«Gentili signori, vorreste entrare in casa e prendere un caffè e qualche biscotto?»<br />Uno degli uomini chiese: «C\x92è vostro marito in casa? Ci sono i vostri figli, o il resto della famiglia?»<br />La donna rispose: «NO. A quest\x92ora di mattina sono tutti via. Mio marito è al lavoro e i figli sono a scuola».<br />L\x92uomo rispose: «Allora non possiamo entrare». E la discussione terminò qui.<br />Alla sera, tornando a casa la donna notò che i tre anziani erano ancora là, allo stesso posto. Li salutò ed entrò in casa.<br />Quando rientrarono il marito ed i figli, davanti al loro giardino notarono, a loro volta quei tre personaggi e la donna raccontò loro l\x92accaduto della mattina.<br />A questo punto il marito le disse: «Bene! Ora siamo tutti a casa, puoi andare dai tre vecchietti e dir loro che, se lo desiderano, ora possono entrare ed avere qualcosa da mangiare e riscaldarsi un po\x92».<br />La donna si recò là fuori ed invitò i tre anziani ad entrare in casa.<br />«Noi, non entriamo mai tutti assieme in nessuna casa» -disse uno dei tre.<br />«Ma che strana storia è questa?» -replicò la donna.<br />«Vedi» -rispose uno degli anziani- «Il mio nome è Ricchezza» \x96 ed indicando il compagno alla sua sinistra- «Il suo nome è Successo».<br />Ed indicando l\x92altro compagno: «Il suo nome è Amore. Non entriamo mai tutti e tre nella stessa casa!<br />Quindi vai a parlare con la tua famiglia e mettiti d\x92accordo con loro chi di noi tre deve entrare nella vostra casa».<br />La donna rientrò in casa e raccontò alla famiglia quanto era accaduto e, ovviamente cominciarono subito a discutere su quale dei tre vecchietti far entrare.<br />Per impulso immediato il marito disse subito: «Questa è un\x92opportunità più unica che rara. Facciamo entrare subito la ricchezza e lasciamo che riempia la nostra casa e la nostra vita».<br />Invece la moglie disse: «Ma caro, perché non invitiamo il successo? È chiaro che il successo ci porterà anche la ricchezza; inoltre col successo avremo molte soddisfazioni, riconoscimento sociale e un sacco di cose che certamente ci faranno piacere».<br />Intanto i figli ascoltavano ed essendo ancora piuttosto piccoli e, non avendo ancora la testa infarcita di stupidaggini sociali, vollero portare anche il loro parere sulla discussione dicendo: «Piuttosto, perché non facciamo entrare l\x92Amore? Così la nostra casa sarà piena d\x92Amore e saremo tutti felici!»<br />Dopo un attimo di silenzio meditabondo, la moglie esclamò: «Va bene. Visto che non riusciamo a metterci d\x92accordo fra di noi seguiamo il consiglio dei nostri figli e riempiamo la nostra vita d\x92Amore». A questo punto il marito disse: «Va bene. Allora facciamo entrare questo vecchietto che si chiama Amore» .<br />La moglie uscì e comunicò ai tre anziani la decisione presa e chiese: «Chi di voi è Amore?» Uno dei tre vecchietti fece un passo in avanti.<br />«Abbiamo deciso che sarai tu il nostro ospite! Prego, entra!».<br />Come Amore cominciò a camminare lo seguirono anche gli altri due. La donna sorpresa disse: «In base a quanto avete detto io ho invitato Amore. Come mai ora venite in casa anche voi?»<br />I tre uomini risposero: «Se tu avessi invitato Ricchezza, o Successo, gli altri due sarebbero rimasti fuori. Ma avendo invitato Amore, ovunque egli sia, noi siamo con lui.<br />Ovunque ci sia Amore, lì c\x92è anche Ricchezza e Successo».  <br />dal blog "ilgiardinodeimieisogni"]]></content>
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  634. <title><![CDATA[Grande Severgnini!]]></title>
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  640. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=334"><![CDATA[Ho ricevuto, e pubblicato su «Italians», la lettera di Alessandro Prazzoli ([email protected]), 25 anni, una laurea in scienze della comunicazione. «È mio (dis)piacere raccontarle l' esperienza al colloquio sostenuto presso una nota azienda milanese. Giunto in sede (prestigioso edificio d' epoca), il titolare - arrivato in netto ritardo - prende visione dei curricula dei candidati iniziando, in modo villano e ricorrendo spesso a parole volgari, a commentare le fotografie da noi utilizzate (...) Ci vengono poi presentate sbrigativamente l' azienda e la posizione aperta. Ed è qui che inizia il bello: cercano stagisti che gestiscano in autonomia progetti finalizzati a portare nuovi benefici all' azienda contribuendo ad aumentarne visibilità e business. Ma come? Lo stagista non deve, per legge, essere guidato e affiancato da un tutor?» Prosegue il candidato Alessandro: «L' imprenditore, dandoci del tu come da italica consuetudine, prosegue raccontandoci quant' è bello avere dagli stagisti un servizio a costo praticamente zero, o retribuito con mancette da 50/100 euro mensili. (...) Se sono tanti gli imprenditori che ragionano così, povera Italia! Post scriptum: chi scrive non è un bamboccione, ma un ragazzo adattabile che da due anni passa da un lavoro saltuario a un altro (talvolta molto umile), in attesa della sempre più insperata grande occasione». So che qualcuno, leggendo questo sfogo, penserà: «Certe esperienze formano il carattere, chi non ha mai avuto un capo odioso? I ragazzi italiani sono molli, sanno solo lamentarsi». Io penso invece siano fragili, che è un' altra cosa: e di questa fragilità siamo responsabili anche noi, che abbiamo il doppio dei loro anni. Li abbiamo spinti a studiare e convinti a sognare. Quando ci siamo accorti che, quel sogno, avremmo dovuto pagarlo anche noi, abbiamo detto: scusate, stavamo scherzando. Un esempio? Le resistenze alla riforma del lavoro, finalmente in dirittura d' arrivo. Difendere l' attuale situazione italiana - riempiendosi la bocca di belle parole, ovviamente - vuol dire accettare una dicotomia unica in Europa: rigidità integrale contro precarietà totale. Traduzione: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Accadeva anche nel Medioevo, durante un assedio. Ma almeno gli assediati, dall' alto delle mura, gettavano olio bollente. Non sfottevano gli assedianti. ]]></content>
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  648. <title><![CDATA[Public Speaking: come rompere il ghiaccio ]]></title>
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  654. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=333"><![CDATA[Ogni volta che si parla di rottura del ghiaccio nel public speaking, si inquadra un processo di maggior complessità rispetto alla presentazione di un contenuto di qualità.<br /><br />Discutere di questa sinergia significa inquadrare una vera e propria connessione emotiva tra l\x92oratore e la platea, che riesce a fidarsi di chi parla e ad accogliere i concetti in maniera più immediata.<br /><br />Rompere il ghiaccio quando si affronta un momento di public speaking non vuol dire semplicemente gestire bene i tre livelli strutturali del discorso efficace, ma andare più a fondo dal punto di vista tecnico. Ecco qualche veloce consiglio per riuscirci.<br /><br />INIZIA CON UNA DOMANDA (E FAI ATTENZIONE AL TEMA)<br />Iniziare con una domanda che prevede una risposta per alzata di mano è un\x92ottima strategia per rompere il ghiaccio durante un momento di public speaking. Risulta però importante porre attenzione al tema di tale domanda.<br /><br />Fare riferimento ad argomenti in grado di richiamare immagini negative alla mente del pubblico non è una strategia utile: le domande che creano nessi con concetti positivi e motivazionali assicurano invece dei buoni risultati quando si tratta di rompere il ghiaccio. Tutti desiderano una vita professionale soddisfacente e il raggiungimento di obiettivi di qualità a livello personale, ma è comunque sempre utile richiamare alla mente immagini positive, soprattutto quando ci si muove in contesti aziendali o di public speaking persuasivo.<br /><br />ASSEGNA UN ESERCIZIO<br />Per rompere il ghiaccio durante un\x92occasione di public speaking può essere utile coinvolgere il pubblico in maniera attiva, non solo attraverso la risposta a una domanda. L\x92assegnazione di un semplice esercizio in cui siano messe in gioco le abilità personali o il livello di conoscenza di uno specifico argomento può rappresentare un approccio strategico tecnicamente valido per rompere il ghiaccio con il pubblico, e per aumentare il valore della performance di public speaking, rendendola un momento formativo ancora più strutturato.<br /><br />RACCONTA QUALCOSA DI TE!<br />Raccontare dettagli poco noti relativi al proprio percorso personale o professionale costituisce una valida impostazione per rompere il ghiaccio quando si parla davanti a un pubblico. Il fatto di trovarsi su un palco per gestire un\x92occasione di public speaking significa essere in possesso di conoscenze importanti e utili alla platea in merito a uno specifico tema; \x91umanizzare\x92 la propria figura di esperto è un ottimo modo per far sì che i principali concetti possano essere compresi in maniera più facile dal pubblico, che riesce a fare in questo modo a sentirsi parte integrante del processo di comunicazione.<br /><br />Rompere il ghiaccio durante un\x92occasione di public speaking significa ottenere un risultato di grande rilevanza, predisponendo l\x92uditorio non solo ad ascoltare il discorso senza dare segni di cali di concentrazione, ma anche a cambiare il proprio punto di vista in merito a uno specifico tema, alle caratteristiche di un prodotto, ai contenuti di un programma politico.<br />Nicola Bonaccini]]></content>
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  659. <name>Claudio Maffei</name>
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  662. <title><![CDATA[Dietro di noi un deserto digitale]]></title>
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  668. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=332"><![CDATA[La tecnologia digitale rischia di trasformare il ventunesimo secolo in un nuovo Medioevo, un\x92epoca quasi inaccessibile alla storia. Un allarme paradossale, ancora di più considerandone l\x92origine: il Dottor Vinton \x93Vint\x94 Cerf, uno dei "padri di internet", oggi vicepresidente di Google, dove lavora da dieci anni con la carica di \x93Chief Internet Evangelist\x94 (letteralmente, Evangelista-Capo di Internet). Bene, ora Cerf ci mette in guardia sul \x93buco nero\x94 verso cui, inconsapevolmente, ogni giorno spingiamo i nostri documenti più cari e importanti: testi, fotografie, video che parlano delle nostre vite, ma anche documenti legali, testimonianze, informazioni preziose per chi \x96 nel secolo prossimo o in quelli a venire \x96 cercherà di capire qualcosa di noi e della nostra storia. Ritrovandosi con un pugno di mosche in mano, a meno che il concetto di \x93preservazione digitale\x94 non entri alla svelta nei nostri cervelli.<br />La questione, ha spiegato Cerf nel corso del meeting annuale della American Association for the Advancement of Science, è presto detta: via via che i sistemi operativi e i software vengono aggiornati, i documenti e le immagini salvate con le vecchie tecnologie diventano sempre più inaccessibili. Nei secoli che verranno, gli storici che si troveranno a guardare indietro alla nostra era potrebbero trovarsi davanti a un \x93deserto digitale\x94 paragonabile al Medioevo, un\x92epoca di cui sappiamo relativamente poco a causa della scarsità di documenti scritti.<br />\x93Pensando a 1000, 3000 anni nel futuro, dobbiamo domandarci: come preserviamo tutti i bit di cui avremo bisogno per interpretare correttamente gli oggetti che abbiamo creato? Senza neanche rendercene conto, stiamo gettando tutti i nostri dati in quello che rischia di diventare un buco nero dell\x92informazione\x94, ragiona il numero due di Google. \x93Nei secoli a venire chi si farà delle domande su di noi incontrerà delle enormi difficoltà, dal momento in cui la maggior parte di ciò che ci lasceremo dietro potrebbe essere solo bit non interpretabili\x94.<br />Il problema \x96 fa notare britannico The Guardian \x96 è già qui. Negli anni Ottanta, era routine salvare i documenti sui floppy disk, caricare il videogioco \x93Jet Set Willy\x94 da una cassetta al Sinclair ZX Spectrum, uccidere alieni con un joystick Quickfire II, e avere delle cartucce Atari Games in soffitta. Oggi, anche se i dischetti e le cassette sono in buone condizioni, in molti casi l\x92equipaggiamento necessario per utilizzarli si trova principalmente solo nei musei.<br />Detto in altri termini, il digitale ci ha sedotto con l\x92idea che il bit sia immortale, motivo per cui quando abbiamo qualcosa a cui davvero teniamo, corriamo subito a digitalizzarlo: foto, vecchi filmini di famiglia, lettere d\x92amore, documenti notarili, eccetera. Peccato, però, che anche i bit possano \x93marcire\x94 e \x93putrefarsi\x94 (Cerf parla espressamente di \x93putrefazione dei bit\x94) se leggerli diventa tecnicamente impossibile.<br />L\x92 Evangelista-Capo di Internet arriva a dare un consiglio a tutti noi, ignare potenziali vittime del \x93marciume digitale\x94: se c\x92è una foto che per noi rappresenta un tesoro, stampiamola; non affidiamoci soltanto alla memorizzazione digitale. \x93Nel nostro zelo, presi dall\x92entusiasmo per la digitalizzazione, convertiamo in digitale le nostre fotografie pensando che così le faremo durare più a lungo, ma in realtà potrebbe venir fuori che ci sbagliavamo\x94, ha detto Cerf. \x93Il mio consiglio è: se ci sono foto a cui davvero tenete, createne delle copie fisiche. Stampatele\x94.<br /><br />Per rendere ancora più chiaro il suo discorso, Cerf porta l\x92esempio di un libro scritto dalla storica premio Pulitzer Doris Kearns Goodwin sul presidente americano Abraham Lincoln (\x93Team Of Rivals: The Political Genius Of Abraham Lincoln\x94). Per scriverlo, Kearns ha consultato intere librerie contenenti copie della corrispondenza scritta tra Lincoln e le persone che lo circondavano.<br />\x93Immaginiamo che ci sia una Doris Kearns Goodwin del ventiduesimo secolo, che voglia scrivere un libro sull\x92inizio del ventunesimo secolo cercando di avvalersi delle conversazioni di quel tempo. Scoprirebbe che enormi quantità di contenuti digitali sono o evaporati, perché nessuno li ha salvati, o a disposizione ma non interpretabili, perché creati con software vecchi di cento anni\x94.<br />Secondo il guru di Google, l\x92unica via d\x92uscita è iniziare a pensare sul serio al problema della preservazione del digitale. Una soluzione possibile è ciò che ha definito \x93pergamena o manoscritto digitale\x94, un concetto su cui stanno lavorando gli ingegneri della Carnegie Mellon University di Pittsburgh. In sostanza si tratta di fare delle \x93istantanee digitali\x94 (\x93snapshot\x94) \x96 nel momento in cui un oggetto viene salvato \x96 di tutti i processi che in futuro saranno necessari per riprodurlo, incluso il software e il sistema operativo. L\x92istantanea potrebbe poi essere utilizzata per visualizzare la foto, il testo o il gioco in un computer \x93moderno\x94, anche a distanza di secoli.<br />Certo, si potrebbe ribattere che, a livello di collettività, i documenti più importanti saranno comunque copiati e adattati per i nuovi media, e che quindi non dovremmo farci carico della preoccupazione storica. Ma Cerf ha una risposta anche per questo, prendendo in prestito una delle convinzioni più profonde degli storici: a distanza di secoli, anche documenti apparentemente irrilevanti possono rivelarsi importantissimi per la comprensione di un\x92epoca, con la sua sensibilità e il suo punto di vista. E di noi \x96 oggi tanto preoccupati del diritto all\x92oblio - cosa resterà?<br /><br />]]></content>
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  676. <title><![CDATA[Non insegnate ai bambini]]></title>
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  682. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=330"><![CDATA[Un bambino risponde «grazie» perché ha sentito che è il tuo modo di replicare a una gentilezza, non perché gli insegni a dirlo.<br />Un bambino si muove sicuro nello spazio quando è consapevole che tu non lo trattieni, ma che sei lì nel caso lui abbia bisogno di te.<br />Un bambino quando si fa male piange molto di più se percepisce la tua paura.<br />Un bambino è un essere pensante, pieno di dignità, di orgoglio, di desiderio di autonomia, non sostituirti a lui, ricorda che la sua implicita richiesta è «aiutami a fare da solo».<br />Quando un bambino cade correndo e tu gli avevi appena detto di muoversi piano su quel terreno scivoloso, ha comunque bisogno di essere abbracciato e rassicurato; punirlo è un gesto crudele, purtroppo sono molte le madri che infieriscono in quei momenti. Avrai modo più tardi di spiegargli l\x92importanza del darti ascolto, soprattutto in situazioni che possono diventare pericolose. Lui capirà.<br />Un bambino non apre un libro perché riceve un\x92imposizione (quello è il modo più efficace per fargli detestare la letteratura), ma perché è spinto dalla curiosità di capire cosa ci sia di tanto meraviglioso nell\x92oggetto che voi tenete sempre in mano con quell\x92aria soddisfatta.<br />Un bambino crede nelle fate se ci credi anche tu.<br />Un bambino ha fiducia nell\x92amore quando cresce in un esempio di amore, anche se la coppia con cui vive non è quella dei suoi genitori. L\x92ipocrisia dello stare insieme per i figli alleva esseri umani terrorizzati dai sentimenti.<br />«Non sono nervosa, sei tu che mi rendi così» è una frase da non dire mai.<br />Un bambino sempre attivo è nella maggior parte dei casi un bambino pieno di energia che deve trovare uno sfogo, non è un paziente da curare con dei farmaci; provate a portarlo il più possibile nella natura.<br />Un bambino troppo pulito non è un bambino felice. La terra, il fango, la sabbia, le pozzanghere, gli animali, la neve, sono tutti elementi con cui lui vuole e deve entrare in contatto.<br />Un bambino che si veste da solo abbinando il rosso, l\x92azzurro e il giallo, non è malvestito ma è un bambino che sceglie secondo i propri gusti.<br />Un bambino pone sempre tante domande, ricorda che le tue parole sono importanti; meglio un «questo non lo so» se davvero non sai rispondere; quando ti arrampichi sugli specchi lui lo capisce e ti trova anche un po\x92 ridicola.<br />Inutile indossare un sorriso sul volto per celare la malinconia, il bambino percepisce il dolore, lo legge, attraverso la sua lente sensibile, nella luce velata dei tuoi occhi. Quando gli arrivano segnali contrastanti, resta confuso, spaventato, spiegagli perché sei triste, lui è dalla tua parte.<br />Un bambino merita sempre la verità, anche quando è difficile, vale la pena trovare il modo giusto per raccontare con delicatezza quello che accade utilizzando un linguaggio che lui possa comprendere.<br />Quando la vita è complicata, il bambino lo percepisce, e ha un gran bisogno di sentirsi dire che non è colpa sua.<br />Il bambino adora la confidenza, ma vuole una madre non un\x92amica.<br />Un bambino è il più potente miracolo che possiamo ricevere in dono, onoriamolo con cura.<br />Giorgio Gaber]]></content>
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  690. <title><![CDATA[Luoghi comuni per consulenti]]></title>
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  696. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=329"><![CDATA[Nella mia lunga esperienza di formatore e consulente, sono arrivato alla conclusione che potremmo utilizzare un po\x92 di creatività e le opportunità della crisi mondiale per rivedere i principi che andiamo predicando più o meno vanamente ad aziende refrattarie e preoccupate solo dell\x92oggi, e che quindi sono diventati poco più o poco meno di luoghi comuni staccati dalla realtà.<br />Eccone alcuni.<br />Creatività e cambiamento. Tutti li vogliono, tutti li cercano, purché però nulla cambi, e non si intacchino organizzazioni, poteri, gerarchie, procedure.<br />Profitto. Il fine dell\x92azienda è il profitto. Ma quale? Ma dove? La storia delle aziende italiane è un sequel di scelte politiche in cui il profitto non conta nulla. E comunque il profitto dovrebbe essere un valore secondario: le aziende che hanno come fine solo il profitto sono quelle mafiose come la produzione e lo spaccio di droga. Il profitto dovrebbe essere una conseguenza del fare cose buone, pulite e utili, non un fine. Il profitto come fine sta distruggendo il mondo.<br />Customer care. Il pilastro della qualità si trova solo nelle carte dei servizi, nelle dichiarazioni di qualche manager, nei testi dei siti web. Ma, nei fatti, del cliente non gliene frega niente a nessuno. Basti pensare a come sono gestiti i numeri verdi e le tariffe telefoniche, per non parlare di banche, assicurazioni, ecc. O ai percorsi tortuosi per uscire dagli empori degli autogrill.<br />Eccellenza. No, gli eccellenti vadano all\x92estero, noi ci teniamo solo i raccomandati.<br />Innovazione. Troppo costosa: meglio farla fare ad altri. Troppo pericolosa: ci costringerebbe a cambiare le nostre abitudini.<br />Visione. Guardare avanti, però non alla via da imboccare, ma nello specchietto retrovisore, per evitare di spaventarsi col futuro, e consolarsi col passato (si aiuta la produzione automobilistica, invece che quella ecologica e del riciclo).<br />Persona. Quando una persona ha raggiunto la maturità professionale, invece di mettere a frutto l\x92investimento fatto, la si manda via. Tanto, ce ne sono tante altre in attesa! Non ci viene in mente un certo Sisifo?<br />Team e leadership. Il leader carismatico è pericoloso e inquietante. Meglio un capo privo di leadership ma raccomandato politicamente, da obbedire solo per la sua carica. Quando c\x92è un buon team è meglio disgregarlo, altrimenti chissà cosa si mette in testa e che cosa combina\x85<br />Formazione. Tutti dicono che è una leva strategica di cambiamento. Meglio muoverla al minimo però, e solo quando siamo costretti dalla conquista di punteggi o di certificazioni. Meglio formare la propria carriera burocratica, piuttosto che sviluppare le proprie conoscenze. Si fa formazione solo quando non se ne può fare a meno, per evitare cambiamenti scomodi e proteggere lo statu quo, e possibilmente con fondi piovuti dall\x92alto. Quando un dirigente è inadeguato, si fa fare formazione ai quadri che ne dipendono invece di intervenire su di lui.<br />Progetto. Tutti fanno piani e progetti che restano sulla carta, perché poi si vive alla giornata. Oppure si fanno cose senza progetto, come giornate di formazione fine a se stesse, ponti che non si chiudono, autostrade che finiscono contro un muro, scuole che restano abbandonate prima ancora di finirle.<br />Comunicazione. Tutti dicono che è importantissima. Tutti siamo d\x92accordo sui principi base di una buona comunicazione: ascolta prima di parlare; comprendi l\x92interesse del tuo stakeholder e tienine conto; fai bene e fallo sapere, stabilisci un budget congruo in base al progetto di comunicazione che vuoi sviluppare. In realtà i primi tagli di budget colpiscono la comunicazione, che viene usata solo quando si deve rimediare a qualcosa che è andato storto.<br />Crescita. Non si dice mai che cosa deve crescere, ma basta parlarne per evitare di proporre altre soluzioni concrete. Bisogna tornare a crescere per produrre nuovi posti di lavoro, anche se da tempo sappiamo che l\x92aumento di fatturato porta all\x92automazione, e quindi all\x92eliminazione di posti di lavoro.<br />Confronto. Se sei d\x92accordo con me, sei imparziale ed aperto al confronto. Se non sei d\x92accordo, sei fazioso ed eviti il confronto.<br /> <br />Potrei continuare a lungo, ma ho pietà del lettore web e mi sto deprimendo sempre di più!<br />Umberto Santucci]]></content>
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  701. <name>Claudio Maffei</name>
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  704. <title><![CDATA[Auguri speciali]]></title>
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  710. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=328"><![CDATA[\x93Scusatemi \x96 ma vorrei dirvi un\x92altra cosa. <br />Vorrei augurarvi il coraggio di essere eretici\x85\x94<br />E\x92 un augurio inusuale, vivo, aperto.--<br />Un augurio da rilanciare proprio oggi, alla vigilia di un nuovo anno, <br />in un giorno dedicato alle promesse, alle speranze, <br />alla voglia di cambiarsi e di cambiare\x85<br />Vi auguro di essere eretici.<br />Eresia viene dal greco e vuol dire scelta. <br />Eretico è la persona che sceglie e, in questo senso è colui<br />che più della verità ama la ricerca della verità.<br />E allora io ve lo auguro di cuore questo coraggio dell\x92eresia. <br />Vi auguro l\x92eresia dei fatti prima che delle parole, <br />l\x92eresia che sta nell\x92etica prima che nei discorsi.<br />Vi auguro l\x92eresia della coerenza, del coraggio, della gratuità, <br />della responsabilità e dell\x92impegno.<br />Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri. <br />Chi impegna la propria libertà per chi ancora libero non è.<br />Eretico è chi non si accontenta dei saperi di seconda mano, chi studia, <br />chi approfondisce, chi si mette in gioco in quello che fa.<br />Eretico è chi si ribella al sonno delle coscienze, <br />chi non si rassegna alle ingiustizie. <br />Chi non pensa che la povertà sia una fatalità.<br />Eretico è chi non cede alla tentazione del cinismo e dell\x92indifferenza.<br />Chi crede che solo nel noi, l\x92io possa trovare una realizzazione.<br />Eretico è chi ha il coraggio di avere più coraggio.<br /><br />Luigi Ciotti]]></content>
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  715. <name>Claudio Maffei</name>
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  718. <title><![CDATA[Se la città generosa è ladra di tempo]]></title>
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  724. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=327"><![CDATA[A volte, senza che noi si abbia cliccato su «play», ci parte in testa un disco, una canzone, un motivo musicale, e non ci sono santi, inutile cliccare su «off», devi ascoltartelo finché pare a lui. Da un po? sono invece tallonata dal vecchio detto africano «voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo» e, nelle pause, da «non è il tempo che passa, lui resta, siamo noi che passiamo». Credo dipenda dai continui furti anzi rapine di tempo che subiamo da parte della città sotto forma di code sia agli sportelli che telefoniche per accedere ai servizi, di disguidi, di burocrazie elefantiache, di orari scoordinati tra scuola e scuola dei vari figli, ogni giorno uno scippo nuovo, specie nei confronti dei più deboli. Un vecchino lamenta che hanno chiuso la «sua» buca delle lettere, l'altra è lontana e il tram non riesce a scalarlo. «Le gambe mi fanno giacomo-giacomo, ci vorrebbero tanti seggiolini di pietra lungo le vie». Milano ci dà tanto, ma tanto ci toglie. Fuggire? Le scale mobili della stazione centrale la circumnavigano tutta prima di portarti ai binari.<br />Vivian Lamarque ]]></content>
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  729. <name>Claudio Maffei</name>
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  732. <title><![CDATA[La prima pagina: intervista a Claudio Maffei]]></title>
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  738. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=326"><![CDATA[Esperto di comunicazione, milanese di nascita, se non gradisce una domanda risponde in politichese preservando per se\x92 il suo reale pensiero. Si fida delle sensazioni iniziali, acuto osservatore, conserva un certo charme tipico degli showmen. Occhio a cenare con lui\x85 Sara\x92 attento alla gestualita\x92 e svelera\x92 le vostre debolezze. Signore e signori a voi Claudio Maffei!<br /> Chi e\x92 Claudio Maffei?<br />Un attore mancato che si e\x92 riciclato, insegnando alle persone ad essere piu\x92 efficaci con le parole<br />Che cosa e\x92 la comunicazione?<br />Cum moenia ( stare dentro le stesse mura ), essere concittadini, navigare sulla stessa barca. E\x92 strano che la parola comunione e la parola comunismo abbiano la stessa radice<br /> Che differenza intercorre tra la comunicazione di ieri e la comunicazione di oggi?<br />Dalla psicologia in poi e\x92 cambiato il mondo. Pirandello nei suoi scritti risente di Freud. Negli ultimi anni a far diventare tutto piu\x92 veloce e\x92 stata l\x92informatica.<br /> Perche\x92 tutti si dimenano nel parlare di comunicazione ma, pochi sono in grado di comunicare?<br />Perche\x92 questa non e\x92 la grande epoca della comunicazione  come, erroneamente, molti credono. Ad esempio, se entri in qualsiasi vagone di metropolitana, gli adolescenti sono intenti ad essere storditi attraverso le cuffie o sono impegnati col cellulare. Altri indossano occhiali scuri. Cio\x92 dimostra una totale barriera verso l\x92esterno. Non si parla con nessuno, se non con elementi virtuali.<br /> Tre veloci segreti da suggerire ad un venditore per aumentare il numero di vendite?<br />Entrare nella mappa del cliente, ovvero capire davvero le sue necessita\x92; saper dire le parole giuste, rammentando che non esistono sinonimi; sorridere.<br /> Un augurio all\x92Italia<br />Dovremmo smettere di pronunciare la parola crisi ed essere consapevoli che per far accadere le cose esiste un solo modo: farle!<br /> Un augurio a se stesso<br />Che il mio prossimo libro dal titolo "Il futuro non si prevede, lo si inventa" vada bene. Lo considero il mio testamento per cui mi auguro sia letto da molti poiche\x92 come sosteneva Italo Calvino: \x93Scrivere e\x92 una fatica nera\x94.<br />La citazione che piu\x92 La rappresenta?<br />Signore dammi la capacita\x92 per vedere le cose che posso cambiare, dammi la capacita\x92 per sopportare le cose che non posso cambiare, dammi l\x92intelligenza per distinguere le une dalle altre. ( Sant\x92Agostino)<br />di Elvia Gregorace]]></content>
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  743. <name>Claudio Maffei</name>
  744. <email>[email protected]</email>
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  746. <title><![CDATA[Le 9 balle sull\x92immigrazione (smentite dai numeri)]]></title>
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  752. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=325"><![CDATA[Negli ultimi tempi fra le provocazioni di Salvini, i blitz di Borghezio e Casapound, le aggressioni in autobus o per strada ai danni di africani accusati di portare l\x92Ebola, gli scontri di Tor Sapienza, le esternazioni di Grillo circa il trattamento da riservare a chi arriva dal mare, il clima attorno agli stranieri si è di nuovo fatto abbietto e a tratti pericoloso. Ho voluto allora confutare punto per punto le argomentazioni più usate dai razzisti a vario titolo, tanto per fare chiarezza e dimostrare che il razzismo rimane un basso istinto che va semplicemente educato e soppresso e non ha alcuna ragione razionale per essere professato.<br /><br />1) \x93Vengono tutti in Italia\x94<br />Gli stranieri in Italia sono poco più di 5 milioni e mezzo, ossia l\x928% della popolazione. Solo 300 mila sono gli irregolari. Il Regno Unito è il paese europeo al primo posto per numero di nuovi immigrati con circa 560.000 arrivi ogni anno. Seguono la Germania, la Spagna e poi l\x92Italia. La Germania è invece il Paese Ue con il maggior numero di stranieri residenti con 7,4 milioni di persone. Seguono la Spagna e poi l\x92Italia. Siamo sesti inoltre per numero di richieste d\x92asilo (27.800). Da notare che il Paese col più alto numero di immigrati è anche l\x92unico che in questo momento sta crescendo economicamente.<br /><br />2) \x93Li manteniamo con i nostri soldi\x94<br />Gli stranieri con il loro lavoro contribuiscono al Pil italiano per l\x9211% , mentre per loro lo Stato stanzia meno del 3% dell\x92intera spesa sociale. Inoltre gli immigrati ci pagano letteralmente le pensioni. L\x92età media dei lavoratori non italiani è 31 anni, mentre quella degli italiani 44 anni. Bisognerà aspettare il 2025 perché gli stranieri pensionati siano uno ogni 25, mentre gli italiani pensionati sono oggi 1 su 3. Ecco che i contributi versati dagli stranieri (circa 9 miliardi) oggi servono a pagare le pensioni degli italiani.<br /><br />3) \x93Ci rubano il lavoro\x94<br />\x93La crescita della presenza straniera non si è riflessa in minori opportunità occupazionali per gli italiani\x94, è la Banca d\x92Italia a parlare. Il lavoro straniero in Italia ha colmato un vuoto provocato da fattori demografici. Prendiamo il Veneto. Fra il 2004 e il 2008 ci sono stati 65.000 nuovi assunti all\x92anno, 43.000 giovani italiani e 22.000 giovani stranieri. Nel periodo in cui i nuovi assunti sono presumibilmente nati, negli anni dal 1979 al 1983, la natalità è stata di 43.000 unità all\x92anno. È facile vedere allora che se non ci fossero stati gli immigrati, 22.000 posti di lavoro sarebbero rimasti vacanti. Questo al Centro-Nord. La situazione è un po\x92 più problematica al Sud, perché in un\x92economia fragile e meno strutturata spesso gli stranieri accettano paghe più basse e condizioni lavorative massacranti, rubando qualche posto agli italiani. A livello nazionale, ad ogni modo, il fenomeno non è apprezzabile.<br /><br />4) \x93Non rispettano le leggi\x94<br />Negli ultimi 20 anni la presenza di stranieri in Italia è aumentata vertiginosamente, fra il 1998 e 2008 del 246% dice l\x92Istat. Eppure la delinquenza non è aumentata, ha avuto solo trascurabili variazioni: nel 2007 il numero dei reati è stato simile al 1991. Di solito si ha una percezione distorta del fenomeno perché si considerano fra i reati degli stranieri quelli degli irregolari che all\x9287% sono accusati di reato di clandestinità il quale consiste semplicemente nell\x92aver messo piede su territorio italiano.<br /><br />5) \x93Portano l\x92Ebola\x94<br />L\x92Africa è un continente enorme, non una nazione. Le zone in cui l\x92Ebola ha maggiormente colpito sono Liberia e Sierra Leone. Da queste zone non giungono immigrati in Italia dove invece arrivano da Libia, Eritrea, Egitto e Somalia. I sintomi dell\x92Ebola poi si manifestano in 3 o 4 giorni e un migrante contagiato non potrebbe mai viaggiare per settimane giungendo fino a noi. Infine il caso Ebola è scoppiato ad aprile 2014, nei primi 8 mesi del 2014 in Italia sono arrivati circa 100 mila immigrati e neanche uno che ci abbia trasmesso l\x92Ebola.<br /><br />6) \x93Aiutiamoli a casa loro\x94<br />È la frase con cui i razzisti di solito si autoassolvono, come se aiutarli a casa loro non abbia dei costi e dei rischi, e come se i nostri Governi non avessero già lavorato per affossare questa possibilità. Nel 2011, il Governo Italiano ha operato un taglio del 45% ai fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo, stanziando effettivamente 179 milioni di euro, la cifra più bassa degli ultimi 20 anni. Destiniamo a questo ambito lo 0,2 del Pil collocandoci agli ultimi posti per stanziamenti fra i Paesi occidentali. Nel 2013 il Servizio Civile ha messo a disposizione 16.373 posti di cui solo 502 all\x92estero, in sostanza il 19% di posti finanziati in meno rispetto al bando del 2011.<br /><br />7) \x93Sono avvantaggiati nelle graduatorie per la casa\x94<br />Ovviamente fra i criteri per l\x92assegnazione delle case popolari non compare la nazionalità. I parametri di cui si tiene conto sono il reddito, numero di componenti della famiglia se superiore a 5 unità, l\x92età, eventuali disabilità. Gli immigrati di solito sono svantaggiati perché giovani, in buona salute e con piccoli gruppi famigliari (poiché non ricongiunti). Nel bando del 2009 indetto dal comune di Torino, il 45% dei richiedenti era straniero, solo il 10% di essi si è visto assegnare una casa. Nel comune di Genova, su 185 abitazioni messe a disposizione, solo 9 sono andate ad immigrati. A Monza su 100 assegnazioni solo 22 agli stranieri. A Bologna su 12.458 alloggi popolari assegnati, 1.122 agli stranieri.<br /><br />8) \x93Prova a costruire una chiesa in un paese islamico\x94<br />È l\x92argomento che molti usano perché non si costruiscano moschee in Occidente o perché si lasci il crocifisso nei luoghi pubblici. È un argomento davvero bislacco: per quale motivo se gli altri sono incivili dovremmo esserlo anche noi? E comunque gli altri non sono incivili. In Marocco i cattolici sono meno dello 0,1% della popolazione eppure ci sono 3 cattedrali e 78 chiese. Si contano 32 cattedrali in Indonesia, 1 cattedrale in Tunisia, 7 cattedrali in Senegal, 5 cattedrali in Egitto, 4 cattedrali e 2 basiliche in Turchia, 4 cattedrali in Bosnia, 1 cattedrale negli Emirati Arabi Uniti, 3 monasteri in Siria, 7 cattedrali in Pakistan e così via.<br /><br />9) \x93I musulmani ci stanno invadendo\x94<br />Al primo posto fra gli stranieri presenti in Italia ci sono i rumeni che sono oltre un milione. I rumeni per la maggior parte sono ortodossi. In seconda posizione ci sono gli albanesi, quasi 600 mila, per il 70% non praticanti (lascito della dominazione sovietica) e, fra i rimanenti, al 60% musulmani e al 20% ortodossi. Seguono i marocchini, quasi 500 mila, quasi totalmente musulmani, e ancora i cinesi, circa 200 mila, quasi tutti atei. Dunque in larga parte gli stranieri in Italia sono cristiani, oppure atei, solo in piccola parte professanti l\x92Islam.<br /><br />\x93Un buon capro espiatorio vale quasi quanto una soluzione\x94: A. Bloch.<br /><br />Andrea Colasuonno]]></content>
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  760. <title><![CDATA[Oggi: giornata mondiale della gentilezza]]></title>
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  766. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=324"><![CDATA[UN DECALOGO DA SEGUIRE TUTTO L'ANNO<br /><br />1) SII GENTILE CON TE STESSO: <br /><br />Non possiamo piacere agli altri se prima non piacciamo a noi stessi. <br /><br />2) FAI SENTIRE IMPORTANTE L'ALTRA PERSONA:<br /><br />Il modo migliore per dimostrare attenzione verso qualcuno è essere sinceramente interessati a lui e alla sua vita<br /><br />3) SORRIDI:<br /><br />\x93Un sorriso è un modo molto economico di migliorare il tuo aspetto". (Jean Toomer).<br />È innegabile che tutti noi siamo molto più attratti dalle persone sorridenti, positive, che trasmettono serenità e voglia di vivere, perché stare con loro ci fa stare bene. <br /><br />4) DIVENTA PIU' DIVERTENTE:<br /><br />Fai ridere gli altri e falli interessare alle tue storie in modo che a loro piaccia starti vicino.<br /><br />5) SORPRENDI:<br /><br />La sorpresa sarà più gradita quanto più corrisponderà ai  desideri del tuo interlocutore. Come conoscerli? Passa al prossimo punto. <br /><br />6) ASCOLTA:<br /><br />Se vuoi far colpo su una persona, ascoltala con attenzione e sincero interesse.  Solo ascoltando attentamente guadagni fiducia e confidenza. <br /><br />7) SCOPRI LE CORDE GIUSTE:<br /><br />Persone diverse sono attratte da cose diverse, perciò è opportuno sviluppare le capacità di ascolto e di osservazione.  Scopo di questo gioco è lasciare le persone in uno stato emozionale migliore di quello in cui si trovavano prima di incontrarle.<br /><br />8) RICORDATI I NOMI:<br /><br />Il nome di battesimo è il suono più bello che una persona possa sentire sulla bocca altrui. Quando ti viene presentato qualcuno sforzati di imparare il suo nome ripetendolo più volte mentalmente.<br /><br />9) SII TE STESSO:<br /><br />Ricorda il concetto di identità. Gentilezza non significa ipocrisia. Cercare di piacere a chi ci sta davanti non significa mettersi una maschera o recitare una parte. <br /><br />10) DAI ATTENZIONE TOTALE:<br /><br />Dimostra al tuo interlocutore la sua unicità. Dedicagli anche solo tre minuti della tua vita,  ma fallo con AMORE.<br /><br />]]></content>
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  774. <title><![CDATA[La presunta lettera di Albert Einstein a sua figlia Lieserl]]></title>
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  780. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=323"><![CDATA[Quando proposi la teoria della relatività, pochissimi mi capirono, e anche quello che rivelerò a te ora, perché tu lo trasmetta all\x92umanità, si scontrerà con l\x92incomprensione e i pregiudizi del mondo. Comunque ti chiedo che tu lo custodisca per tutto il tempo necessario, anni, decenni, fino a quando la società sarà progredita abbastanza per accettare quel che ti spiego qui di seguito.<br />Vi è una forza estremamente potente per la quale la Scienza finora non ha trovato una spiegazione formale. È una forza che comprende e gestisce tutte le altre, ed è anche dietro qualsiasi fenomeno che opera nell\x92universo e che non è stato ancora individuato da noi. Questa forza universale è l\x92Amore. Quando gli scienziati erano alla ricerca di una teoria unificata dell\x92universo, dimenticarono la più invisibile potente delle forze. L\x92amore è Luce, visto che illumina chi lo dà e chi lo riceve.<br />L\x92amore è Gravità, perché fa in modo che alcune persone si sentano attratte da altre. L\x92amore è Potenza, perché moltiplica il meglio che è in noi, e permette che l\x92umanità non si estingua nel suo cieco egoismo. L\x92amore svela e rivela. Per amore si vive e si muore.<br />Questa forza spiega il tutto ed à un senso maiuscolo alla vita. Questa è la variabile che abbiamo ignorato per troppo tempo, forse perché l\x92amore ci fa paura, visto che è l\x92unica energia dell\x92universo che l\x92uomo non ha imparato a manovrare a suo piacimento. Per dare visibilità all\x92amore, ho fatto una semplice sostituzione nella mia più celebre equazione.<br />Se invece di E = mc2 accettiamo che l\x92energia per guarire il mondo può essere ottenuta attraverso l\x92amore moltiplicato per la velocità della luce al quadrato, giungeremo alla conclusione che l\x92amore è la forza più potente che esista, perché non ha limiti. <br />Dopo il fallimento dell\x92umanità nell\x92uso e il controllo delle altre forze dell\x92universo, che si sono rivolte contro di noi, è arrivato il momento di nutrirci di un altro tipo di energia. Se vogliamo che la nostra specie sopravviva, se vogliamo trovare un significato alla vita, se vogliamo salvare il mondo e ogni essere senziente che lo abita, l\x92amore è l\x92unica e l\x92ultima risposta. Forse non siamo ancora pronti per fabbricare una bomba d\x92amore, un artefatto abbastanza potente da distruggere tutto l\x92odio, l\x92egoismo e l\x92avidità che affliggono il pianeta.<br />Tuttavia, ogni individuo porta in sé un piccolo ma potente generatore d\x92amore la cui energia aspetta solo di essere rilasciata. Quando impareremo a dare e ricevere questa energia universale, Lieserl cara, vedremo come l\x92amore vince tutto, trascende tutto e può tutto, perché l\x92amore è la quintessenza della vita. <br />Sono profondamente dispiaciuto di non averti potuto esprimere ciò che contiene il mio cuore, che per tutta la mia vita ha battuto silenziosamente per te. Forse è troppo tardi per chiedere scusa, ma siccome il tempo è relativo, ho bisogno di dirti che ti amo e che grazie a te sono arrivato all\x92ultima risposta.<br />Tuo padre Albert Einstein<br />]]></content>
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  788. <title><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo]]></title>
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  794. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=322"><![CDATA[IPOTETICA LETTERA A RENZI: magari prima o poi gliela spedisco. <br />Caro Presidente Renzi,<br />sono una ragazza di 29 anni, ex insegnante di scuola pubblica e privata, attualmente Coach e Trainer di PNL che si occupa anche di scuola. Sono infatti "scappata" dal sistema scolastico vecchio perché ne ho visto e percepito i limiti e i danni sui bimbi e sui ragazzi adolescenti. Ho voluto passare dalla parte di chi aiuta trovando e creando sol...uzioni rapide a problemi di approccio al sistema scolastico.<br />Occorre fare qualcosa subito e urgentemente. Occorre cambiare il paradigma con cui è pensata la scuola. Occorre cambiare contenuti e programmi. Con l'esperienza maturata e il percorso di formazione che ho seguito, mi pare logico ed evidente intervenire a monte, sull'impostazione generale della scuola e degli insegnanti. Non può essere valido un sistema scolastico che era valido più di un secolo fa. Siamo indietro, andiamo lenti rispetto all'evoluzione del mondo che ci circonda. <br />Cambiare paradigma vuol dire ripensare del tutto l'approccio allo studio: troppi ragazzi oggi sono vittime dell'attuale sistema . Non è possibile che siano loro sbagliati, è il sistema intero che va ripensato.<br /><br />Occorre ragionare per talenti, stimolare il pensiero divergente, la curiosità, l'intraprendenza personale, cambiare il metodo di valutazione, unire il benessere di mente e corpo, aggiornare i programmi, le materie, i metodi.<br /><br />Le scriverò tutti i giorni con la speranza di poterLa incontrare per portarle la mia esperienza, le mie idee, i progetti che sogno per il futuro di bimbi che altrimenti rischiano di non riuscire nemmeno a vederlo un futuro. La prego di considerare questa voce fuori dal coro, coraggiosa, che osa farsi avanti: ci riprenderemo come nazione solo se avremo coraggio di osare a cambiare davvero.<br /><br />Beatrice Raso]]></content>
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  802. <title><![CDATA[Public speaking, come fare una buona visualizzazione]]></title>
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  808. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=321"><![CDATA[Molte persone pensano che visualizzare una situazione come la seguente prima di parlare in pubblico - "Sto parlando tranquillamente davanti al mio pubblico, la mia presentazione sta andando bene, chi mi sta di fronte annuisce e sorride" \x96 possa aiutarli sia a parlare in modo migliore sia a ridurre la paura del public speaking.<br /><br />Forse può farci sentire meglio per un po' ma alcuni studi contrastano il credo che possa rendere la nostra performance migliore o ridurre la paura di parlare in pubblico.<br /><br />In realtà, ci sono altri tipi di visualizzazione utili prima di parlare in pubblico.<br /><br />Visualizzazione per un'esposizione ottimale<br />La visualizzazione in questione è la visualizzazione del processo. Durante una visualizzazione del processo, visualizziamo tutti i passi necessari per ottenere il risultato che vogliamo.<br /><br />Proviamo a immaginarci:<br /><br />\x95Mentre prepariamo la presentazione o il discorso;<br />\x95Quando ripetiamo la presentazione o il discorso;<br />\x95Durante la presentazione davanti a un pubblico normale (persone che annuiscono, chi resta impassibile, chi gioca col proprio smartphone);<br />\x95Nel caso in cui risolviamo in maniera concreta i problemi che possono sorgere durante la presentazione.<br /><br /><br />Visualizzazione per ridurre la paura di parlare in pubblico<br />La visualizzazione classica può farci sentire bene per un breve periodo o quando la pratichiamo. Ci sono tuttavia tre aspetti negativi rispetto a questo tipo di visualizzazione per ridurre la paura di parlare in pubblico.<br /><br />Non è credibile<br />Vuol dire che avrà un impatto a breve termine, se ce l'avrà, sulle tue emozioni.<br /><br />Non è basata sulla realtà<br />Questo tipo di visualizzazione non ci aiuta quando siamo di fronte a un pubblico "normale". Un pubblico normale di solito è composto di persone che annuiscono e sorridono, di persone vagamente interessate e altre che nemmeno ti guardano negli occhi. Quando la realtà si scontra con ciò che abbiamo visualizzato, ogni sentimento positivo che avevamo tende a scomparire.<br /><br />Non ci prepara per i momenti di difficoltà<br />In particolare, questa visualizzazione non ci aiuta quando le cose si mettono male. E' come quando una squadra sportiva visualizza una partita facile, dove gli avversari scompaiono e segnano senza fare alcuno sforzo. Gli sportivi non fanno così. Studiano gli avversari nel dettaglio e preparano le strategie di cui hanno bisogno per controbattere alle mosse di chi starà di fronte loro.<br /><br />Visualizzazione razionale<br />Tuttavia c'è un tipo di visualizzazione che, secondo strategie già testate, può aiutarci a ridurre la paura di parlare in pubblico.<br /><br />Parliamo della visualizzazione razionale. In questo tipo di visualizzazione, visualizziamo noi stessi durante la nostra presentazione \x96 incluso tutto ciò che può andar male. Per esempio, il proiettore o il pc che non funzionano, avere un vuoto di memoria, il pubblico che si annoia.<br /><br />Pianifichiamo una strategia che useremo in quella situazione e poi visualizziamo noi stessi che applichiamo le strategie pianificate durante la presentazione risolvendo efficacemente la situazione di disagio.<br /><br />Tutto ciò ci aiuta a ridurre la paura in due modi:<br /><br />\x95Sviluppiamo alcune strategie pratiche da usare quando le cose vanno male. Per esempio, ci assicuriamo di avere del materiale cartaceo qualora la tecnologia dovesse fare i capricci. Sapere di avere un "piano B" pronto ci darà la possibilità di essere meno preoccupati qualora il proiettore o un pc non dovessero funzionare.<br /><br /><br />\x95Nella nostra testa avremo ripetuto in maniera efficace le soluzioni per i problemi. Per esempio, se abbiamo rivisto come recuperare una situazione da vuoto di memoria, non avremo più una vocina in testa che ci dice "se ho un vuoto di memoria, sono rovinato". Invece, saremo capaci di dire a noi stessi "Spero di non avere un vuoto di memoria ma se dovesse succedere, so come risolverlo".<br />Quindi, non visualizziamo solo il successo. Visualizziamo i passi necessari per raggiungere il successo.<br /><br />Mario Grasso]]></content>
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  812.   <author>
  813. <name>Claudio Maffei</name>
  814. <email>[email protected]</email>
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  816. <title><![CDATA[I giovani cantano insieme?]]></title>
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  822. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=320"><![CDATA[Grazie!<br />Grazie, in rigoroso ordine alfabetico a Claudio Baglioni,<br />Lucio Battisti, Edoardo Bennato, Adriano Celentano,<br />Riccardo Cocciante, Lucio Dalla, Pino Daniele, Fabrizio De Andrè,<br />Francesco De Gregori, Giorgio Gaber, Ricky Gianco,<br />Francesco Guccini, Enzo Jannacci, Bruno Lauzi ,<br />Domenico Modugno, Gianna Nannini, Gino Paoli, Luigi Te n c o ,<br />Roberto Vecchioni, Antonello Venditti.<br />Io volevo essere uno di loro.<br />Ci ho anche provato e, per un po\x92, ci sono riuscito contro tutti<br />e tutto.<br />Sono stato quello che si può definire un ottimo dilettante. Le<br />loro canzoni mi hanno permesso di ricevere applausi, di divertire<br />gli amici e anche... di far innamorare qualche ragazzina.<br />Una generazione speciale, la mia, quella che oggi verre b b e<br />definita la generazione del \x9268.<br />Da quegli anni in poi, la musica ha avuto, per le giovani generazioni,<br />il ruolo di lingua mondiale, unificando i popoli molto più<br />della politica o delle religioni.<br />Giovani di tutte le nazionalità si sono incontrati a Woodstock o<br />all\x92Isola di Wight, fraternizzando in due ore come mai sarebbero<br />riusciti a fare, dibattendo i loro problemi per giorni e giorni.<br />In quegli anni, sull\x92onda del pacifismo e dell\x92amore per gli altri,<br />la musica era semplicemente comunicare con la gente, soprattutto<br />quella della nostra età.<br />E io mi ci sono buttato.<br />Già nel 1966, a soli 14 anni, partecipai al Festival studentesco<br />che coinvolse tutte le scuole superiori di Milano.<br />La totale ignoranza della lingua inglese mi portò, immediatamente,<br />a interpretare le canzoni dei principali complessi italiani, i<br />Camaleonti, i Dik Dik, l\x92Equipe 84, i Giganti. Subito dopo, sfasciati<br />due o tre complessi per il mio maledetto carattere anarchico e zingaresco,<br />iniziai a interpretare i cantautori, primi fra tutti Francesco<br />Guccini e Fabrizio De Andrè.<br />Quante notti sulla spiaggia, quanti fuochi, quante bottiglie di<br />vino e poi, finalmente un palcoscenico, microfoni, riflettori e... il<br />pubblico.<br />Naturalmente facevo tutto ciò solo e unicamente per passione:<br />"vendere non passava tra i miei rischi", per fare una dotta citazione.<br />Non mi sembra che gli adolescenti di oggi abbiano lo stesso amore per la musica, soprattutto per la musica condivisa, cantata insieme.<br />Oggi la musica è fruita singolarmente e perde, così, quella sua caratteristica di linguaggio universale che unisce e rende fratelli gli uomini di qualunque lingua, religione e appartenenza.<br />]]></content>
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  827. <name>Claudio Maffei</name>
  828. <email>[email protected]</email>
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  830. <title><![CDATA[Non si tratta di guadagnare tempo ma di perderne]]></title>
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  836. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=319"><![CDATA[Muovevo i primi passi nel mondo del lavoro quanto un manager rampante mi disse: \x93Chi lavora più degli altri fa più carriera degli altri\x94. Sinceramente questa dichiarazione mi sconvolse. Il giudizio può e s s e re solo quantitativo? Vale più la quantità della qualità? Oggi, dopo circa  trent\x92anni, ho confermato sempre più un\x92avversione nei confronti di questo tipo di mentalità. Quanto agiamo in fretta non abbiamo tempo per immaginare, per pensare, per creare. E chi crea si diverte, lavora meglio, è felice. Purtroppo, invece, questi sono gli anni della \x93occupazione globale\x94. Alleviamo i nostri bambini tra la scuola, la piscina, l\x92inglese e la TV. Tenersi sempre occupati, secondo me, è un modo per non p e n s a re, per non sentire l\x92angoscia e la solitudine che abbiamo dentro. Le persone usano la TV, il cellulare, e ora anche internet per non sentirsi isolate. La nostra cultura è talmente dedita al movimento, alla fretta e all\x92occupazione globale da renderci incapaci di fissare l\x92orologio lasciando correre le lancette anche per un solo minuto. Prima ci riempiamo la vita di impegni, e poi? Ci sentiamo troppo occupati e rinunciamo a vedere gli amici, ad andare a teatro, a passeggiare nei boschi. Il manager e l\x92imprenditore sono i massimi esponenti della categoria degli occupati; nelle aziende, infatti, non vieni giudicato per quello che sei, ma per quello che fai, per quanto guadagni e per la tua carriera. Io, fin da giovane, mi sono sempre rifiutato di identificarmi in ciò che faccio. Lo trovo estremamente limitativo. Poi, sinceramente, tutto ciò è fonte di stress. Alcuni sintomi? Vedere il lato negativo delle cose, sentirsi oppressi e avere ansie e timori, trovare irritanti gli altri, sentirsi tesi e cambiare umore. Pensare troppo al lavoro. Credo che dovremmo insegnare ai giovani altri valori. È bene che sappiano liberarsi dalla ricerca spasmodica del successo, dalle corse contro l\x92orologio, dal presenzialismo. Per essere felici e realizzati, i futuri manager e imprenditori dovranno organizzare cene dove sia proibito parlare di lavoro, coltivare amicizie disinteressate, fare passeggiate lungo la spiaggia, godersi una prima colazione in santa pace. Un\x92ora di pensiero libero porta più benefici di giornate di lavoro in ufficio. Avviciniamoci alla natura: boschi, cascate, onde del mare stimolano le capacità creative.]]></content>
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  841. <name>Claudio Maffei</name>
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  844. <title><![CDATA[Ma la comunicazione è ancora di moda?]]></title>
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  850. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=318"><![CDATA[Relazioni umane: l\x92insieme delle attività che tendono a migliorare i rapporti tra i dirigenti di un\x92azienda e i loro dipendenti. Relazioni pubbliche: l\x92insieme dei mezzi che tendono a migliorare i rapporti non direttamente economici di un\x92azienda, o di un ente, con il pubblico. Era davanti a me in carne e ossa il Cardinale di Milano, Carlo Maria Martini, quando pronunciò una frase che mi colpì molto \x93non si possono ridurre a tecniche cose che riguardano la dignità e l\x92esistenza stessa, come le relazioni fra gli uomini\x94. Non si possono ridurre a tecniche... che bello! Che calcio negli stinchi a tutti i \x93tecnici della comunicazione o delle relazioni pubbliche\x94. Non si possono ridurre a tecniche... eppure sul vocabolario è scritto \x93l\x92insieme delle attività... l\x92insieme dei mezzi\x94. No, non è così; non basta parlare di mezzi e di attività, bisogna parlare di cuore, di sangue, di spirito. Purtroppo, nelle aziende, il cuore non c\x92è. Neppure l\x92ombra. Si è passati dal panettone e lo spumante regalati a Natale alle attività di comunicazione interna fatte solo per ridurre la conflittualità. La comunicazione è sempre stata strumentalizzata. Si è accettato di far comunicazione per controllare meglio gli altri, ma la comunicazione non è controllo o potere, è accogliere le idee altrui, cercare la critica più che il consenso. È compre n d e re le ragioni del dissenso per stabilire, appunto, sistemi di \x93relazione\x94. C o m u n i c a re vuol dire mettere in comune, non approfittare della dabbenaggine altrui attraverso raffinate tecniche. In un\x92azienda multinazionale che mi ha convocato per comunicare meglio esistevano tre mense. Quella dei dirigenti (tovaglioli di stoffa), quella degli impiegati (tovaglioli di carta), quella degli operai (senza tovaglioli). Quando dissi che la comunicazione doveva partire dall\x92eliminazione di queste differenze, mi presero per pazzo. Ovviamente non ho firmato il contratto di consulenza.  ]]></content>
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  858. <title><![CDATA[Imparare la retorica]]></title>
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  864. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=317"><![CDATA[Molti anni fa, ai tempi in cui un debitore insolvente poteva essere gettato in prigione, un mercante di Londra si trovò, per sua sfortuna, ad avere un grosso debito con un usuraio.<br />L'usuraio, che era vecchio e brutto, si invaghì della bella e giovanissima figlia del mercante, e propose un affare.<br />Disse che avrebbe condonato il debito se avesse avuto in cambio la ragazza. Il mercante e sua figlia rimasero inorriditi dalla proposta. Perciò l'astuto usuraio propose di lasciar decidere alla Provvidenza. Disse che avrebbe messo in una borsa vuota due sassolini, uno bianco e uno nero, e che poi la fanciulla avrebbe dovuto estrarne uno. Se fosse uscito il sassolino nero, sarebbe diventata sua moglie e il debito di suo padre sarebbe stato condonato. Se la fanciulla invece avesse estratto quello bianco, sarebbe rimasta con suo padre e anche in tal caso il debito sarebbe stato rimesso.<br />Ma se si fosse rifiutata di procedere all'estrazione, suo padre sarebbe stato gettato in prigione e lei sarebbe morta di stenti.<br />Il mercante, benché con riluttanza, finì con l'acconsentire. In quel momento si trovavano su un vialetto di ghiaia del giardino del mercante e l'usuraio si chinò a raccogliere i due sassolini. Mentre egli li sceglieva, gli occhi della fanciulla, resi ancor più acuti dal terrore, notarono che egli prendeva e metteva nella borsa due sassolini neri. Poi l' usuraio invitò la fanciulla a estrarre il sassolino che doveva decidere la sua sorte e quella di suo padre.<br />Che fare?<br />1. Rifiutarsi di estrarre il sassolino <br />2. mostrare che la borsa contiene due sassolini neri e smascherare l'usuraio imbroglione<br />3. estratte uno dei sassolini neri e sacrificarsi per salvare il padre dalla prigione.<br /> SONO QUESTE LE SOLUZIONI POSSIBILI? ALL'APPARENZA SI<br />La storia continua narrando che la ragazza introdusse la mano nella borsa ed estrasse un sassolino, ma senza neppure guardarlo se lo lasciò sfuggire di mano facendolo cadere sugli altri sassolini dei vialetto, fra i quali si confuse.<br /> "Oh, che sbadata! ¬ esclamò ¬ ma non vi preoccupate: se guardate nella borsa potrete immediatamente dedurre, dal colore del sassolino rimasto, il colore dell'altro".<br />Questo racconto è tratto da Il pensiero laterale, il famoso libro di Edward De Bono. Il Pensiero laterale è, secondo De Bono, l'opposto de pensiero verticale quello che noi definiremmo razionalità. <br />Ho stilato un decalogo per il comunicatore ideale.<br />Al primo punto ho scritto INNOVATORE. Infatti, per un oratore, il più grave difetto è la ripetitività. Inoltre, chi parla a un pubblico deve essere abilissimo in ciò che io definisco "la gestione della crisi". Ogni volta è diverso, cambiano i luoghi fisici, cambiano le persone, cambiano gli input da parte della platea. Va prestata grande attenzione anche all'uso dei mezzi tecnici ( videoproiettori, slide, filmati) che sono fantastici strumenti tecnologici ma possono abbandonarci per un guasto in qualunque momento.<br />Cosa dovrà fare in quel caso l'oratore? Ovviamente saper andare avanti.<br />Ma veniamo al nostro decalogo. Chi parla a un pubblico dovrà essere:<br /> <br />1. Innovatore<br />Idee, idee, idee. Non bisogna essere dei geni, basta rubarle. L'archivio è la miglior fonte di ispirazione di un oratore. Dovrà essere pieno di ritagli, di pagine strappate da riviste e quotidiani, di appunti suddivisi per ogni argomento. Il tutto, naturalmente, riordinato in modo originale.<br />2. Competente<br />La formazione permanente è, in questi anni, non solo necessaria ma indispensabile, il mondo va velocissimo, è necessario migliorare continuamente le nostre competenze.<br />3. Esperto<br />Migliorare le competenze non significa dimenticare il passato. Il nostro bagaglio di esperienze dovrà essere il punto da cui partire per migliorare il nostro lavoro senza ripetere errori già fatti.<br />4. Propositivo<br />Tenersi aggiornati è fondamentale per chiunque voglia incantare una platea. La funzione dell'ascolto viene sicuramente prima di quella della parola. Se ci porremo in una dimensione di ascolto potremo allargare a dismisura i nostri elementi di giudizio. Purtroppo l'egocentrismo che contraddistingue ognuno di noi non ci permette di prestare la dovuta attenzione.<br />5. Entusiasta<br />Scegliere gli obiettivi, trovare le idee, crederci, essere creativi, agire di conseguenza, avere fiducia in se stessi, questo è l'atteggiamento vincente. E' importante imparare a comunicare in modo da ottenere l'effetto desiderato. L'unico risultato della comunicazione ¬ dice la PNL ¬ è l'atteggiamento altrui.<br />6. Trasparente<br />La trasparenza è una richiesta che, in questi anni, viene dalla società civile. Per troppo tempo si sono usate le scorciatoie, i trucchi, i mezzucci. A volte l'oratore ricerca più l'efficacia che la verità, più il consenso che le critiche.  Non si tratta di cercare consenso ma aperture, prospettive, dialogo. Essere trasparenti significa anche accogliere le idee altrui senza preconcetti.<br />7. Determinato<br />Un grande maestro della comunicazione diceva: " Ho visto persone di successo piene di difetti. Alcuni erano bari, ladri, impostori ed altro ancora. Non ne ho mai visto uno che fosse ancora a letto alle sette della mattina".La determinazione è credere nel proprio successo, puntare decisi all'obiettivo, certi di farcela senza risparmiare energie. Qualcuno mi chiede, quanto tempo ci metto a diventare un grande oratore? La risposta è sempre la stessa: Se ti alleni tutti i giorni ci metterai poco.<br />8. Curioso<br />La curiosità non è un difetto, anzi. Senza la curiosità non esisterebbero inventori, scienziati, ricercatori. Le soluzioni vengono trovate attraverso la curiosità che è sempre accoppiata a concetti come fantasia, immaginazione, creatività. Mantenete vivo il vostro complesso di Peter Pan, siate eterni bambini a caccia di informazioni per crescere. Quindi non solo dibattiti, convegni e corsi, ma anche cinema, teatro, programmi televisivi e tanti, tanti libri<br />9. Paziente<br />La pazienza non è una dote, ma un atteggiamento, un modo di vivere. Non ci deriva dalla nascita, non è nel DNA, ma va coltivata giorno per giorno. In un epoca in cui il tempo corre veloce facciamo fatica a comprendere che la fretta è nemica della qualità. Un mio collega cita sempre un antico proverbio piemontese "fai in fretta, ma vai piano".            La pazienza è la dote fondamentale per le relazioni interpersonali. Rispettate i tempi altrui.<br />10. Tenace<br />La mancanza di costanza è un errore frequente, spesso quelli che giungono al successo non sono i migliori, ma sono quelli che ci hanno veramente creduto. Chi è veramente tenace può riuscire in tutto anche in quello che la gente normalmente chiama "miracoli"!. <br />La tenacia significa anche buona capacità organizzativa, mente aperta, intelligenza, originalità, cultura, dedizione e, quindi faticate, gente, faticate.<br /> Queste sono le caratteristiche del buon comunicatore , ma la caratteristica principale è quella contenuta nella storia che vi ho appena raccontato. Il buon comunicatore dovrà saper sviluppare il pensiero laterale per poter costantemente trovare soluzioni innovative. La qualità non può essere un obiettivo. La qualità è un dato di fatto da cui partire.  Un dato imprescindibile<br />]]></content>
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  869. <name>Claudio Maffei</name>
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  872. <title><![CDATA[Lettere: se la legge vuole in cella i giornalisti &quot;abusivi&quot;]]></title>
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  878. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=316"><![CDATA[Chissà, sarà in un sussulto di dignità che il sito ufficiale della Federazione nazionale della stampa, ultima scheggia brezneviana sopravvissuta al tracollo dell'89, ha deciso di nascondere lo sconsiderato elogio della legge grottesca e liberticida che stanno cuocendo in Parlamento.<br /><br />Con l'appoggio dell'Ordine dei giornalisti, istituito da Benito Mussolini ed ereditato, caso unico nel mondo dell'Occidente libero, nella Repubblica antifascista, si sta proponendo un avvitamento di manette a danno di "chiunque abusivamente eserciti" la professione di giornalista "per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato": il reo verrebbe "punito con la reclusione fino a 2 anni e con la multa da 10 mila a 50 mila euro".<br /><br />Non sono previsti umilianti riti di autocritica in appositi istituti per la riabilitazione ideologica e morale del nemico del popolo (sinora, ma non si può mai dire). È una legge semplicemente pazzesca. La si può prendere con ironia, come fa Carola Parisi sulla testata giornalistica online<br /><br />L'ultima ribattuta immaginando questa scena in un carcere già vergognosamente sovraffollato: "Come mai siete dentro?" "Io spaccio". "Io ho rubato una macchina". "Io non ho superato l'esame da giornalista". O con sgomento.<br /><br />E constatare in quale scarsa considerazione sia tenuta la libertà di stampa e di opinione per chi non dispone di un tesserino vidimato dallo Stato e con quanta ferocia corporativa si voglia tenere dall'informazione e dalla scrittura lontani gli esclusi, chi non fa parte della categoria controllata, chi non viene ritenuto degno di pubblicare e osa sfidare il monopolio della corporazione.<br /><br />Il carcere per chi scrive "abusivamente": ma vi rendete conto dell'enormità? E se un giorno, a legge liberticida approvata, qualcuno volesse pignolamente applicare le nuove norme, che fanno, si presentano a casa di un freelance, del collaboratore di un blog, per mettere ai ceppi un "abusivo"?<br /><br />E non c'è bisogno di essere entusiasti di You Reporter per capire che non si può trattare un sito come un covo di delinquenti. E non c'è bisogno di essere super-liberali, ma solo di avere un po' di buon senso, per capire che non si può essere così rozzi, grossolanamente autoritari, per indicare il carcere come punizione di un giornalista "abusivo". Tra l'altro è semplicemente ridicolo accostare, come indica la legge, i giornalisti "abusivi" ai medici "abusivi" o agli ingegneri "abusivi".<br /><br />Chi entra con il bisturi in sala operatoria spacciandosi per chirurgo, o chi costruisce ponti proclamandosi ingegnere è un criminale pericoloso. Chi fa del giornalismo senza essere iscritto all'Ordine, in un regime pluralistico dove le fonti di informazioni sono tante e diverse, non fa male a nessuno. E non sarà certo un timbro dello Stato, comunque, a neutralizzarne l'eventuale pericolo. Ma il buon senso scarseggia, le corporazioni sono aggrappate al loro monopolio e la libertà di opinione non sembra un valore forte. Questo è il vero pericolo.<br />Pierluigi Battista - Corriere della Sera<br /><br /><br /><br />]]></content>
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  882.   <author>
  883. <name>Claudio Maffei</name>
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  886. <title><![CDATA[Le dieci categorie umane più insopportabili di Facebook]]></title>
  887. <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=315" />
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  889. <modified>2014-07-07T22:01:01+02:00</modified>
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  892. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=315"><![CDATA[Sempre più italiani passano ore e ore sul più amato dei Social, ma purtroppo Facebook è frequentato anche da pessimi soggetti. Pedofili a parte, ecco un elenco delle tipologie più noiose o moleste.<br /><br />10. Il Luddista<br />Si lamenta in continuazione di Facebook, scrivendolo su Facebook. Del resto chi mai leggerebbe le sue invettive tecnofobe se le vergasse con la stilografica sulle amatissime Moleskine?<br />Il luddista è un hipster che si sposta con costose biciclette a scatto fisso, un poser che porta i Ray-Ban Wayfarer anche se ha dieci decimi e colleziona vinili che non scarta neppure dal cellophane. È sempre in procinto di abbandonare i Social ma non lo fa mai, e il suo idolo è quell\x92idiota di Into the wild che è morto di diarrea in un bus sperduto dell\x92Alaska.<br />9. L\x92Esibizionista e il Dongiovanni<br />L\x92esibizionista la riconosci subito dalle foto più o meno svestite, più o meno fotoritoccate, più o meno provocanti. E dall\x92immancabile bocca a piccione (duckface per gli anglofoni). Il suo regno è il bagno in cui si scatta ogni giorno innumerevoli selfie da condividere su FB, Twitter, Instagram e Tumblr. Fidanzata o meno, l\x92esibizionista è patologicamente affamata di like e follower. Non le basta essere bella, ha bisogno di qualche centinaio di adolescenti adoranti e segaioli che glielo dimostri quotidianamente.<br />Il Dongiovanni è il suo corrispettivo maschile, ma più che i Mi piace cerca rapporti sessuali mordi e fuggi (gli uomini, si sa, sono più concreti). La sua foto profilo classica è quella con gli addominali tartarugati e l\x92abbronzatura esagerata anche il 25 dicembre.<br />Frequentateli a vostro rischio e pericolo, ma sappiate che l\x92esibizionista è quasi sempre una figa di legno e il Dongiovanni spesso è tutto fumo e niente arrosto.<br />8. La Polyanna<br />La Polyanna è la versione moderna del dottor Pangloss del Candido. Per lei viviamo nel migliore dei mondi possibili. E se accadono terremoti, epidemie o pestiamo una merda è solo in nome di uno sconosciuto \x93bene superiore\x94.<br />La riconosci dalle citazioni di Fabio Volo, Paulo Coelho o Papa Francesco (che per lei pari sono) e dalle foto di località bellissime, che può vedere solo in cartolina. Il suo ottimismo irrazionale inciterebbe chiunque a compiere una strage: ma secondo voi può essere sana di mente una persona che vi augura \x93Buon lunedì\x94?<br />7. La Coppietta<br />Uni e bini, non esistono senza il proprio partner. Nelle foto profilo si sbaciucchiano oppure indossano ancora l\x92abito del matrimonio. Magari hanno addirittura un profilo comune. In ogni caso ci tengono a precisare che sono \x93fidanzati ufficialmente\x94 (ma che vuol dire? hanno depositato un atto registrato presso un notaio?) o peggio ancora sposati.<br />Passano il tempo scambiandosi pubblicamente messaggi sdolcinati e cornificandosi di nascosto. Più nauseanti di una canzone di Gigi D\x92Alessio.<br />6. L\x92Animalara<br />La sua ragione di vita è proteggere gli animali (rompere le balle agli umani). Sta su Facebook unicamente per spammare continui appelli all\x92adozione, raccolte fondi e campagne di boicottaggio. Prova un sadico gusto nell\x92appestarvi la bacheca con foto di animali straziati da incidenti stradali o di vivisezioni risalenti agli anni Venti.<br />Perennemente arrabbiata (probabilmente per la cronica insufficienza alimentare) ha una visione disneyana della natura (dove anche i leoni sono vegani), preferirebbe lasciar morire vostro figlio di morbillo pur di vaccinarlo o impedire i test medici sugli animali e nutre un odio smisurato per il genere umano, che è \x93cattivo\x94 mentre gli animali sono \x93buoni\x94.<br />Quasi sempre donna e senza figli, giovanissima oppure zitellona over-40.<br />5. L\x92Artista<br />L\x92artista sui Social è per definizione incompreso. Del resto se fosse un artista di successo mica perderebbe tempo su Facebook o Tumblr. Lo riconosci al volo perché ha impostato come secondo nome \x93Pittore\x94, \x93Scrittrice\x94 o \x93Attore\x94. Giusto per mettere in chiaro che non è un noioso borghesuccio come voi, anche se in realtà per campare consegna pizze a domicilio o si fa ancora mantenere dai genitori a quarant\x92anni suonati.<br />È sui Social unicamente per promuovere (spammare) l\x92ultimo libro di poesie stampato a pagamento o l\x92ennesima recita nella sala parrocchiale. E ovviamente per lamentarsi del pubblico, che preferisce giocare a Call of Duty o vedere Breaking Bad piuttosto che comprare i suoi capolavori. Da evitare come la peste.<br />4. Il Complottista<br />LO RICONOSCI SUBITO PERKE\x92 IL TASTO DELLE MAIUSCOLE SULLA SUA TASTIERA È BLOCCATO DAL 1995 E PER LA FOBIA VERSO IL CH (cosa faccia poi di tutti quei minuti risparmiati scrivendo ke al posto di che è ancora un mistero per i ricercatori di mezzo mondo).<br />Quasi sempre maschio, cresciuto a botte di Voyager e Mistero, è convinto che ogni male del mondo sia dovuto ai \x93gomblotti\x94 degli Illuminati/Rettiliani riuniti nel malefico Club Bilderberg. Che le scie chimiche ci stiano avvelenando. Che i vaccini facciano male e Stamina invece bene. Che tutti i giornali dicano il falso e le bufale dei blog invece no. Che la biowashball e le stampanti 3D elimineranno il buco nell\x92ozono e la fame nel mondo.<br />Il suo font preferito è il Comic Sans e il grido di battaglia è FATE GIRARE!!!1!!!11!!!<br />3. Il Lagnoso<br />Medaglia di bronzo. Lo riconosci subito perché non fa altro che lagnarsi in continuazione di tutto e tutti. Si lamenta perché non ha il lavoro o, se ce l\x92ha, perché non ha la ragazza. E se ha pure quella perché gli amici o i genitori lo trattano male o perché fa troppo caldo o fa troppo freddo o non fa né caldo né freddo.<br />Queste persone tristerrime che si lamentano 24 ore al giorno sono frutto di una civiltà basata sul vittimismo come la nostra, dove la gente può permettersi di starsene sdraiata tutto il giorno sul divano invece di andare a zappare i campi per procurarsi un po\x92 di cibo.<br />A prima vista può ispirare anche compassione (se avete la sindrome delle crocerossine), ma la sua depressione è inguaribile e molto contagiosa.<br />2. Lo Stalker<br />Pericolosissimo, la sua unica missione è rovinarvi la vita. Perché? Mistero. Per un motivo qualsiasi siete entrati nel suo mirino e adesso vi perseguiterà all\x92infinito.<br />Forse è il vostro ex o forse non gliel\x92avete data. Forse vi invidia profondamente o magari \x96 come indicano alcuni studi scientifici \x96 è semplicemente un sociopatico sadico e anaffettivo alla continua ricerca di vittime da aggredire (di solito deboli, perché lo stalker nella vita reale è un codardo).<br />Discutere con questi soggetti è completamente inutile e controproducente. Bloccatelo e, se serve, denunciate tutto alle autorità competenti. La vita è troppo breve per perdere tempo e salute appresso a un troll.<br />1. Il Cinico<br />Ed ecco il peggiore di tutti. Il cinico è la vera star dei Social e il tipo umano in assoluto più detestabile. I suoi idoli (inconfessati e inconfessabili) sono Andrea Scanzi e Selvaggia Lucarelli, la sua missione criticare l\x92universo mondo.<br />Ogni giorno cerca un nuovo bersaglio da attaccare e di solito trova sempre parecchia gente che asseconda i suoi linciaggi quotidiani, perché il mondo è pieno di rosiconi che godono nello spruzzare fango addosso al prossimo. Più grosso è il bersaglio meglio è, l\x92ideale sono totem apparentemente intoccabili come Gandhi, Roberto Saviano o La Grande Bellezza.<br />Il cinico è una persona profondamente invidiosa del prossimo e molto narcisista. All\x92inizio il suo sarcasmo nichilista può essere divertente, ma dopo un po\x92 diventa ripetitivo e insopportabile, proprio come Scanzi e la Lucarelli.<br />Lo riconosci perché prima o poi scrive una lista come questa.<br />Valentino G. Colapinto<br />]]></content>
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  900. <title><![CDATA[Le Qualità che servono per essere un bravo Blogger]]></title>
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  906. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=314"><![CDATA[Spesso mi si chiede \x93ma come si fa a diventare un bravo blogger?\x94, oppure \x93In quanto tempo posso ottenere ottimi risultati?\x93. Bene per rispondere a queste ed ad altre domande simili, è forse il caso di delineare quelle che possono essere alcune delle qualità per essere un bravo blogger. Molto spesso vedo naufragare progetti solo perchè i risultati non sono arrivati in poco tempo (pochi mesi o addirittura poche settimane), non è così che funziona. Aprire un blog oggi è sicuramente importante per costruire al meglio il proprio percorso di \x93Personal Branding\x94, per il fatto che questo è lo strumento principe attraverso il quale si può costruire un insieme di contenuti per tema che ci permettono di presentarci meglio e di specificare meglio le nostre competenze e conoscenze. E poi è rintracciabile nel tempo, cosa affatto non da poco. Nella mia esperienza ho elaborato alcuni accorgimenti che possono essere utili per essere davvero un bravo blogger, prima di tutto serve quello che io di solito chiamo il \x93Fattore PMD\x93, lo so è poco musicale, ma sta per Passione, Metodo e Determinazione.<br /><br />Senza Passione non si può essere Blogger e questo vale in qualsiasi campo voi vogliate agire; se non si ha un Metodo, allora si rischia di procedere a tentativi disperdendo risorse; e poi serve molta Determinazione, perchè la strada è lunga, ma il risultato alla fine di questa è certo.<br /><br />Ma ci sono altra qualità che servono per essere un bravo blogger e proviamo a vederle insieme:<br /><br />Una volta presa la decisione di aprire un blog, serve assolutamente specificare bene l\x92argomento che volete trattare, allora serve \x93essere precisi\x94 e se possibile scegliere un argomento di nicchia, vi aiuterà molto. Vi capiterà di sicuro qualche notte insonne per scegliere il tema giusto, forse anche più di una, ma non vi preoccupate. Guardate alle vostre passioni, a ciò che davvero vi interessa davvero e vedrete che riuscirete a trovare il vostro argomento.<br /><br />Una volta scelto l\x92argomento che volete trattare, vi trovate di fronte la strada della creazione dei contenuti. Allora avete due modi per affrontare questo primo vero ostacolo: 1 \x96 dotarvi di un piano editoriale che possa darvi il sentiero da seguire, sempre; 2 \x96 se vi sentite intrappolati dal primo metodo, allora provate a seguire il vostro istinto, date libertà al vostro scrivere. Vedrete, in questa fase tutto filerà liscio, ma poi dopo un po\x92 ritornerà forte l\x92esigenza di dotarvi di un piano editoriale.<br /><br />Non è necessario essere professionisti della scrittura per essere un bravo Blogger. Certo, è necessario scrivere bene, questo sì, ma non spaventatevi, date piuttosto sfogo alla vostra voglia di scrivere, il resto verrà da sè e potrete correggere i vostri errore, le vostre imperfezioni strada facendo.<br /><br />Una volta che avete iniziato e avete intrapreso il vostro cammino, non dimenticate di guardarvi indietro ogni tanto, vi servirà per capire quello che state facendo e di aggiustare meglio il tiro del modo in cui state comunicando. E continuate sempre a scrivere, questo non deve mancare mai.<br /><br />Ricordatevi di mostrare sempre chi siete, la vostra genuinità, il vostro essere osservatori della realtà, il vostro essere obiettivi. Scrivete i vostri contenuti trasmettendo valore, informazioni, conoscenza. Cercate di attrarre i vostri lettori mostrando davvero chi siete, senza costruire inutili e dannosi orpelli.<br /><br />Infine, cercate davvero di capire cosa vuole la vostra Community. Un bravo blogger sa costruire attorno alla sua attività una propria community, ossia una rete di utenti che sono interessati a ciò che scrive. Bene, fate anche lo sforzo di andare incontro a ciò che vogliono i vostri lettori. Quindi, seguite le tendenze del tema che avete deciso di trattare all\x92interno del vostro blog, cercate di essere \x93sempre sul pezzo\x94, offrite dati freschi, numeri, se servono. In altre parole, dovrete diventare il punto di riferimento della vostra community. <br /><br />So che non è facile, ma queste qualità servono per essere un bravo blogger. Avendo però coscienza che i risultati non arriveranno subito, ci vorrà del tempo, la strada sarà lunga e insidiosa. Vi capiterà molte volte di chiedervi se siete sulla strada giusta e di voler abbandonare tutto. Ma voi continuerete, perchè siete determinati a farlo. E i risultati arriveranno.<br /><br />franzrusso.it]]></content>
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  914. <title><![CDATA[Testo integrale dell'ultima lezione di Randy Pausch ultima parte ]]></title>
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  920. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=313"><![CDATA[Divertiti e mostra gratitudine<br /><br />Il prossimo: è meglio che tu decida presto di essere \x93Tiger\x94 o \x93Igor\x94. Tiger è energetico, ottimista, curioso, entusiasta e si diverte; e mai, mai sottovalutare l\x92importanza di divertirsi! Io sto per morire presto, e ho deciso di divertirmi oggi, domani e ogni altro giorno che mi rimane.<br /><br />Se vuoi realizzare i tuoi sogni, è meglio che giochi onestamente con gli altri.<br /><br />Un consiglio che è difficile seguire è dire la verità.<br />Seconda cosa: quando sbagli chiedi scusa! <br /><br />Una buona scusa è formata da tre parti: <br />1. "Mi dispiace"<br />2. "Era colpa mia"<br />3. "Cosa posso fare per rimediare"? <br /><br />La maggior parte della gente salta le terza parte; è da questo che puoi capire chi è sincero. L\x92ultima cosa è che tutti abbiamo persone o cose che non ci piacciono.<br /><br />Io non ho mai incontrato persone che sono totalmente cattive. Se aspetti a sufficienza, ti mostrano il loro lato buono. Non puoi affrettare la cosa, ma puoi essere paziente.<br /><br />Mostra la gratitudine: quando raggiunsi i dieci anni come membro della facoltà, avevo ragazzi nel mio laboratorio di ricerca e li portai una settimana a Disneyworld a mie spese. I miei colleghi mi dissero: "Ti sarà costato un sacco; perché l\x92hai fatto?". Risposi: "Questi ragazzi hanno lavorato per me giorno e notti per anni e grazie a loro ho ottenuto il miglior lavoro della mia vita. Quindi, perché non avrei dovuto farlo?" La gratitudine è una cosa molto semplice e potente.<br /><br />Ultima cosa: non credo che preoccuparsi di tutto risolva veramente i problemi. Questo è Jackie Robinson, il primo giocatore nero della Lega Maggiore, e nel suo contratto c\x92era scritto che non doveva lamentarsi se la gente gli sputava addosso. Non importa se sei Jackie Robinson, o uno come me che ha ancora pochi mesi da vivere. Puoi scegliere se sfruttare il tempo che ti rimane per energia e sforzo, o spenderlo preoccupandoti, o spenderlo giocando il gioco duro che probabilmente ti aiuterebbe di più.<br /><br />Vi ho detto che questa era una parte della conferenza dell\x92Università, ed è importante perché ho tenuto questa conferenza. La conferenza non parla soltanto di come raggiungere i sogni d\x92infanzia. È molto più che questo, è come vivere la tua vita, perché se tu vivi la tua vita nella maniera corretta, i risultati si prenderanno cura di loro da soli. I sogni verranno da te. \x94Se vivi adeguatamente i sogni verranno da te".<br /><br />Sarebbe bellissimo se qualche persona traesse beneficio da questa conferenza, ma la realtà è che io non ho tenuto questa conferenza per le quattrocento persone venute all\x92Università. Ho tenuto questa conferenza soltanto per tre persone, perché quando saranno grandi possano vederla. Grazie."<br /><br />Randy Pausch<br />]]></content>
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  928. <title><![CDATA[Testo integrale dell'ultima lezione di Randy Pausch seconda parte ]]></title>
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  934. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=312"><![CDATA[<br /><br />L'importanza di avere buoni genitori<br /><br />Quali sogni volete realizzare? Ve ne suggerisco uno: avere buoni genitori! Io ho dei grandi genitori. Questa è mia madre nel suo settantesimo compleanno. Io sono quello sulla macchina blu e sono appena stato doppiato. Questo è mio padre nel giorno del suo ottantesimo compleanno. Viveva sempre con un sentimento di felicità, sempre. La felicità è un sentimento che dovrebbe mai andarsene.<br /><br />Mio papà: che uomo incredibile! Ha fatto la Seconda Guerra Mondiale, fece parte della Grande Generazione. Tristemente mio padre è morto un anno fa, e fu quando mia madre frugò nelle sue cose che scoprì che durante la Seconda Guerra Mondiale ricevette una medaglia di bronzo al valore. In cinquant\x92anni di matrimonio, non la mostrò mai. E\x92 un grande messaggio di umiltà che ho potuto imparare da mio padre.<br /><br />Ora mia mamma: le madri sono quelle persone che ti amano anche quando le tiri i capelli. Questo è il tipo di relazione che ho avuto con mia madre. E parlando di umiltà, lei era sempre li a mantenere in ordine. Quando mi stavo laureando a scuola, avevo esami veramente duri. E me ne stavo a casa preoccupandomi di quanto dure fossero le prove per il dottorato. Mia madre mi diceva: "Sappiamo come ti senti. Ricorda solo che alla tua età tuo padre stava combattendo contro i tedeschi nella Seconda Guerra Mondiale!".<br /><br />Il giorno in cui mi laureai era molto orgogliosa, e mia mamma mi presentava a tutti dicendo: "Questo è mio figlio! È un dottore, ma non di quelli che aiutano la gente". Probabilmente una delle cose più importanti che i miei genitori fecero, fu che mi lasciarono dipingere le pareti della mia camera da letto. Un giorno dissi loro che volevo dipingere le cose sulle pareti e loro dissero: "Ok!".<br /><br />Dipinsi una nave spaziale; vivevamo in un ranch e misi un ascensore per vedere dove mi avrebbe portato; potete vedere che fossi un secchione, misi un\x92equazione quadratica. Ma la cosa grande fu che me la lasciarono fare. Pensarono che lasciare che io esprimessi la mia creatività fosse più importante di avere una parete pulita. Fui davvero benedetto ad avere genitori che la pensassero così. I miei genitori mi insegnarono a rispettare le persone più delle cose. Quando comprai la mia auto ero molto emozionato, brillava incredibilmente.<br /><br />Questi sono i miei nipoti Christopher e Lara. Ogni mese li portavo via per un week-end per dare respiro a mia sorella e suo marito. E prima di salire sulla mia auto nuova mia sorella continuava a dirgli: "Questa è l'auto nuova dello zio Randy. Mi raccomando, non sporcatela, ecc.". E loro scoppiarono a ridere, perché nel frattempo io alle sue spalle avevo aperto una lattina e la stavo rovesciando incurante sui sedili posteriori. Lei corse verso di me gridandomi: "Cosa stai facendo?!" Le dissi: "È una 'cosa', soltanto una 'cosa'".<br /><br />Ne fui molto orgoglioso perché alla fine della settimana mentre stavamo tornando a casa, mio nipote si sentì male e vomitò tutto sui sedili posteriori della mia auto; e non mi importa quanto valore potesse avere una cosa pulita e brillante, perché non è paragonabile a quanto mi sono sentito bene sapendo di non aver fatto sentire in colpa un bambino di otto anni solo perché aveva il raffreddore.<br />]]></content>
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  942. <title><![CDATA[Testo integrale dell'ultima lezione di Randy Pausch]]></title>
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  948. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=311"><![CDATA[Se c'è un elefante nella stanza, è meglio presentarlo<br /><br />"Vi parlerò di una conferenza che ho tenuto a settembre. Nell\x92Università di Carnegie Mellon, c\x92è una tradizione accademica chiamata \x93Last Lecture\x94: se ipoteticamente sapessi che stai per morire e dovessi tenere un\x92ultima conferenza, cosa diresti ai tuoi studenti? Per me la cosa non è ipotetica. C'è un elefante nella stanza: avevo sconfitto un cancro al pancreas, ma ora è tornato dopo operazioni, chemioterapia, radiazioni. I medici mi hanno detto che non c\x92è più niente da fare e che ho solo qualche mese di vita.<br /><br />Queste sono le mie T.A.C. e mostrano che il cancro pancreatico si è espanso al fegato con una decina di tumori. A me questo non piace. Io ho tre bambini piccoli, sia chiaro: mi fa schifo. Ma non posso fare niente per evitare il fatto che morirò. Sto seguendo i trattamenti medici, ma so benissimo come andrà a finire questo film. E non posso controllare le parti della storia solo muovendo le mani.<br /><br />Se non vi sembro abbastanza triste per la mia situazione, me ne scuso. Ma ho deciso di non essere oggetto di pietà. Infatti anche se sto per morire presto, sono molto forte fisicamente. Probabilmente più forte della maggior parte delle persone che sono in questa sala.<br /><br />Vivere i sogni dell'infanzia<br /><br />Quindi oggi non parleremo della morte, parleremo della vita e di come viverla. Nello specifico, di sogni d\x92infanzia e come fare per realizzarli. Posso dire di aver avuto un\x92infanzia felicissima. Riguardando gli album fotografici devo dire che non sono riuscito a trovare una foto in cui non stessi ridendo.<br /><br />Ho avuto un\x92infanzia veramente felice. Io sognavo, sognavo sempre. Era un tempo facile per sognare. Quando tu accendi la TV e vedi degli uomini atterrare sulla Luna, tutto è possibile, e non dovremmo mai perdere questo spirito.<br /><br />Quali erano i miei sogni da bambino? Giocare nella NFL, la Lega Nazionale di Footbal. Questo è uno di quei sogni che ho realizzato. Ed è importante farlo notare perché anche se non riesci a realizzare un sogno, puoi ottenere molto tentando di realizzarlo. C\x92è un detto che adoro: \x93L\x92esperienza è quella che ottieni, quando non ottieni quello che desideri\x94.<br /><br />Giocai in una lega per molto tempo. Avevo un grande allenatore, Jim Gram. Era un allenatore alla vecchia maniera, e mentre ci allenavamo mi rimproverava per tutto il tempo: Così per tutte le due ore. E alla fine di un allenamento, uno dei suoi assistenti mi disse: "Coach Gram è molto duro con te!" io dissi. "Sì". Mi disse: "Quando fai un lavoro fatto male e nessuno te lo dice, vuol dire che si sono arresi con te; quando qualcuno continua a correggerti per due ore, lo fa perché ci tiene che tu lo faccia meglio".<br /><br />Il prossimo sogno è \x93Walt Disney Imagineering\x94. Quando avevo otto anni, la mia famiglia mi portò a Disneyland, in California. Fu un\x92esperienza incredibile: le passeggiate, gli show, le attrazioni. Mi dissi: "Wow, mi piacerebbe costruire cose del genere quando sarò grande!". Così mi laureai e cercai di fare parte del gruppo di persone che crea la magia. Quello che ottenni fu un\x92amabile lettera di rifiuto. Guardo questa lettera tutt\x92ora, dà una tale ispirazione! Queste cose passano, lavorai duro e diventai un giovane ingegnere di ricerca visuale nella mia facoltà.<br /><br />Questo sono io. Sviluppai le abilità che erano valide per Disney, e trovai l\x92opportunità di lavorare lì e far parte del gruppo di immaginaria dove lavorammo nella \x93Passeggiata sul tappeto magico di Aladino\x94. Mi portò via più di quindici anni per farlo e moltissimi tentativi. Imparai che quando un muro si presenta sul nostro cammino è per una ragione; non è lì per impedirci di fare qualcosa, ma perché noi possiamo mostrare quanto vogliamo quella cosa.<br />Continua...]]></content>
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  956. <title><![CDATA[Felicità(tra balle presunzioni e cotillons)]]></title>
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  962. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=310"><![CDATA[Presunzioni perchè sto probabilmente esternando un momento di privata onniscenza... Balle perchè probabilmente so tutte stronzate... Cotillons ve lo spiego dopo..!! Una cosa è certa... Parlare di Felicità non è mai sufficiente, poichè è inequivocabilmente la cosa da raggiungere più appetibile per ognuno di noi... E parliamo allora: Cos'è praticamente la felicità:Secondo me è il raggiungimento dell'equilibrio tra lo star bene dentro e fuori... Molto molto praticamente..!! Non è mai duratura, poichè ogni equilibrio non può durare a lungo... Troppi sono i fattori che accompagnano la nostra vita, che contribuiscono a spezzarlo, magari quando meno te lo aspetti..!! Si vive felici, quando non si hanno desideri, in quanto si ritiene di avere tutto ciò di cui si ha realmente bisogno... Ma è condizione rarissima. un po' poichè il non desiderare, contrasta efficacemente con la natura umana... Ma sempre perchè l'accontentarsi, si sposa bene col concetto di dover comunque rinunciare... E non è quindi l'accontentarsi, l'elisir della felicità.. Potremmo dire in breve che basterebbe riuscire a vivere, nel modo che si ritiene giusto per se stessi?? Gia è meglio, perchè il vivere una vita scelta è cosa piacevolissima... Al netto contrapposto è il vivere una vita imposta... E quando si parla d'imposizioni, si può svariare in qualsiasi campo dell'umano scibile. Conclusione la felicità esiste, ma per un tempo limitato... Bisogna goderne finchè si può... Altro tipo d'infelicità è quello di non riuscire a fare quanto magari si vorrebbe, per la felicità degli altri... Spesso però è letteralmente impossibile, quanto estremamente appagante... Esempio pratico...:Io non regalerei la mia vita per niente e nessuno... E non sarei nemmeno capace d'un gesto eroico, che potrebbe annientarla... La ritengo un bene troppo prezioso, che non si può donare.. Forse per un figlio... Forse si... Ma lo ritengo sempre più facile dirlo, che farlo.. Però quando vedi, o percepisci la sofferenza degli altri, la voglia di far qualcosa contribuisce comunque al raggiungimento del maggior grado della tua felicità. E... I cotillons?? I cotillons son scherzo, ed ironia... Componenti che stazionano in un punto molto alto dell'arco della felicità... In conclusione, ritengo che dare una definizione certa alla felicità, sia impossibile... Un qualcosa di genericamente indefinibile, perchè troppo personale.. Forse si è felici nei momenti in cui si sorride... Ma è troppo riduttivo.. Forse ha più senso dire che si è felici nel quando si riesce a percepire in toto il propio sorriso... E concludo con il detto di uno buono:Vivi malinconico anche sempre, triste mai..!!]]></content>
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  967. <name>Claudio Maffei</name>
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  970. <title><![CDATA[la potenza delle emozioni]]></title>
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  976. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=309"><![CDATA[Le emozioni sono qualcosa di antico, potente, universale e inafferrabile.<br />Tu chiamale, se vuoi, emozioni, cantava l\x92indimenticabile Lucio Battisti nei primissimi anni Settanta ma di che roba è fatta un\x92emozione?<br />Oggi sappiamo che si tratta di un complesso sistema di risposte istantanee, in parte innate e in parte acquisite culturalmente, a uno stimolo esterno o interno (per esempio, un ricordo).<br />Sappiamo che le risposte sono in parte fisiologiche (cuore e respiro che cambiano ritmo, peli che si rizzano, tremore, rossore\x85) e in parte cognitive: questo riguarda il modo in cui interpretiamo lo stimolo e gli strumenti che abbiamo per farlo. Per esempio, la nostra reazione a un rumore improvviso nella notte cambia molto se sappiamo già di che si tratta o no. E ancora: la nostra risposta emotiva a quella che riteniamo essere una dichiarazione offensiva cambia in relazione al fatto che abbiamo le risorse necessarie per reagire argomentando, o che l\x92unica cosa che sappiamo fare sia mollare un cazzotto.<br />E ancora: una parte delle risposte emozionali riguarda i cambiamenti di postura, di voce (risposte espressive) e, infine, il comportamento: per esempio, fight or flight, cioè attacco o fuga.<br />Sappiamo che le emozioni fanno parte del nostro corredo evolutivo, che hanno funzione adattativa (ci permettono di interagire meglio con l\x92ambiente) e che sono fondamentali per la sopravvivenza: e poi, diciamolo, una vita del tutto priva di emozioni non sarebbe vita.<br />Sappiamo che tutto ruota attorno all\x92amigdala, la parte rettiliana del nostro cervello, e che c\x92entrano ormoni e neurotrasmettitori come la dopamina, la serotonina, l\x92ossitocina.<br />Per esempio l\x92ossitocina \x96 definita l\x92\x94ormone dell\x92amore e delle coccole\x94, quello che stimola l\x92attaccamento tra madri e figli, la generosità e la fiducia e riduce lo stress \x96 è connessa con le relazioni sociali: favorisce il riconoscimento dei volti e potrebbe aiutare a ridurre i disturbi legati all\x92autismo. Uno spray all\x92ossitocina potrebbe dunque rendere migliore il mondo? Forse, ma non ne siamo sicuri: possibili effetti negativi sono ancora sotto indagine.<br />Sappiamo che anche gli animali provano emozioni, e che queste sono \x96 ma solo nei loro tratti fondamentali \x96  transculturali. Sappiamo infine, che le emozioni, anche se condivise nei loro elementi fondamentali, restano risposte soggettive: ciascuno, cioè, si emoziona alla sua maniera, e al medesimo stimolo due diversi individui possono rispondere in modo differente sia per qualità sia per intensità provando, per esempio, una rabbia irrefrenabile o una blanda tristezza. Per questo le emozioni sembrano sfuggire le descrizioni troppo nette e sono così difficili da catalogare e da comunicare.<br />E poi, quando si tratta delle nostre, ci sembrano sempre più autentiche, più intense, più nobili e giustificabili di quelle degli altri (anche perché, oplà, qualche volta basta cambiargli nome: per esempio, si può chiamare \x93legittima indignazione\x94 quella che non è altro che rabbia cieca).<br />Rabbia e paura, gioia e tristezza, sorpresa e attesa, disgusto e accettazione: queste sono, secondo il medico e psicologo Robert Plutchick (e non solo secondo lui) le quattro coppie di emozioni primarie, che possono a loro volta mescolarsi in cocktail di emozioni più complesse, con diversi livelli di intensità.  Plutchick ha anche costruito una ruota delle emozioni che ci permette di cogliere le relazioni tra l\x92una e l\x92altra: suggestivo, per esempio, il fatto che \x93amore\x94 faccia capo a un\x92area che comprende serenità e accettazione, gioia e fiducia, estasi ed ammirazione.<br />Creatività, apprendimento e sfera emozionale sono connesse? Sì, e da mille fili, alcuni piuttosto aggrovigliati. Per esempio, se è vero che emozioni positive possono accrescere la capacità creativa (c\x92entra, ancora una volta, l\x92amigdala), è anche vero che emozioni negative possono essere forti catalizzatori per la creatività.<br />Anche (ma non solo) per questo conviene saperne di più.<br />Dunque, prometto di riprendere l\x92argomento tra qualche giorno. Intanto: quanto frequentate le vostre emozioni? Ce n\x92è una che percepite come dominante in questo periodo, e qual è?<br />Annamaria Testa]]></content>
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  981. <name>Claudio Maffei</name>
  982. <email>[email protected]</email>
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  984. <title><![CDATA[Storytelling aziendale: cos\x92è e come può migliorare l\x92immagine del tuo brand]]></title>
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  990. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=308"><![CDATA[Perché le storie sono innate nell\x92uomo: dalla notte dei tempi gli uomini si tramandano i racconti, le memorie, le esperienze passate, prima attraverso le storie orali, poi anche figurative, fino a giungere ai video in tempi recenti.<br />L\x92autoanalisi<br />Anche le aziende, tutte le aziende, hanno una storia da raccontare, una propria identità che la contraddistingue dalle altre. Per meglio focalizzarla e narrarla, occorre innanzitutto che le aziende compiano un viaggio introspettivo, seguano un processo di auto-analisi, una riflessione su se stesse, per definire chiaramente la propria identità, per capire meglio i propri punti di forza e quelli di debolezza e per rilevare anche quali siano i bisogni espressi o inespressi degli interlocutori, per poterli così soddisfare mediante i propri prodotti o servizi offerti.<br />La liquidità dell\x92identità<br />Recuperata ed individuata la propria identità, occorre scendere a patti con il \x93diavolo\x94, ossia con il mercato in continua evoluzione, sempre più competitivo e fortemente frammentato, caratterizzato da un lato da un consumo bulimico, esasperato e sovrapposto dei media, dall\x92altro da persone che da \x93target\x94 (a cui mirare per colpire) si trasformano in community, in \x93prosumer\x94, promotori-consumatori, che richiedono una comunicazione bidirezionale con le aziende e che, se soddisfatti, si trasformano in evangelizzatori, portavoce del prodotto o del brand presso i propri amici e conoscenti. Se insoddisfatti, invece, si possono trasformare in micidiali killer anche dei brand preferiti, in quanto detentori della potente \x93arma della viralità\x94.<br />In questo contesto frammentato, l\x92azienda deve sapersi rivolgere in modo appropriato a ciascun pubblico, utilizzando narrazioni e canali diversi in base all\x92audience a cui si rivolge: deve pertanto imparare a dare alla propria identità una forma liquida, nel senso che deve essere in grado di mantenere invariata la propria storia, narrandola però in forme diverse, mirate, che si adattano alle diverse comunità a cui si rivolgono. Le aziende devono pertanto imparare a creare tante narrazioni all\x92interno della loro narrazione principale. Una continuità nel racconto della marca, coerente, lineare, che non crei confusione.<br />Il veicolo transmediale<br />La liquidità della personalità di un brand, la sua resilienza, deve emergere anche nella capacità di interpretare narrazioni diverse in base al canale scelto per veicolarle. Le aziende devono pertanto imparare ad utilizzare abilmente le piattaforme mediali: Facebook, Twitter, Pinterest, Youtube, il sito web, sono solo alcuni esempi di canali per comunicare con il proprio pubblico, ciascuno dei quali può veicolare meglio un aspetto dell\x92identità del brand. Si parla pertanto di cross-medialità di un brand, ossia, l\x92utilizzo in modo trasversale dei diversi mezzi di comunicazione (digitali e non), in quanto ciascuno di essi contribuisce in un modo originale allo svolgimento della storia globale del brand, creando un\x92esperienza di intrattenimento unica e coordinata (come le singole tessere di un puzzle, uniche ma in grado di generare complessivamente uno stupendo quadro finale).<br />L\x92arte di coinvolgere le emozioni<br />Affinché il racconto di un brand sia in grado di differenziarsi dalle altre narrazioni, deve essere traboccante di personalità, deve saper incuriosire, coinvolgere e connettersi emotivamente con i consumatori, destando sensazioni forti (come paura, felicità, sorpresa, meraviglia) e facendo leva su valori ed ideali condivisi e condivisibili dai suoi interlocutori. Deve essere in grado di coinvolgere emotivamente l\x92audience, immergendola e travolgendola nella storia stessa. Le storie, infatti, hanno il grande potere di attrarci, di coinvolgerci: si pensi ad un film del genere che più ci piace. Quando lo guardiamo, ci caliamo noi stessi nel film, ci identifichiamo con i protagonisti fino a viverne le loro emozioni. Come accade in un film, pertanto, chi ascolta la narrazione del brand deve riconoscersi in questa storia, deve seguire lo stesso percorso narrato, deve poter assorbire gli stessi valori, vivere le stesse sensazioni e uscire dal racconto trasformato dalla narrazione stessa.<br />Un\x92attenzione particolare poi deve essere riposta nel linguaggio, che deve prediligere una terminologia semplice, di tutti i giorni, diretto e familiare, in grado di veicolare meglio il senso di condivisione delle emozioni proposte. E\x92 così che il Brand entra in relazione con la sfera emotiva del suo pubblico, creando un forte legame \x93di pancia\x94 tra il consumatore e un prodotto, o un\x92azienda.<br />Riflessioni finali<br />Il Brand narrativo sarà pertanto in grado di fare la differenza, specie in un mercato colmo di messaggi e contenuti; sarà la molla che indurrà le persone a scegliere un prodotto piuttosto che un altro.<br />Le persone, infatti, filtreranno sempre di più le informazioni disponibili, saranno sempre meno attente ad alcune forme di messaggio, orientandosi verso prodotti con i quali condividono una storia, verso ciò che è in grado di suscitare in loro più emozioni, con i quali si identificano di più, in quanto si tratta di un brand che ascolta la sua audience, che risponde ai suoi bisogni ed è in grado di mutare alcune sfaccettature della propria personalità, per corrispondere meglio alle esigenze rilevate.<br />Il Brand, la storia del Brand, la sua unicità, il modo in cui viene raccontato si trasforma quindi un valore economico aziendale, in quanto in grado di generare ciò che è stato definito \x93capitale narrativo\x94 (cit. Andrea Fontana).<br />Simona Tovaglieri<br />]]></content>
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  995. <name>Claudio Maffei</name>
  996. <email>[email protected]</email>
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  998. <title><![CDATA[Come preparare un Discorso da Oscar ]]></title>
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  1004. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=307"><![CDATA[Sì lo ammetto, sono stata folgorata dalla Grande Bellezza.<br />Ciononostante rassicuratevi: in questo post non intendo certo parlare del film; voglio invece trarre spunti di riflessione dall\x92asciutto ringraziamento che Sorrentino ha pronunciato alla consegna degli Oscar.<br />Il suo, è stato un discorso diretto all\x92essenza: essenza pura.<br />I molti \x93grazie\x94, doverosi, sono partiti in primis per l\x92Academy, per poi procedere all\x92indietro verso i produttori e gli attori, le sue fonti d\x92ispirazione (ha citato Federico Fellini, Talking Heads, Martin Scorsese e Diego Armando Maradona), Roma, Napoli, la sua \x93personale Grande Bellezza\x94(moglie e figli), fratelli e sorelle e, infine, i suoi genitori. Una sorta di indietro tutta all\x92origine. Dalle foglie alle radici. E Sorrentino stesso nel film fa dichiarare dal personaggio della Santa che: \x93le radici sono importanti\x94!<br />Cosa c\x92è d\x92interessante in questo discorso da OSCAR, a fini professionali?<br />Nella sua semplicità densa, o densità semplice, \x96 come preferite \x96 ci fornisce un modello per allenarci ai cosiddetti \x93elevator pitches\x94, anche detti \x93discorsi da ascensore\x94, ovvero quelli con cui ci si presenta per motivi professionali ad un\x92altra persona od organizzazione, con lo scopo di lasciare il segno in pochi minuti (immaginiamo appunto il tempo di salire con l\x92ascensore). A cosa possono servirci?<br />A trovare lavoro, convincere della bontà di un progetto, fare colpo su qualcuno a livello professionale o personale, celebrare nel debito modo un proprio successo, come nel caso di Sorrentino.<br />Vediamo meglio la tecnica usata.<br />Sorrentino ha esordito con \x93Ok\x94, come a dire: \x93siamo qui \x96 in situazione\x94, ma anche \x93negli USA\x94 (fotografia attuale). Poi, senza alcuna retorica, e a tutta birra, è partito all\x92indietro. Da ottimo regista qual è, ci ha acciuffati velocemente e guidati \x96 di nuovo \x96 dentro una storia.<br />La storia della sua storia. La storia che racconta la sua professionalità e il conseguente prodotto, premiato con l\x92Oscar. Nessun orpello o giustificazione: solo uno storytelling potente, asciutto, e traboccante di consapevolezza. Tale impostazione, oltre ad essere perfetta per una presentazione, è molto utile anche per un colloquio di lavoro e nella scrittura di un curriculum vitae.<br />Sì, perché anche un Curriculum deve \x93raccontarci\x94 partendo dalla fotografia attuale e andando indietro secondo una cronologia inversa. Inoltre, la cristallina lezione di Sorrentino, ci insegna anche quanto sia importante focalizzare pochi \x96 ma importanti \x96 aspetti che danno senso alla nostra storia e, più di tanto altro, la raccontano.<br />Se si ha poco tempo a disposizione e occorre colpire il bersaglio, è fondamentale puntare sugli aspetti essenziali. Ma per fare ciò, occorre consapevolezza. Ed è questo il punto dolente. Spesso, siamo noi stesse le prime a non essere consce dei nostri punti di forza, di cosa ci contraddistingue, e non sappiamo dare loro il giusto peso.<br />L\x92errore n. 1 è credere che parlare delle proprie passioni ed interessi non sia \x93inerente\x94 o importante. Di conseguenza, la strategia adottata, e che riflette questa convinzione, ci porta a muoverci a caso, sparando nel mucchio, nel più generico ed inefficace modo possibile, anziché ricercare opportunità in linea con chi siamo, cosa ci piace, ci riesce bene, ci scalda il cuore e fa luccicare gli occhi.<br />Andare alla radice, all\x92essenza, vuol dire invece: partire dal sé, perdere un po\x92 di tempo con noi stesse. Imparare a conoscerci. E poi, e solo allora, iniziare a ricamarci intorno. Creare\x85il lavoro.<br />È fondamentale ripensare a cosa ci piace, ci ha ispirato \x96 spesso negli anni giovanili. Sì perché è in quegli anni che scegliamo molte attività senza porci troppe domande, per il puro piacere o interesse a sperimentare in forma libera, o semplicemente perché, anche se nessuno ce lo ha mai insegnato, di fatto sentiamo di poterci provare.  Alla gran parte di quelle capacità continueremo ad attingere, spesso senza accorgercene, lungo tutto l\x92arco di vita professionale. Si tratta di personali, specifiche, autentiche modalità di sentire e agire, che gli altri notano e ci riconoscono, nonostante noi tendiamo a dare per scontate o a tenere soffocate come dentro uno scrigno segreto di cui vergognarci.<br />Le persone, o le esperienze che ci hanno più influenzato, possono arrivare inaspettatamente e, come Maradona per Sorrentino, non sempre appartenere al nostro stesso ambito professionale. Da quella modalità di giocarsi artisticamente la partita, che Maradona aveva, Sorrentino ha appreso un modello, un\x92abilità, un movimento che poi quantomeno lo hanno ispirato nella sua professione.<br />Per la ricerca del lavoro è interessante seguire l\x92indicazione di Sorrentino quando spiega come occorre essere rispetto al cinema: \x93realisti, ricorrendo al massimo grado di invenzione possibile\x94.<br />Realisti. Badate bene, non pessimisti. Essere realisti vuol dire osservare lucidamente la realtà. E per farlo occorre mappare, osservare, prendere informazioni, chiedere, essere curiosi (anche verso se stessi). Non vuol dire procedere a caso, senza strategia, senza un\x92idea di quante e quali siano le aziende potenzialmente interessanti per il proprio profilo. Non vuol dire indirizzarsi alle sempre troppo poche realtà aziendali di cui si è a conoscenza, quando intorno ce ne sarebbero molte di più. Non vuol dire basarsi solo sul passaparola, su quanto si sente dire dai media, su quanto pubblicato in rete. Di attività giuste per noi ce ne sono più di quanto immaginiamo, ma per scoprirle dobbiamo ampliare realisticamente la mappatura del mercato e conoscerci.<br />Ricorrere all\x92invenzione. Sì perché è vero quando si sente dire che il lavoro bisogna crearlo. E perché non dovrebbe essere così? Sono io che lavoro, sono io che mi esprimo attraverso il lavoro, si tratta della mia vita. E quindi come potrebbe non trattarsi di un processo (sia nella ricerca che nella pratica) creativo e responsabile? Ci metto comunque del mio, anche se non me ne rendo conto. Non è cercando UN lavoro \x96 uno qualsiasi \x96 che si possono avere maggiori chance. È esattamente al contrario che vanno le cose. La Grande Bellezza non è piaciuto a tutti. Forse ha spaccato l\x92Italia proprio a metà. Ma di certo non è passato inosservato. Primo ottimo risultato.<br />È un\x92opera d\x92arte. È il frutto di un processo creativo. C\x92è un mondo dentro o tanti mondi. Di certo c\x92è quello di Sorrentino e anche qualcosa di chi ne ha ispirato la personalissima visione.<br />Partiamo dunque dalla nostra \x93grande bellezza\x94, la nostra unicità ed essenza! Tempo mai perso. Tempo sempre ottimamente investito.<br />E se anche voi doveste in pochi minuti citare le vostre fonti di ispirazione od ossessioni giovanili da trasportare oggi nel vostro lavoro o nella ricerca del lavoro, sapreste indicarle?<br />(Potete immaginare qualsiasi cosa, Sorrentino insegna  )<br />Serenella Panaro<br />]]></content>
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  1009. <name>Claudio Maffei</name>
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  1012. <title><![CDATA[Come mangiavamo negli anni 70]]></title>
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  1018. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=306"><![CDATA[Come mangiavamo negli anni 70<br />E\x92 il tema del \x93mi ricordo\x94 di Ugo Savoia. Ne viene fuori uno struggente \x93come eravamo\x94<br />\x93Caro Totò, la tua pagina di chicche mnemoniche mi ha fatto riaffiorare alla mente- data la mia antica vocazione golosa \x96 la svolta degli anni \x9270, quando la nostra tradizione gastronomica \x96 culinaria \x96 ristorantizia di ossibuchivori milanesi fatta di paste, risotti, minestroni, arrosti, bolliti, cotolette e qualche pizza all\x92antica, venne travolta dalle novità che arrivavano sulla tavola da ogni parte.<br />Cominciamo dalla panna. Uno tsunami partito da chissà dove che portava nel menù famigerate pennette panna e salmone, tortellini panna e prosciutto, panna e funghi, panna e piselli, panna e panna, fino ad arrivare all\x92Alexander, uno dei cocktail che andavano per la maggiore a Milano e nei luoghi di villeggiatura. <br />Era un imbevibile intruglio, se non ricordo male, a base di gin, panna e una spolverata di cacao. Lo bevevi e lo digerivi il giorno dopo.<br />Erano anche gli anni in cui il palato scoprì l\x92altrettanto famigerato cocktail di scampi, uscito dalla mente di qualche chef internazionale, che, se ti ricordi, prevedeva degli insipidi gamberetti conditi con una urfida salsa a base di maionese e ketchup adagiati su un\x92intristita foglia di lattuga in una coppa di campagne . Faceva figo, ma era di una tristezza infinita. Nei ristoranti e nei locali andavano per la maggiore il Mateus rosé e il Vinho verde Lancers, vinelli portoghesi senza lode e con qualche infamia che venivano proposti con tutto, dall\x92antipasto al dolce.<br />Sugli scaffali di un supermercato ne ho rivisto di recente qualche bottiglia e mi è preso un\x92ondata di nostalgia. Gli aperitivi erano il Carpano Punt e mes, l\x92amaro Cora (anche gli occhi possono impazzire\x85) e Campari non era ancora assurto a icona del bere figo stile red passion.<br />In Tv girava la réclam del Nano ghiacciato, credo uno dei più grossi flop della Cinzano.<br />Io, milanese di nascita e di cultura, di pesce conoscevo soltanto la sogliola e il peperoncino piccante pensavo che fosse una droga pesante come l\x92eroina o la cocaina.<br />La mozzarella di bufala la mangiava chi aveva qualche amico napoletano e i gamberoni conosciuti erano soltanto quelli parlanti dei film di Walt Disney.<br />E non tocco il tasto della rucola solo perché non voglio tediarti ulteriormente.<br />Antonio D\x92Orrico- Sette<br />]]></content>
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  1023. <name>Claudio Maffei</name>
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  1026. <title><![CDATA[Perché con un curriculum in formato europeo non troverete mai lavoro]]></title>
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  1032. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=305"><![CDATA[Una delle cose che maggiormente mi infastidiscono quando devo leggere dei curriculum è il cosiddetto formato europeo e le sue varianti. Il fastidio che provo nel ricevere dei curriculum in tale formato è così grande da aver invitato tutti a non inviarlo mai di propria volontà, ma di ricorrerci solamente obtorto collo laddove venga esplicitamente richiesto e si è nella spiacevole condizione di dover necessariamente trovare un lavoro, accettando anche la produzione di siffatto curriculum come onesto compromesso per ottenerlo.<br /><br />In quest\x92ultimo caso, comunque, consiglio sempre di guardare con sospetto chi richieda tale formato e, laddove si venga assunti, cercare di capire se la richiesta nasce da un responsabile delle risorse umane incapace, e a quel punto il tempo che verrà impiegato per licenziarlo sarà una buona misura dell\x92efficienza dei processi dell\x92azienda nella quale si è entrati, oppure è una vera e propria perversione dell\x92azienda stessa, e in questo caso si potrà iniziare immediatamente la ricerca di un nuovo posto di lavoro con la tranquillità però di chi non è così disperato da produrre un CV europeo per ottenerlo.<br /><br />Ma quali sono i motivi di tale repulsione?<br /><br />Nel mondo nel quale sono cresciuto tanti anni fa, un buon curriculum vitae aveva due caratteristiche:<br /><br />1.dava le informazioni fondamentali sul candidato (ad esempio: età? Stato civile? Ha figli? Ha fatto il servizio militare? Dove abita?);<br />2.doveva far capire quali fossero le competenze e le esperienze del candidato (ad esempio: ha titoli di studio superiori? Quale università ha frequentato? Con quale voto ha ottenuto la laurea? Cosa ha fatto dopo gli studi? Dove ha lavorato? Quando? Con quali mansioni e quali risultati?).<br />Ma oggi quel mondo è finito per via della competizione. Quel modo di fare un CV, infatti, aveva senso quando, per fare un esempio, per un posto di lavoro si ricevevano 100 candidature di cui solo 10 erano di persone con i requisiti realmente aderenti alla posizione offerta. Lo scopo del selezionatore era dunque quello di individuare questi 10 candidati, chiamarli per un colloquio e poi effettuare la selezione. Erano i tempi in cui, per fare un esempio, un laureato in ingegneria era raro; se poi sapeva pure progettare qualcosa era un plus non trascurabile; se per caso sapeva anche parlare un inglese sufficiente aveva un vantaggio competitivo mostruoso sulla concorrenza.<br /><br />Ma oggi?<br /><br />Qualche tempo fa mi sono trovato a ricevere, in pochi giorni, 400 candidature per un posto di analista nel fondo per il quale lavoro. Dei 400 curriculum ricevuti, almeno la metà erano sulla carta perfettamente qualificati per la posizione offerta: età giusta, laurea giusta con votazione lusinghiera, inglese perfetto, seconda lingua piuttosto buona, esperienza pregressa interessante. Cosa fare, allora, passare a fare i colloqui a 200 candidati?<br /><br />In realtà ne ho chiamati solo una dozzina: perché?<br /><br />Perché in un contesto come quello attuale è di capitale importanza la capacità di far capire, dal semplice CV, non solamente chi siamo e cosa sappiamo fare, ma anche che tipo di persona siamo: siamo attenti ai dettagli, o no? Quando suona la campanella, stacchiamo dal lavoro oppure non molliamo la presa sino a quando non lo abbiamo portato a termine? Abbiamo una mentalità imprenditoriale o permettiamo alla nostra job description di essere un ostacolo tra noi e ciò che andrebbe fatto? Sappiamo intergrarci con i colleghi? Cosa ci aspettiamo dal lavoro per il quale stiamo candidandoci: ci interessa realmente, o è solo un mezzo onesto per pagare le spese?<br /><br />Queste sono solo alcune delle domande a cui un curriculum scritto con chiarezza, formattato e strutturato con il nostro stile, riesce a rispondere agli occhi di chi lo sa leggere. Ognuno di noi ha un suo stile di comunicazione e ognuno è libero di decidere cosa comunicare, come e quando: come può un qualsiasi standard, uguale per tutti e deciso in qualche ufficio lontano, riesca a cogliere le infinite sfumature del nostro carattere, delle nostre ambizioni e speranze?<br /><br />Quello che potrà cogliere sarà, nel migliore dei casi, solamente chi siamo e cosa sappiamo fare. E\x92 il formato perfetto per chi effettua selezioni del personale con criteri burocratici, criteri per i quali la selezione è effettuata dando dei pesi ad ogni voce del formato europeo (e questo spiega anche l\x92incredibile prolissità che viene indotta dal formato stesso), per poi selezionare il candidato che ha più punti, senza prendersi il rischio di scegliere e selezionare il candidato migliore per quel lavoro o per quella specifica necessità.<br /><br />E\x92 l\x92approccio originato dalla utopia dell\x92iper-oggettivismo che nasce dalla ipertrofia burocratica che sta uccidendo il nostro paese. Ma forse questo è un altro discorso.<br /><br />Augusto Coppola]]></content>
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  1037. <name>Claudio Maffei</name>
  1038. <email>[email protected]</email>
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  1040. <title><![CDATA[La lingua italiana, così bella da spiccare]]></title>
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  1046. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=304"><![CDATA[Giovanni Galetta mi invia un ricordo esilarante.  Ve lo ripropongo.<br />Corso di marketing in Bocconi. Fra i tanti partecipanti ce n\x92è uno, il direttore commerciale di un\x92azienda di rivestimenti, che trascrive avidamente (e poi ripete a bassa voce) tutti i termini anglosassoni, brand strategy, feedback, customer care\x85 con l\x92ovvio intento di sfoggiarli poi coi suoi venditori.<br />Quando coglie il termine ambaradan, usato dal docente milanese per indicare un generico \x93tutto\x94, gli si accende chissà quale lampadina nella testa: interrompe la lezione ed esige spiegazioni dettagliate senza cogliere, poveretto, i mormorii ironici che riempirono l\x92aula né l\x92acidità del docente, che gli consiglia di non confondere ambaradan con ambarabà (quello che poi ciccì coccò, tre civette sul comò).<br />Lui non fa una piega: annuisce e trascrive tutto.<br />Per inciso: brand strategy = strategia di marca, feedback = commento, opinione, risposta, riscontro o (più tecnicamente) retroazione, customer care = assistenza clienti.<br />Ho sempre avuto il sospetto che i massimi tifosi dei termini inglesi sparsi a caso nel discorso, come petali di rose sulla strada della processione, fossero persone che non sanno l\x92inglese.<br />Così, la parola esotica assume una potenza misteriosa, che trascende il suo significato, e per esempio meeting appare infinitamente più moderno, tecnologico ed efficace di una qualsiasi riunione nostrana.<br />Giuseppe Antonelli, invece, condivide (grazie!) l\x92articolo di Gianni Mura, che se la piglia con il profluvio di spending review, red carpet e jobs act sui quotidiani, e poi segnala la recente richiesta dell\x92Accademia della Crusca di considerare l\x92italiano lingua costituzionale. <br />Chiariamoci: non ce l\x92ho su con l\x92inglese, né con alcuna altra lingua straniera. Ho anche scritto di recente un elogio sfegatato dell\x92essere bilingui. Non ce l\x92ho su nemmeno con chi non parla inglese alla perfezione: anch\x92io lo mastico peggio di quanto vorrei e mi porto a casa di buon grado i miei strafalcioni sia quando parlo, sia quando scrivo.<br />Infine, non ce l\x92ho su neanche coi molti termini inglesi, da toast a mouse, che usiamo correntemente: del resto anche l\x92inglese comprende molte più parole di origine italiana di quanto possiamo immaginare.<br />Quella che mi sembra deplorevole è la debordante marmellata di termini inglesi sparsi del tutto a capocchia e inutilmente (essendo vivi, vegeti e precisi i corrispondenti termini nella nostra lingua) all\x92interno di un discorso in italiano.<br />Tra l\x92altro: segnalo che la deleteria idea di tenere tutti (tutti!) i corsi di laurea specialistica in inglese potrebbe avere la conseguenza di azzerare, dopo un po\x92, l\x92impiego e la memoria di una quantità di termini specialistici in italiano. Così, potremmo avere ingegneri civili che, nei cantieri, discutono (auguri!) coi muratori bergamaschi o albanesi della posa in opera di un joist perché non sanno dire \x93putrella\x94, e non hanno idea di quale sia la differenza italiana tra joist, balk e cantilever. Se no, chirurghi che non sanno che cosa domandare in italiano allo strumentista. E magari linguisti che usano termini inglesi a proposito della lingua italiana medesima. La questione è, a oggi, ancora aperta.<br />Infine: sono stata poche settimane fa a New York, che letteralmente trabocca di parole italiane, E che adesso ha un sindaco con un nome italiano, il quale parla (bene) in italiano, e ha un figlio che si chiama Dante. Aggiungo che la lingua italiana è non solo la sesta al mondo tra le più parlate, ma è anche la quarta lingua più studiata. Tutti buoni motivi per cui, se uno nasce, studia, lavora, vive e respira in Italia, è buono e giusto, oibò, che spicchi l\x92italiano.<br />Lingua la quale, di suo, ha tutti i numeri e le qualità per spiccare.<br />Annamaria Testa<br />]]></content>
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  1051. <name>Claudio Maffei</name>
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  1054. <title><![CDATA[Autorete]]></title>
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  1060. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=303"><![CDATA[Un calciatore del Cagliari, Daniele Dessena, è stato pesantemente insultato sul web da alcuni tifosi della sua squadra per avere indossato dei lacci color arcobaleno a sostegno della campagna contro l\x92omofobia. Una vicenda che ha subito propiziato nuovi sermoni contro l\x92arretratezza del maschio italiota. Sono andato a leggere i commenti incriminati: saranno stati una ventina. I tifosi del Cagliari sono almeno cinquecentomila. Se quella manciata di omofobi avesse scritto i propri pensieri sulla parete di un orinatoio, la questione sarebbe rimasta circoscritta ai frequentatori del luogo. Ma poiché i beceri hanno usato la Rete, la loro bravata è diventata una notizia. Senza che nessuno si fermasse a riflettere che sul web non interviene un campione significativo dell\x92opinione pubblica, ma solo chi è fortemente motivato a esprimersi sull\x92argomento in questione, perché ne è toccato in prima persona. E chi mai sarà toccato in prima persona dalle campagne contro l\x92omofobia, se non gli omofobi?  <br /><br /> <br />La sudditanza culturale dei giornalisti (e dei politici) verso la Rete sta cominciando ad assumere le forme di una malattia. Si vive appesi agli umori di minoranze infinitesimali, dilatandoli arbitrariamente a giudizi universali. Si scambia il salotto esclusivo di twitter per una piazza collettiva, quando la stragrande maggioranza degli italiani di twitter ignora persino l\x92esistenza. Come tutte le novità, il fenomeno è stato sopravvalutato proprio da chi dovrebbe avere gli strumenti intellettuali per filtrarlo. E adesso scusate, ma devo correre sui social network a leggere i commenti.  <br /><br />Massimo Gramellini - La Stampa]]></content>
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  1068. <title><![CDATA[Ai professori e ai formatori]]></title>
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  1074. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=302"><![CDATA[Ho finito di leggere l'autobiografia di Margherita Hack, ho trovato queste sue riflessioni che mi sembrano interessanti per tutti gli insegnanti e formatori... <br />I miei professori non furono quasi mai dei maestri di vita. Erano solo persone che facevano \x96 chi meglio chi peggio \x96 il proprio lavoro (\x85). Posso capire che non tutti sono portati per l\x92insegnamento, perché oltre alla conoscenza della materia richiede anche una certa dose di capacità relazionali, di linearità espositiva e \x96 perché no \x96 di presenza scenica. Non è un mestiere per tutti (..). Saper spiegare con efficacia a se stessi e agli altri le cause e gli effetti di un fenomeno è una gran cosa. È un sintomo di una mente funzionante e ricettiva. Ben disposta a capire quello che gli era sfuggito in un primo momento. E c\x92è un ulteriore passaggio da non sottovalutare. Se io voglio prendere un concetto molto complesso e ridurlo ai minimi termini in modo da poterlo illustrare senza troppi paroloni al primo che incontro per strada, è indispensabile prima di tutto che io abbia capito in pieno quel concetto iniziale, che lo abbia fatto mio (\x85). Senza contare che divulgare ha una profonda valenza democratica, poiché prima di tutto vuol dire condividere.<br />Margherita Hack 9 vite come i gatti. i miei primi 90 anni laici e ribelli<br />]]></content>
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  1082. <title><![CDATA[Assolutamente si]]></title>
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  1088. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=301"><![CDATA[Ma cosa gli è preso a tutti, sono rinscemiti?  <br /><br />Ogni intervistato, sia egli viceministro agli affari ingarbugliati, che esperto di deburocratizzazione rampante, ormai rispondono alle domande dirette con un rassicurante\x85 assolutamente sì.<br /><br />Salvo poi aggiungere tutti quegli argomenti olofrastici che ne sminuiscono la sicurezza, a prescindere dai quali, certo.  <br /><br />Poi, ai giornalisti e alle starlettes, si sono aggiunti gli interpreti illetterati dei reality show e i mentitori professionali che affollano i salotti serali dei talk show.<br /><br />Ieri  pomeriggi chiedevo telefonicamente ad un collega se ritenesse utile incontrarci di persona\x85 assolutamente sì, la pronta risposta, a prescindere dal fatto che fosse molto occupato, quindi quasi no.  <br /><br />Già Dante realizzava che l\x92Italiano di allora fosse la lingua del sì. Sì lo farò, sì vengo domani, sì certo ci mancherebbe\x85 sì, yes, da, certamente e ora\x85 assolutamente sì.<br /><br />Abbiamo sentito dire sì, tante volte a vanvera, che ora non basta più o almeno non basta più da solo.<br /><br />Basta ascoltare un po\x92 Simona Ventura e i suoi emuli.<br /><br />- Mi passi il sale? \x96 Assolutamente sì \x96 Passalo e stai zitto! -<br /><br />- Sai che ora è? \x96 Assolutamente sì \x96 Chi se ne frega se lo sai assolutamente sì, dimmi l\x92ora, assolutamente cretino! -<br /><br />Può darsi che sia arrivato dalle traduzioni letterali dei colloqui americani, dove l\x92originale absolutely viene spesso usato, senza yes però.<br /><br />Del resto i traduttori dei film non sono mai stati in USA e non sanno che i pepperoni sulla pizza non sono le note verdure, ma salciccia piccante.<br /><br />Che i tempi, così insicuri, abbiano contribuito a formare un vago senso di inadeguatezza alla semplice e breve affermazione Sì?<br /><br />E\x92 già tranchant, SI vuol dire sì, non forse o quasi e magari,<br /><br />NO vuol dire no, stop.<br /><br />Personalmente mi rifiuterò, radicalmente, di ascoltare chicchessia usi a sproposito tale allocuzione.<br /><br />Assolutamente sì, lo giuro.<br /><br />Marcello Cividini<br />]]></content>
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  1096. <title><![CDATA[Ne conosco tanti!]]></title>
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  1102. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=300"><![CDATA[Il direttore generale di un\x92azienda riceve un invito per un grande concerto, dove sarà eseguita l\x92Incompiuta di Schubert.<br />Purtroppo, per un precedente impegno, gli sarà impossibile accettare l\x92invito. Essendo però un amante della musica classica, non vuole che l\x92invito vada perduto. Così lo regala al suo direttore dell\x92organizzazione e delle risorse umane, il quale accetta con entusiasmo.<br />Il giorno dopo al direttore generale viene spontaneo chiedere come fosse andato il concerto.<br />Grande la sorpresa nel sentire la freddezza da parte del collaboratore: \x93Le invierò una mia relazione appena possibile\x94.<br />Questa, puntuale, arriva il giorno dopo.<br />Il contenuto è, più o meno, questo:<br />\x93Primo: durante considerevoli periodi di tempo i 4 oboe non fanno nulla, quindi si potrebbe ridurne il numero e distribuire il lavoro al resto dell\x92orchestra.<br />Secondo: i dodici violini suonano le medesime note, quindi l\x92organico dei violinisti dovrebbe essere drasticamente ridotto.<br />Terzo: non serve a nulla che gli ottoni ripetano i suoni che sono già stati eseguiti dagli altri\x94.<br />E conclude: \x93Se tali passaggi, ridondanti,fossero eliminati, il concerto potrebbe essere ridotto di un quarto, con evidente risparmio di tempo e risorse. <br />Se Schubert avesse potuto tener conto di tali indicazioni avrebbe terminato la sinfonia prima di morire\x94.<br /><br />Questa storia mi ha fatto sorridere e mi ha fatto pensare che c\x92è bisogno di recuperare la dimensione della bellezza del lavoro e il suo significato più profondo, per non cadere nella disperazione del lavoro che non c'è o nella frustrazione di un lavoro per forza.<br />]]></content>
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  1107. <name>laudio Maffei</name>
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  1110. <title><![CDATA[15 cose da sacrificare per essere felici]]></title>
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  1116. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=299"><![CDATA[Questo articolo è stato scritto da un membro del nostro team internazionale: Dana.<br />Dopo aver collezionato un milione di share su Facebook (si, proprio un milione) abbiamo pensato fosse un peccato non condividerlo in italiano con tutti i membri della community di Omnama.<br />Si tratta di 15 abitudini, pensieri o azioni che ci impediscono di essere felici.<br />Non è brevissimo, si, ma ne vale davvero la pena!<br /> Ecco una lista di 15 cose senza le quali la tua vita diventerà molto più semplice e soprattutto più felice.<br />Troppo spesso la nostra vita si cristallizza intorno ad abitudini che non ci provocano altro che stress, dolore e sofferenza.<br />E invece di lasciarle andare e permetterci di essere più sereni, ci aggrappiamo ad esse con tutte le nostre forze.<br />Bè, non più! A partire da oggi abbandoneremo tutto quello che non ci serve e abbracceremo insieme il cambiamento.<br />Pronto? Si parte!<br /> 1.  Lascia andare il bisogno di avere sempre ragione.<br />Siamo in così tanti a non sopportare l\x92idea di avere torto. Anche a costo di distruggere grandi amicizie o rapporti e causare grosso dolore a noi e agli altri.<br />Non ne vale la pena. Punto!<br />La prossima volta che senti l\x92urgenza di tuffarti in una zuffa su chi ha torto o ragione, chiediti quello che Dr Wayne Dyer suggerisce:<br />\x91\x91Preferisci aver ragione a tutti i costi\x85oppure essere gentile?\x92\x92.<br />Che differenza farà davvero alla fine? Il tuo ego è davvero così grande?<br /> 2. Lascia andare il bisogno di avere tutto sotto controllo.<br />Accetta di non ascoltare il tuo bisogno di essere sempre in controllo di situazioni, persone, ecc. Che si tratti di amici, familiari conoscenti o passanti che incontri per strada, lasciali vivere.<br />Permetti a ciascuno intorno a te di rivelarsi per quello che è e vedrai quanto ti sentirai meglio quasi istantaneamente.<br />\x93Lasciando andare, si ottiene tutto. Il vero vincitore è chi lascia andare.\x94 Lao Tzu<br /> 3. Lascia andare il bisogno di trovare un colpevole.<br />Smettila di considerare altre persone o circostanze i responsabili di quello che hai e noi hai, di come ti senti o non ti senti. Smetti di diluire il tuo potere e comincia ad assumerti la responsabilità della tua vita.<br /> 4. Lascia andare quelle controproducenti chiacchiere mentali.<br />Quante persone continuano a farsi del male con la loro spirale di pensieri negativi e controproducenti.<br /><br />Non credere a tutto quello che la tua mente ti dice \x96 specialmente se è qualcosa di negativo e controproducente.<br />Tu sei molto meglio di così. Credimi!<br />\x93La mente è uno strumento superbo, se usato correttamente. Usato male, tuttavia, può avere effetti distruttivi.\x94  Eckhart Tolle<br /> 5. Lascia andare le tue credenze limitanti.<br />Su quello che puoi o non puoi fare, su quello che credi sia possibile o impossibile. D\x92ora in poi, non permetterai più ai tuoi pensieri limitanti di bloccarti nel posto sbagliato. Apri le tue ali e vola!<br />\x93Una credenza non è un\x92idea trattenuta nella mente, è un\x92idea che trattiene la mente. \x94 Elly Roselle<br /> 6. Smettila di lamentarti.<br />Abbandona una volta per tutte il continuo bisogno di lamentarti per tuuuutte quelle cose \x96 persone, situazioni e circostanze che ti rendono infelice, triste e depresso.<br />Nessuno ha il potere di renderti infelice a meno che tu non glielo permetti. Non è la situazione a scatenare quella sensazione in te, ma è come tu decidi di guardarla.<br />Non sottovalutare mai il potere del pensiero positivo!<br /> 7. Lascia andare il lusso di criticare.<br />Lascia andare il bisogno di criticare cose, eventi persone che sono diverse da te o da come te le aspettavi. Siamo tutti diversi, eppure siamo anche tutti uguali.<br />Tutti vogliamo essere felici. Tutti vogliamo amare ed essere amati, e tutti vogliamo essere compresi. Tutti desideriamo qualcosa e quel qualcosa è desiderato da noi tutti.<br />8. Lascia andare il bisogno di impressionare gli altri.<br />Smettila di tentare così disperatamente di sembrare qualcuno che non sei solo per piacere agi altri. Non funziona così.<br />Nel momento in cui ti spogli di tutte le maschere, il momento in cui accetti il vero te, ti accorgerai che le persone saranno attratte a te senza nessuna fatica.<br /> 9. Lascia andare la tua resistenza al cambiamento.<br />Il cambiamento è buono. Il cambiamento ti aiuterà a muoverti dal punto A a punto B. Il cambiamento ti aiuterà migliorare la tua vita e anche quella di chi ti circonda. Segui ciò che ti rende felice, abbraccia il cambiamento, no resistergli.<br />\x93Segui ciò che ti rende felice e l\x92universo aprirà porte per te dove c\x92erano solo muri. \x94 Joseph Campbell<br /> 10. Lascia andare le etichette.<br />Smettila di incollare etichette a cose, persone o situazioni che non comprendi in quanto diverse o strane e prova ad aprire la tua mente, a poco a poco. La mente funziona solo quando è aperta.<br />\x93La forma più alta di ignoranza si ha quando rifiuti qualcosa solo perché non la conosci affatto.\x94 Dr. Wayne Dyer<br /> 11. Abbandona le tue paure.<br />La paura è solo un\x92illusione. Non esiste \x96 è creata da te. Nella tua mente. Aggiusta l\x92interno e l\x92esterno si aggiusterò da sé.<br />\x93L\x92unica cosa che dobbiamo temere, è la paura stessa.\x94 Franklin D. Roosevelt<br /> 12. Lascia andare le scuse. <br />Invitale a fare i bagagli e dì loro che sono licenziate! Non hai più bisogno di loro.<br />Troppo spesso ci limitiamo a causa delle scuse che produciamo. Invece di crescere e sforzarci di migliorare noi stessi e la nostra vita, restiamo bloccati e mentiamo a noi stessi, usando tutte le scuse possibili e immaginabili\x85<br />\x85 scuse che il 99.9% delle volte non sono nemmeno reali.<br /> 13. Lascia andare il passato. <br />Lo so, lo so. Questo non è facile. Specialmente quando il passato appare molto più sicuro e confortevole del presente, mentre il futuro sembra così spaventoso. Ma quello che devi sforzarti di pensare è che il momento presente è tutto ciò che hai e che avrai sempre.<br />Il passato che tanto desideri \x96 quel passato che adesso continui a sognare \x96 è stato da te ignorato quando era presente. Smettila di ingannarti.<br />Sii presente in ogni singolo momento della tua vita. Dopo tutto la vita è un viaggio non una destinazione.<br />Abbi una visione chiara del futuro, sii pronto, ma sii anche sempre presente nel momento che stai vivendo.<br />14.  Lascia andare l\x92attaccamento.<br />Questo concetto è uno dei più difficile da afferrare per la maggior parte di noi, e devo ammettere che lo è stato anche per me (lo è ancora, per la verità).<br />Ma comprenderlo non è impossibile. Migliorerai gradualmente con il tempo e la pratica.<br />Il momento in cui ti separi da tutte le cose, diventi così sereno, così tollerante, così gentile e così tranquillo. Il che non significa che smetti di amarle, perché amore e attaccamento non hanno nulla a che vedere l\x92uno con l\x92altro.<br />L\x92attaccamento nasce dalla paura, mentre l\x92amore\x85bè il vero amore è puro, gentile, e generoso; dove c\x92è amore non può esserci paura e alla luce di questo, amore e paura non possono coesistere.<br />Raggiungerai un luogo da dove sarai in grado di comprendere tutto senza nemmeno provarci. Uno stadio che va ben oltre le parole.<br /> 15. Smettila di vivere una vita all\x92altezza delle aspettative degli altri.<br />Troppe persone vivono una vita che non appartiene loro. Vivono la propria vita sulla base di cosa gli altri pensano sia meglio per loro. Ignorano la loro voce interiore. Sono così occupati ad accontentare tutti che perdono controllo sulle loro stesse vite.<br />Dimenticano che cosa li rende felici, di che cosa hanno bisogno ed eventualmente.. di sé stessi.<br />Ricorda che hai una sola vita da vivere: quella che stai vivendo in questo momento.<br /> Vivila!<br />Possiedila!<br /> E specialmente non lasciare che altrui opinioni ti distraggano dal tuo percorso.<br /> <br /><br />]]></content>
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  1121. <name>Claudio Maffei</name>
  1122. <email>[email protected]</email>
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  1124. <title><![CDATA[10 preziosi insegnamenti di Albert Einstein]]></title>
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  1130. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=298"><![CDATA[Albert Einstein: fisico teorico, filosofo, uno degli scienziati più influenti di sempre.<br />Nel 1921 premio Nobel per la fisica.<br />Il suo nome è noto tra la gente come sinonimo di grande intelligenza e genialità.<br />Ecco, per te, una raccolta di alcuni tra i suoi migliori insegnamenti:<br />\x95 Segui la tua curiosità: \x93Non ho alcun talento particolare. Io sono solo appassionatamente curioso\x94<br />\x95 Sii perseverante: \x94Non è che io sia così intelligente, è solo che affronto i problemi più a lungo.\x94<br />\x95 Concentrati sul qui ed ora: \x94Ogni uomo che può guidare in modo sicuro mentre bacia una bella ragazza semplicemente non sta dando al bacio l\x92attenzione che merita.\x94<br />\x95 Vivi il presente: \x94Non penso mai al futuro \x96 arriva già abbastanza presto.\x94<br />\x95 L\x92immaginazione è potente, allenala ogni giorno: \x94L\x92immaginazione è tutto. E\x92 l\x92anteprima di ciò che stai attraendo nella vita. L\x92immaginazione è più importante della conoscenza \x94 \x93Il vero segno dell\x92intelligenza non è la conoscenza, ma l\x92immaginazione\x94.<br />\x95 Fai esperienza, metti in pratica perché la conoscenza nasce dall\x92esperienza: \x93L\x92informazione non è conoscenza. L\x92unica fonte di conoscenza è l\x92esperienza \x93.<br />\x95 Se vuoi una vita migliore, modifica le tue azioni e i tuoi pensieri: \x94Follia: fare la stessa cosa più e più volte e aspettarsi risultati diversi\x94.<br />\x95 Dai il massimo: \x93Devi imparare le regole del gioco. E poi devi giocare meglio di chiunque altro\x94.<br />\x95 Sbaglia: \x94La persona che non ha mai fatto un errore, non ha mai tentato qualcosa di nuovo\x94.<br />\x95 Crea valore e attirerai il successo: \x94Non sforzarti di essere una persona di successo, quanto piuttosto di essere una persona di valore\x94.<br />In questi primi giorni del 2014 probabilmente ti ritroverai a fare un bilancio di ciò che è stato, ed a guardare al nuovo anno con nuovi obiettivi, nuovi sogni da realizzare; così ho deciso di condividere con te questa raccolta di preziose lezioni di vita di Albert Einstein, spero siano anche per te spunto di riflessione e fonte di ispirazione.<br />Che il 2014 sia, per te, il miglior anno di sempre!<br /><br /><br />Grazie a Marta De Cristan - iomemorizzo.it<br />]]></content>
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  1135. <name>Claudio Maffei</name>
  1136. <email>[email protected]</email>
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  1138. <title><![CDATA[Non auguratemi più buon natale via mail]]></title>
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  1144. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=297"><![CDATA[Alberelli con migliaia di lucine intermittenti, enormi palle di Natale che pendono a perpendicolo sullo schermo con malinconiche musichette in sottofondo, presepi rinascimentali, natività naïf, sacre famiglie a fumetti, Babbi Natale postmoderni, pupazzi neogotici animati, cieli stellati d\x92après van Gogh, e comete ovunque, su pini innevati, su profili metropolitani, su poetici paesaggi montani. Rime improvvisate e parole ispirate seguite da schiere inquietanti di puntini sospensivi o da triplici punti esclamativi!!! Citazioni colte: da poeti illustri (Gozzano e Saba i più gettonati) e Padri della Chiesa e filosofi e santi. Il tutto rigorosamente incorniciato dal logo dell\x92azienda che coglie l\x92occasione per annunciare la natività non di Gesù Bambino, ma della sua prossima iniziativa: una nuova collana editoriale per l\x92anno che verrà, una nuova mostra per aprile, un convegno a gennaio, una geniale idea regalo, la proposta di un viaggio transoceanico low cost, il raduno annuale degli allevatori di suini, l\x92apertura di un agriturismo-discoteca per la notte di san Silvestro... <br /><br />Una slavina di auguri, una valanga, il diluvio via mail. Due-trecento al giorno, auguri che si posano a migliaia come fiocchi di neve sulla coltre ormai liquefatta della posta elettronica. Da rimanerne sommersi come nella nevicata storica del febbraio 1956. E tutti giù a spalare, elimina elimina elimina... A Natale siamo diventati tutti spalatori di spam e affini. Si tende a eliminare tutto, per sopravvivere, per disperazione, nella fretta anche i pochi auguri degli amici che invece volevano davvero augurarti, semplicemente, sentitamente e con tutto il cuore, Buon Natale e Buon Anno Nuovo, con le maiuscole. È l\x92apoteosi della quantità, il consumo globale di frasi fatte e di invii a buon mercato. Tanto non costa niente, neanche il disturbo di scegliere un bigliettino in cartoleria, di scriverci su un pensierino, di imbustarlo, affrancarlo e imbucarlo. A utilizzare l\x92intera mailing list si fa prima. Un clic e via, il messaggio augurale si irradia verso l\x92ignoto, centinaia di migliaia di messaggi in bottiglia: chi li piglia li piglia. <br /><br />Eliminarli è già una fatica: mittenti mai visti, nomi mai sentiti, sigle nebulose (di che cosa?) che non vedrai mai più per dodici mesi esatti o forse per ventiquattro. Leggerli neanche pensarci, bisognerebbe prendersi dalle tre alle quattro ore al giorno e forse di più: dovresti rinunciare al pranzo, alla cena, alla pausa caffè o alla domenica in famiglia. Figurarsi rispondere. Neanche per sogno. Così ogni Natale è diventato una nevicata storica di messaggi ipocriti inviati alla cieca. E allora per quanto mi riguarda chiedo una tregua. Quest\x92anno è andata così, un paio di settimane da spalatore. Ma per il prossimo Natale prego tutti i neoauguranti possibili e potenziali di stralciare la mia mail dall\x92invio indiscriminato di Babbi Natale postmoderni e di presepi neogotici. A tutti auguro sentitamente e preventivamente un ottimo Natale 2014 e un felice 2015.<br />Paolo Di Stefano - Corsera<br />]]></content>
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  1149. <name>Claudio Maffei</name>
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  1152. <title><![CDATA[Le storie]]></title>
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  1158. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=296"><![CDATA[Per 15 anni della mia vita ho fatto il regista: solo in seguito ho seguito il mio istinto di\x93aiutatore\x94 e mi sono occupato del disagio. Oggi mi occupo, se possibile, solo diaumentare l\x92agio.<br />Ma mi è rimasta una piccola mania da regista: le storie degli altri. Per questo ho apprezzato questo libro: è pieno di storie di altri\x85<br />Le storie del nostro passato sono come il velo di una sposa che la segue all\x92altare: attaccate a questo velo ci sono immagini, memorie, emozioni, racconti immaginari\x85<br />La persona che abbiamo davanti e che ci sta raccontando di se stessa non sta dicendo la \x93verità\x94. Non può dirla. Sta usando per i suoi ricordi la stessa materia dei sogni\x85e della sua storia non sapremo mai tre cose: quello che non CI dice, quello che non SI dice e quello che è successo veramente.<br />Ma non è da biasimare: lo facciamo anche noi mentre lo ascoltiamo. Selezioniamo, cancelliamo, distorciamo, generalizziamo, traiamo conclusioni attraverso i nostri propri pregiudizi.<br />In realtà non stiamo ascoltando la SUA storia, ma la NOSTRA. Se dieci persone ascoltano una storia, ciascun ascoltatore sente cose diverse. Questo avviene anche al cinema.<br />Naturalmente nella psicoterapia c\x92è un lungo allenamento all\x92ascolto attivo e all\x92osservazione dei nostri pregiudizi mentre ascoltiamo.<br />E tuttavia, malgrado tutto, il terapeuta va in supervisione perché i suoi fantasmi si agitano come tende al vento del temporale, mentre la persona parla di sé, sembra che parli sempre di lui.<br />La persona che abbiamo davanti è come una valanga: da piccolo feto ha rotolato nella sua storia, ingrandendosi e diventando adulta, rotolandosi nei fatti e nei racconti suoi propri ha costruito strutture, credenze, certezze che ci propone come se fossero vere davvero.<br />E noi rispondiamo con le nostre. Come se fossero vere davvero.<br />E, per quello che mi riguarda, sono tutte illusioni.<br />Quando dico che se non ti piace la tua infanzia puoi cambiarla, mi guardano con gli occhi sgranati, come se fosse impossibile farlo.<br />In realtà è impossibile NON farlo. E dunque tanto vale governare il processo di ricontestualizzazione delle storie del nostro passato in una cornice che sia utile e non dannosa.<br />Questo fa uno sciamano moderno: cambia le cornici in cui vengono guardate, volta dopo volta, le sbiadite e fasulle immagini di un passato che pretendiamo veritiero e spesso doloroso.<br />Lo sciamano urbano usa le nuvole di parole per farle diventare temporali di nuove idee, che nutrano il campo dell\x92impossibile, sgombrando il campo del probabile.<br />Così una violenza subita da bambini diventa un \x93pareggio di conti in sospeso\x94, la perdita di un figlio nei primi mesi di gravidanza diventa \x93la prima volta che quell\x92anima ha bussato per potersi incarnare, ricevendo una risposta \x96 momentaneamente \x96 negativa.<br />Busserà ancora, a costo di attendere molte vite, per potersi incarnare attraverso quel corpo\x94. Una malattia diventa una \x93benattia"\x85che consente di rivalutare attentamente che cosa sia davvero importante nella vita\x94 e così via\x85<br />La guarigione non ha a che vedere con il \x93cambiare le cose\x94, ma con la capacità di interpretarle correttamente. Le emozioni non ci dicono CHE COSA stiamo guardando, ma COME lo stiamo guardando: i pensieri sono creativi e NOI siamo i pensatori.<br />E ciascuno pensa (e ripensa) alle proprie storie creativamente. In modo divinamente creativo. Con le nostre storie creiamo la nostra realtà. Possiamo cambiare le storie e con questo cambiare la realtà che si piega sempre al nostro libero arbitrio.<br />Per diritto di nascita.<br />Tante storie, insomma, tutte intense e sorprendenti. Come lucciole nella notte della coscienza.<br />Belle queste storie di altri che sono la storia di ciascuno di noi.<br />Max Damioli<br /><br /><br /><br />.]]></content>
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  1163. <name>Claudio Maffei</name>
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  1166. <title><![CDATA[In-decenti, in-docenti, docenti]]></title>
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  1172. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=295"><![CDATA[In-decenti, in-docenti, docenti6 dic 48 Un libro li definisce \x93sdraiati\x94. I ragazzi di oggi. Una generazione che non sa tenere la schiena dritta, ma spalma sulla vita la propria spina dorsale liquida. Avrei la schiena come la loro se mi avessero dotato di una comodissima sedia a sdraio, dalla quale avrei mandato a quel paese chi dopo averla fornita ora, pentito, la rivuole indietro. Moralismo. Nostalgia del tempo andato. Paternalismo sornione.<br /><br />Gli sdraiati invece li vedo tendersi quando offri loro qualcosa di cui non possono fare a meno e che abbiamo sostituito con surrogati tecnologici, assenza di \x93no\x94 e limiti, ma soprattutto di mete non autoreferenziali e narcisistiche. Raddrizzano la schiena quando al moralismo sostituisci la morale: facendo loro toccare cosa è bene e cosa è male, non a parole; quando alla nostalgia del tempo andato sostituisci la nostalgia del futuro, sudando lo stesso loro sudore, non metaforico; quando al paternalismo sostituisci la paternità, difendendoli dalle paure ma sfidando le loro risorse migliori, dedicando loro tempo al di fuori di quello stabilito.<br /><br />La spina dorsale cresce dritta a chi è teso verso la luce, come quelle piante a cui mia nonna metteva accanto un bastone fissato con uno spago, che le lasciava abbastanza libere da slanciarsi verso l\x92alto e non troppo libere da curvarsi su se stesse. Come si slanciavano verso il sole affondando proporzionalmente le loro radici! Dopo un po\x92, eliminati spago e bastone, rimanevano dritte, perché la fisica vuole che più ti slanci in alto più hai bisogno di radici profonde. Incolpare la pianta di non avere radici salde è incolpare se stessi, ma questo è duro da ammettere, e la colpa finisce sempre per cadere fuori dal recinto della responsabilità personale: loro, la tv, il consumismo, la scuola, la playstation (che abbiamo comprato con la sdraio).<br /><br />Solo la vita e l\x92esempio educano, le parole non bastano. Non basta dire tieni su la schiena, se non additiamo il panorama da guardare oltre la soglia. Il nostro modo di vivere autoreferenziale lancia spesso proclami contraddittori rispetto alla schiena dritta che esigiamo. I bambini allo stadio fanno lo stesso che fanno i padri: e ci scandalizziamo pure? O li multiamo?<br /><br />C\x92è però chi reagisce, cito da una delle tante lettere di contenuto analogo che ricevo:<br /><br />Mi dica, le piace essere un professore? Pensa che abbia ancora un valore, per un professore, essere tale? Io sinceramente odio la scuola e non perché non ami studiare, imparare cose nuove, ma perché mi sento soffocare, quando la prospettiva è entrare in classe ed ascoltare passivamente persone che nel loro mestiere non mettono impegno, che sembrano sempre sull\x92orlo di una crisi isterica, che non fanno amare ciò che si vantano di insegnare.<br /><br />Ho solo diciotto anni, che ne so io della vita, di come si svolge un mestiere? Potrebbe chiedermi e dirmi che tutto ciò è una scusa per giustificare il fatto che di studiare non mi va. Sì è vero, non mi va di studiare un argomento che non mi appassiona. Ma non dovrebbe essere proprio quello, il ruolo del professore? Far amare la cultura? Far amare lo studio? No, perché quello che nel mio liceo si fa è imparare a memoria. Ma a Lei non sembrano sbagliati i verbi che vengono usati per capire se si è studiato o meno? Interrogare e ripetere.<br /><br />Io li odio questi due verbi, Professore, perché interrogare ha perso il suo significato latino, è diventata una minaccia, e alla domanda \x93La misoginia nella Medea di Euripide\x94 \x96 che neanche è una domanda a dirla tutta \x96 si deve ripetere, come un automa, quello che il professore ha \x93pazientemente\x94 dettato in classe per un\x92ora (50 minuti, nei primi dieci era a prendere il caffè col collega di turno) e le altre cinquanta pagine che invece avresti dovuto imparare a memoria a casa.<br /><br />Io invece vorrei che un professore mi chiedesse \x93Ma tu della Medea cosa hai capito?\x94, \x93Ma perché secondo te Manzoni ha rinnovato completamente il genere del romanzo?\x94, \x93Ma quindi a te cosa è rimasto di Hegel?\x94, e vorrei lo facesse con quella luce che si ha negli occhi quando si fa qualcosa che si ama, per guidarci verso la maturità, quella vera, verso la capacità di guardare con occhio critico la realtà, quella luce che fa scattare dentro la curiosità, una volta a casa, di aprire il libro e capire \x93Ma quindi cosa voleva trasmettermi D\x92Annunzio, con tutta \x91sta pioggia?\x94.<br /><br />Io guardo i miei professori e in loro vedo tante cose, tranne l\x92amore verso il proprio mestiere. Più che odiare la scuola, io odio i miei professori. Preferisco passare i pomeriggi a scrivere o visitare una mostra che hanno appena allestito o andare in quella libreria, un po\x92 nascosta tra le vie del centro, dove posso comprare un libro e sedermi a leggerlo. <br /><br />Lei la vede intorno a sé la voglia di insegnare, di trasmettere qualcosa a coloro ci si aspetta siano il futuro del nostro Paese? Le vede le loro anime accese, vive, piene di voglia di fare, di dire?<br /><br />Questa non è una lettera sdraiata, ma la lettera ben dritta di una ragazza all\x92ultimo anno di liceo, delusa, polemica, in uscita con un cumulo di nozioni in testa e la certezza di sapere chi non diventare. Eppure ne voleva di cultura, di quella che trasforma la vita, cultura indicata infatti come \x93luce che fa scattare\x94. Non basterà rispondere che la vita è la fatica di fare \x93anche\x94 ciò che non appassiona, perché lei la passione non l\x92ha vista proprio e le sembra di dover fare \x93solo\x94 ciò che non appassiona, la morte in vita per chiunque, figuriamoci per un diciottenne.<br /><br />Chiedete ad un ragazzo di oggi quali lezioni frequenta volentieri: vi citerà non l\x92\x93in-decente\x94 (professore amicone, complice, che parla di sé e non fa lezione), non l\x92\x93in-docente\x94 (colto ma freddissimo), ma il docente che li mette alla prova, che li sfida, che dà molto ed esige molto, che si occupa della loro crescita e non solo dei loro voti, il docente che amano e odiano, e che sceglierebbero autonomamente, se fosse loro consentito. I ragazzi si sdraiano nella scuola degli \x93in-decenti\x94, e odiano quella degli \x93in-docenti\x94 (letteralmente coloro che non-in-segnano anche se conoscono in modo ineccepibile la materia). L\x92in-docenza si nasconde dietro la ripetizione, la formula vuota, il dovere per il dovere, evita la vita, non la seduce, non per portare gli sdraiati verso noi stessi (triste e inutile beffa), ma per raccontare loro il sole, attraverso la luce di occhi posati sì sulle carte ma altrettanto sulle vite, perché raggiungano -singolarmente e insieme- la loro altezza. Prima di discettare sul ridurre di un anno la scuola italiana, per uniformarci (verso il basso) al resto dei paesi europei (se la sognano una scuola con contenuti come la nostra), dovremmo provare a costruire scuole in cui sia consentito scegliere insegnanti decenti e docenti, come prova a fare qualsiasi mamma che vuole iscrivere il figlio in prima elementare.<br /><br />Prof 2.0]]></content>
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  1176.   <author>
  1177. <name>Claudio Maffei</name>
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  1180. <title><![CDATA[La virtù della felicità]]></title>
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  1186. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=294"><![CDATA[Possiamo affermare che la felicità non dipende dagli eventi esterni; siamo noi che la creiamo con il nostro atteggiamento, prima dentro di noi e poi all'esterno. Che si stia morendo o che si stia nascendo, che ci si stia addormentando o svegliando, che si stia guarendo o che ci si stia ammalando, in un certo senso non cambia assolutamente niente.<br /><br />È un vizio pernicioso ritenere che la nostra felicità dipenda dagli altri, da qualcosa fuori di noi, e come tutti i vizi anche questo distrugge le buone qualità e rallenta i tempi per realizzare i nostri obiettivi.<br /><br />Sentirsi soddisfatti non è frutto di mera fortuna, e nemmeno è semplicemente la conseguenza di attività pie o la ricompensa per non essersi abbandonati ad atti empi. La vera felicità è di per sé una virtù da coltivare, parte integrante della nostra intima natura. Quando una persona si sente autenticamente appagata, non subisce il fascino della trasgressione; quando invece è insoddisfatta viene attratta e agganciata da azioni che infrangono l'ordine cosmico; in effetti è quando si soffre che, nel tentativo di lenire il proprio dolore o la propria frustrazione, ci si avvicina a ciò che è pericoloso, moltiplicando le nostre sofferenze.<br /><br />È sotto l'influsso del dolore che si corre più frequentemente il rischio di prendere decisioni sbagliate, non quando siamo autenticamente felici.<br /><br />Marco Ferrini]]></content>
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  1194. <title><![CDATA[\x93Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo. ]]></title>
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  1200. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=293"><![CDATA[<br />\x93Dobbiamo ripensare tutta l\x92organizzazione sociale. Le nostre società non sono preparate ad avere una popolazione così vasta di \x93anziani giovani\x94, pieni di energia, di capacità e voglia di fare. Questa vasta popolazione è una risorsa: le \x93pantere grigie\x94 diventeranno il nostro petrolio. Se sapremo usare la loro materia grigia, avremo a disposizione una risorsa abbondante di qualità, che potrà essere una leva per lo sviluppo, potrà darci una marcia in più per il nostro futuro. Per me, un vero e proprio choc culturale è la differenza di discorso su questo tema dell\x92invecchiamento, del passare degli anni.<br /><br />Gli inglesi usano il termine ageing, che non ha alcuna connotazione negativa, ma che indica proprio il proseguire dell\x92età. <br /><br />Lo choc culturale, dicevo, è la differenza tra il modo in cui se ne discute in America piuttosto che in Italia. Io, ogni volta che torno in Italia, all\x92età di 56 anni, ho la sensazione di essere di troppo, perché si parla di me, di quelli come me, della mia generazione, o come un costo o come\x85 un tappo.<br /><br />Come un costo, perché abbiamo i cosiddetti privilegi (posto fisso, remunerazioni ancora relativamente elevate, ecc.). Soprattutto, ci accingiamo a entrar nell\x92età della pensione e, quando andremo in pensione noi, sembra che sfasceremo tutto.<br /><br />Quindi siamo visti come un costo, oppure come un tappo, perché saremmo di ostacolo ai giovani. E\x92 colpa nostra se i giovani soffrono, non trovano lavoro o vivono nel precariato, perché saremmo noi a occupare i posti a loro destinati.<br /><br />Io vengo da un paese, gli Stati Uniti, anzi, ho passato un bel pezzo della mia vita in un\x92area degli USA, la California, San Francisco, la Silicon Valley, che è la patria del giovanilismo per eccellenza. In particolare, vado regolarmente a visitare un luogo che si chiama \x93The Centre for Longevity\x94 (il Centro per la Longevità), dove non si trovano medici specializzati in geriatria, che si preoccupano dei problemi di prostata. No, al contrario, questo centro, situato presso l\x92Università di Stanford, è un luogo dove si mettono insieme intelligenze di economia, tecnologia, sociologia, per immaginare come la società debba cambiare in modo da accogliere questa rivoluzione positiva: l\x92arrivo di una vasta popolazione di pantere grigie (siamo noi), che diventerà il prossimo motore di rilancio.<br /><br />Ecco, questo mi appassiona: il fatto che proprio in una zona della California, che non è certamente ostile ai giovani (anzi, tutt\x92altro!), l\x92avvento della seconda età dei baby-boomer non è ostacolato, anzi, è pensato, studiato, immaginato come una straordinaria opportunità positiva, al punto che dobbiamo metterci insieme, per pensare che cosa farne, di questa risorsa. <br /><br />Ciò che è assurdo dell\x92approccio italiano sta proprio nel fatto che il fenomeno demografico sia stato sequestrato dai tecnici della finanza previdenziale. Un\x92angolatura ridottissima, un immiserimento di un tema gigantesco, che viene visto solo attraverso questa lente: che cosa succederà ai conti dell\x92Inps?<br /><br />Con il paradosso che, in Italia,  un evento positivo, come il fatto che si viva più a lungo, diventi lugubre, che se ne dia una lettura cupa e opprimente. <br /><br />Gli americani, al contrario, lo vedono semplicemente facendo i conti: l\x92allungamento della speranza di vita,  spalmata su questa popolazione, significa che abbiamo a disposizione centinaia di migliaia di anni di vita umana. E\x92 una ricchezza meravigliosa.<br /><br />Ecco, non ha senso che, in Italia, la si veda soltanto come una catastrofe prossima ventura.<br /><br />Intanto, voglio, prima di tutto, sgomberare il campo da un tragico equivoco italiano. E\x92 quasi una impostura, una frode, quella che rappresenta, nel nostro paese, la situazione economica attuale, la situazione del mercato del lavoro, come una guerra tra generazioni, con questa idea, che, per fare largo ai giovani, dobbiamo per forza cacciar via i cinquantenni. Dico che è passata nei fatti perché fior di settori industriali, tante aziende importanti, confrontandosi con la crisi, hanno scelto la leva dei prepensionamenti, decidendo di cacciar via i cinquantenni, come ammortizzatore sociale, proprio mentre l\x92età legale della pensionabilità si stava allungando.<br /><br />Quante di queste aziende hanno poi scelto effettivamente di assumere ventenni? <br /><br />Non a caso, i paesi dove c\x92è meno disoccupazione giovanile sono quelli dove si lavora più a lungo, perché il lavoro non è una torta fissa  da spartire, in una logica della scarsità e della penuria. Viceversa, il lavoro è una ricchezza elastica. Più a lungo si lavora, più quelli che lavorano a lungo riescono a creare ricchezza, e questa ricchezza va a vantaggio di altri, crea potere d\x92acquisto, nuove idee di cui i giovani si possono avvalere. <br /><br />L\x92America, vista dal mercato del lavoro, è il paese che già sposta l\x92età pensionabile ai settant\x92anni. Soprattutto, sta di fatto eliminando l\x92idea stessa di età pensionabile. In America, un\x92età obbligatoria, per legge, per andare in pensione, non esiste più, salvo in pochi settori di pubblico impiego.<br /><br />La pensione è \x93à la carte\x94: si lavora finché si ha voglia o bisogno.<br /><br />Naturalmente, ci sono le due facce della medaglia. L\x92impatto dell\x92ultima recessione è stato tale che, facendosi i conti in tasca, alcuni sessantenni hanno deciso che dovevano lavorare a lungo per aumentare la consistenza del proprio fondo pensione, mentre, più spesso, c\x92è la scelta, per volontà, di allungare l\x92età lavorativa. Ci sono poi altri fenomeni interessanti. <br /><br />Prima di tutto, c\x92è il ritorno delle pantere grigie all\x92università, la formazione permanente, prolungata ben oltre i cinquanta-sessant\x92anni.<br /><br />Solo nell\x92ultimo biennio, è aumentata del 17% la percentuale di iscritti all\x92università che hanno più di 55 anni. Questi tornano all\x92università, in vista di una seconda età lavorativa, per fare il pieno di conoscenze professionali che servono  rientrare nel circuito produttivo, a cambiare lavoro, a immaginare una seconda età adulta,  in cui l\x92attività professionale sarà diversa da quella svolta nella prima età adulta.<br /><br />Di questa idea, vedo applicazioni interessanti in Italia, se solo riuscissimo a liberarci della distorsione italiana che vede gli ultra cinquantenni-sessantenni come un tappo che impedisce ai giovani di emergere. Al contrario, dalle idee, dalle iniziative delle pantere grigie possono nascere, in tanti settori dormienti dell\x92economia italiana, nuove imprese, nuove attività, che potranno finalmente fornire ai giovani uno sbocco.<br /><br />Perdere il lavoro a cinquant\x92anni non è mai facile, sotto ogni latitudine. Non è mai una situazione facile. Tuttavia, la differenza di impatto tra America e Italia è molto forte. Negli Stati Uniti, il mercato del lavoro ha attraversato una fase pesante dopo la recessione del 2009. Tuttavia, non è facilissimo neanche lì, per un cinquantenne, ritrovare lavoro, dopo averlo perso. L\x92atteggiamento è però profondamente diverso.  Intanto, non c\x92è quella dicotomia tragica tra l\x92idea del posto fisso e del precariato:  il paradiso e l\x92inferno.<br /><br />In realtà, negli USA, un po\x92 tutti siamo precari. Il posto fisso non esiste per nessuno: tutti sono licenziabili. Questo fatto di insicurezza, un po\x92 universale, al tempo stesso ne riduce la drammaticità. Ma soprattutto, il cinquantenne che perde il lavoro, in America, è abituato a vedersi come una risorsa molto valida, spendibile, e allora una delle prime idee che vengono in mente è di tornare a scuola, di arricchire se stesso di nuovo valore, di conoscenze, di nuove skill, nuovi talenti, andando ad attingere dove ci sono, per esempio all\x92università, e una forte spiccata attitudine a immaginare una seconda età adulta, in un\x92ottica di imprenditorialità. <br /><br />Il pensiero è del tipo: \x93Non lavoro più in una grande azienda, però so bene  tante cose che potrei fare da solo. Posso fare l\x92imprenditore, posso diventare un consulente, posso distribuire ad altri le mie conoscenze.\x94. C\x92è anche una vasta industria di consulenti che insegnano proprio questo. Siccome le opportunità ci sono, il mercato non è razzista nei confronti delle pantere grigie. Esiste, in inglese, il termine \x93ageism\x94, il razzismo per età, che è perseguibile per legge. In America, se si viene licenziati per la sola ragione dell\x92età, in altre parole, è possibile fare causa al proprio datore di lavoro. \x93<br />Federico Rampini<br />]]></content>
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  1205. <name>Claudio Maffei</name>
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  1208. <title><![CDATA[Francesco Tesei, il mentalista su SKY]]></title>
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  1214. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=292"><![CDATA[«Non faccio miracoli, non sono un mago», dice. Quella di Francesco Tesei è rappresentazione. E\x92 magia. E\x92 illusione. E\x92 condizionamento. E\x92 gioco. E\x92 divertimento. Non c\x92è niente di divinatorio nel mentalismo; niente che non si possa spiegare con la tecnica. Quello che lui propone a teatro, e dall\x92altra sera su Sky Uno, è una fusione di psicologia, tecniche di comunicazione e illusionismo. Per tre giovedì vanno in onda tre puntate, poi la serie completa di 12 tornerà a gennaio. Nella ripresa dopo la pubblicità, sarebbe bello fosse evitato lo stucchevole riassunto di quel che si è visto all\x92inizio. E\x92 un vezzo di molti format, una cosa all\x92americana da cui sarebbe bello affrancarci. Non siamo mica scemi, che non ricordiamo ciò che abbiamo seguito dieci minuti prima. E se ci agganciamo, capiamo lo stesso. Ma evidentemente la stessa formula si ripete perché, come dice Tesei, siamo prevedibili, simili gli uni agli altri, gli stessi meccanismi cerebrali sono applicabili a tutti. Eppure, il nostro mentalista è didascalico nei suoi esperimenti. Spiega quello che succede, naturalmente non come succede. Qualcosa svela, ma poco: l\x92altra sera, a esempio, ha raccontato perché il paracadutista con cui si era lanciato aveva scelto per l\x92atterraggio proprio il telo arancione. Per le restanti «magie», siamo rimasti lì, a bocca aperta e senza comprensione. <br />Alessandra Comazzi - La Stampa<br /><br />]]></content>
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  1219. <name>Claudio Maffei</name>
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  1222. <title><![CDATA[Conoscete i vicini di casa e non sprecate il cibo]]></title>
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  1228. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=291"><![CDATA[Papa Francesco festeggia il suo gregge elettronico, che ha raggiunto 10 milioni di pecorelle. La<br />somma dei follower nelle varie lingue ha infatti superato quella cifra, e ieri mattina il Pontefice l\x92ha<br />annunciato. Non l\x92ha fatto con un\x92enciclica, ovviamente, ma con un tweet. Lo stesso in tutte le<br />lingue, compreso il latino: «Fautores dilecti, centies centum milium numerum vobis<br />praetergredientibus ex animo gratis ago vosque precor ut pro me orare pergat ». Traduzione: «Cari<br />Follower ho saputo che siete più di 10 milioni ormai! Vi ringrazio di cuore e vi chiedo di continuare<br />a pregare per me».<br />Papa Francesco comunica. Non perché usa Twitter, ma per come lo usa, e per quello che dice.<br />Consapevole di non avere a disposizione un pulpito, un sagrato o un\x92aula, ma solo 140 caratteri,<br />sceglie la brevità, consapevole che lo sforzo della sintesi è un regalo che facciamo a chi legge e chi<br />ascolta: ce ne sarà riconoscente.<br />Qualche esempio? «La cultura dello scarto produce molti frutti amari, dallo spreco di alimenti<br />all\x92isolamento di tanti anziani» (25 ottobre). «Abbi pietà Signore! Tante volte siamo accecati dalla<br />nostra vita comoda e non vediamo quelli che muoiono vicino a noi. #Lampedusa» (12 ottobre).<br />«Cercare la propria felicità nell\x92avere cose materiali è un modo sicuro per non essere felici» (15<br />settembre). «A volte si può vivere senza conoscere i vicini di casa: questo non è vivere da cristiani»<br />(14 settembre). «Non esiste un Cristianesimo \x93low cost\x94. Seguire Gesù vuol dire andare contro<br />corrente, rinunciando al male e all\x92egoismo» (5 settembre).<br />Si può fare la differenza con un tweet? Certo: «Mai più la guerra! Mai più la guerra!» (2 settembre,<br />4.340 retweet) ha contato quanto un discorso alle Nazioni Unite, durante la crisi siriana. Che<br />differenza con il predecessore! Dal papa tedesco, anche via social network, i cattolici ricevevano<br />un\x92incessante lezione di teologia. Dal papa argentino sentono di ottenere stimoli, comprensione e<br />rassicurazione. Ho scritto qualche giorno (per lettori di lingua inglese): «All you need is love : se<br />Francesco un giorno citasse John Lennon, non stupitevi».<br />L\x92aria nuova, bisogna dire, l\x92hanno fiutata prima i parroci dei vescovi. Nelle parrocchie \x97 dove la<br />frequenza alle messe domenicali è scesa sotto il 30% della popolazione \x97 l\x92hanno capito in fretta:<br />il nuovo Pontefice riesce a motivare i credenti e provoca il rispetto dei non credenti. Alcuni, per<br />questione di età e cultura, vengono raggiunti con mezzi tradizionali (dall\x92associazionismo cattolico<br />a Eugenio Scalfari). Per altri occorrono mezzi nuovi: le pecore si possono ritrovare anche con lo<br />scooter, se sono smarrite. Avessero conosciuto il motore a scoppio, gli Evangelisti sarebbero stati<br />d\x92accordo.<br />Papa Francesco sa usare Twitter (uno smartphone, la televisione) perché non ne ha paura. Ha capito<br />che sono strumenti. Siamo noi a decidere cosa farne, e possiamo farne \x97 tutti, da Papa Francesco<br />all\x92ultimo di noi follower \x97 cose ottime; oppure utilizzarli per fare del male e combinare guai. La<br />Chiesa ha sempre temuto le novità, in tutti i campi, e spesso si è trovata a rincorrere. È vero: non<br />tutto ciò che è nuovo è buono. E non tutto ciò che è buono è nuovo. Ma molte volte è così.<br />Il Pontefice non è l\x92unico, ai vertici della Chiesa cattolica, ad aver capito questo. Anche Gianfranco<br />Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, usa Twitter con efficacia. «Sacerdote<br />&amp;amp; Cardinale» recita il suo profilo. Il tweet più recente, datato 25 ottobre: «Non ho mai visto un<br />fanatico religioso avere senso dell\x92umorismo. Né una persona con senso dell\x92umorismo diventare<br />un fanatico. (Amos Oz)\x94». @CardRavasi ha solo 56mila follower in italiano e 6mila in inglese: se si<br />mantiene su questi standard, merita di più.<br />Appartengono alla Chiesa cattolica oltre un miliardo di persone, circa la metà dei cristiani del<br />mondo. C\x92è ancora molto da twittare, da rincuorare e da rincorrere, caro @Pontifex.<br />Beppe Severgnini - Corsera]]></content>
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  1236. <title><![CDATA[Chi è libero di gestire il proprio tempo, di solito, è felice.]]></title>
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  1242. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=290"><![CDATA[Come si fa ad aumentare la produttività?<br />Semplice: un lavoro si giudica dal risultato, non dal tempo o dal modo impiegato per raggiungerlo.<br />Ai miei collaboratori, quand\x92è possibile, e spesso è possibile, non impongo un orario: facciano quel che vogliono, quando vogliono, come vogliono.<br />L\x92importante è che lo facciano: in tempo, e bene.<br />Se una persona trascorre la giornata giochicchiando col tablet, non porterà a termine l\x92incarico, o lo realizzerà in maniera sciatta.<br />Il problema, spesso, è nella testa dei datori di lavoro.<br />Controllare costantemente i dipendenti, per alcuni, è un sottile piacere (con risvolti sadici).<br />Per altri è solo un errore, che nasce dall\x92insicurezza.<br />Se il tipo di lavoro lo consente, meglio lasciare libero chi lavora.<br />Con me è stato fatto: detesto essere controllato, voglio venir giudicato dai risultati; e i miei capi<br />(a cominciare da Montanelli) lo hanno sempre capito.<br />Non solo.<br />Chi è libero di gestire il proprio tempo, di solito, è felice.<br />Chi è felice, lavora bene. Chi lavora bene, quasi sempre, produce buoni risultati.<br /><br />Beppe Severgnini<br />]]></content>
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  1250. <title><![CDATA[Lettera di Dario Fo a Guido Barilla]]></title>
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  1256. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=288"><![CDATA["Caro Guido Barilla,<br /><br />Ricordo i primi spot televisivi di Barilla, a cui ho partecipato non solo come attore ma anche come autore dei testi e della sceneggiatura nonché del montaggio. Ebbero un enorme successo e, in quel tempo, ho avuto anche l'occasione di conoscere Pietro, vostro padre.<br /><br />Una persona piena di creatività ed intelligenza, appassionato d'arte e di cultura.<br /><br />In quegli spot abbiamo raccontato di prodotti che sono diventati simbolo dell'Italia e degli italiani tutti, nelle nostre case e nel mondo. La pasta soprattutto è sinonimo d'Italia, di casa e di famiglia. Per tutti.<br /><br />Ecco: oggi il nostro Paese è fatto di tante famiglie unite solo dall'amore delle persone che ne fanno parte. Amore che non è in grado di discriminare, che non ha confini: e l'amore, in tutto il mondo, può nascere tra un uomo e una donna, due donne, due uomini. <br /><br />Sull'amore si fonda una famiglia, quella che la vostra azienda racconta nella sua comunicazione. Sull'amore si fonda una casa. <br /><br />Alla domanda sul perché la sua azienda non faccia spot pubblicitari con famiglie gay, lei ha risposto: "Non farei mai uno spot con una famiglia omosessuale. Noi abbiamo un concetto differente rispetto alla famiglia gay. Per noi il concetto di famiglia sacrale rimane un valore fondamentale dell'azienda". Poi, in seguito alle polemiche che si sono scatenate, ha specificato: \x93Volevo semplicemente sottolineare la centralità del ruolo della donna all'interno della famiglia\x94. E ancora: \x93Ho il massimo rispetto per qualunque persona, senza distinzione alcuna. Ho il massimo rispetto per i gay e per la libertà di espressione di chiunque. Ho anche detto e ribadisco che rispetto i matrimoni tra gay. Barilla nelle sue pubblicità rappresenta la famiglia perché questa accoglie chiunque e da sempre si identifica con la nostra marca\x94<br /><br />Ecco, Guido. La sua azienda rappresenta l'Italia: nel nostro Paese e in tutto il mondo. Un'Italia che è fatta anche di coppie di fatto, di famiglie allargate, di famiglie con genitori omosessuali e transgender.<br /><br />Ecco perché le chiedo di cogliere questa occasione e di ritornare allo spirito di quegli spot degli anni '50 dove io stesso interpretavo uno spaccato della società in profondo mutamento. Ecco perché le chiedo di uscire dalla dimensione delle polemiche e farsi ambasciatore della libertà di espressione di tutti.<br /><br />Mi appello a lei, caro Guido, perchè ha modo di ridare all'Italia di oggi la possibilità di rispecchiarsi nuovamente in uno dei suoi simboli e alla sua azienda di diventare ambasciatore di integrazione e voce del presente. E chiedo quindi che lo faccia con le prossime campagne pubblicitarie del gruppo Barilla, dove la famiglia potrà finalmente essere rappresentata nelle sue infinite e meravigliose forme di questi nostri tempi.<br /><br />Come ho già scritto: "Buttiamoci con la testa sotto il getto del lavandino e facciamo capire ai briganti che qui siamo ancora in molti in grado di dimostrare di far parte di un contesto di uomini e donne libere e pensanti".<br /><br />DARIO FO<br /><br />]]></content>
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  1264. <title><![CDATA[Non video più]]></title>
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  1270. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=286"><![CDATA[La prima volta che lo sentii gridare Forza Italia al riparo di una siepe di finti libri rilegati in pelle, ero preoccupato ma incuriosito. Ancora non sapevo che il set era stato montato in un cantiere: se la telecamera avesse allargato l\x92inquadratura, avremmo scoperto che la scrivania si affacciava su un cumulo profetico di macerie. Quell\x92uomo d\x92affari uscito da un telefilm degli Anni Ottanta rappresentava la novità, la sorpresa, per molti la speranza. Ma quando di lì a qualche mese lo rividi arringare il popolo da una videocassetta, lo stupore aveva già ceduto alla delusione. Il terzo filmato produsse sconforto, il quarto fastidio. Non ricordo quando il fastidio si sia trasformato in noia. Io e i suoi video siamo invecchiati insieme: a me cadevano i capelli che crescevano a lui, nella mia libreria i volumi cambiavano mentre nella sua erano sempre gli stessi, miracolosamente intonsi. Logore, invece, le parole: promesse e minacce, sempre più vaghe. Sempre meno riusciva a farmi sorridere e spaventare, alternando la maschera tragica con quella comica sullo sfondo di arredamenti barocchi e bandieroni pomposi.  <br /><br /> <br /><br />Ora è tornato a Forza Italia, ma i suoi proclami mi rimbalzano addosso come palline di pongo scagliate da una fionda sfibrata. Vedo le rughe infittirsi, le labbra spezzarsi al pari della voce. Sento parole d\x92amore che sprizzano livore. Dovrebbe farmi paura e invece non mi fa neanche pena. Solo tanta tristezza: per lui, per me, per noi che da vent\x92anni scandiamo il tempo delle nostre vite con i videomessaggi di un tizio che ha sostituito la politica con l\x92epica dei fatti suoi.  <br /><br />Massimo Gramellini - La Stampa]]></content>
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  1275. <name>Claudio Maffei</name>
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  1278. <title><![CDATA[Quale leadership per il futuro?]]></title>
  1279. <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=285" />
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  1284. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=285"><![CDATA[Oltre trent\x92anni di mistica della leadership e, per chi vive in azienda, centinaia di ore di corsi di formazione, ci hanno abituato a pensare che questa qualità sia fondamentale per il successo. I manager devono essere leader, leader si nasce o si diventa? e altri aforismi simili ci hanno fedelmente accompagnato mentre tutta l\x92attenzione veniva focalizzata sulla persona al comando.<br />Ma è ancora valido questo assioma? L\x92affondamento della Costa Concordia è solo il caso più recente di fallimento della leadership. Oggi, a guardarsi intorno, si fa veramente fatica a trovare leader di successo che reggano alla prova del tempo. Quasi nessun leader politico del G20 è riuscito a sopravvivere al primo mandato. Persino i più osannati \x96 basti pensare a Obama \x96 vengono rapidamente logorati. Anche i mega manager delle multinazionali cambiano spesso al ritmo delle porte girevoli dell\x92ingresso. Non mancano poi i casi di imprenditori delle PMI, come di manager di multinazionali (due casi emblematici sono Nokia e Kodak) che portano le proprie imprese sull\x92orlo del fallimento o anche più in la.<br />Quale scenario futuro ci aspetta? Quale modello di leadership possiamo ipotizzare?Potremo avere novelli JFK o Henri Ford o De Gasperi o Willy Brandt? O avremo bisogno di questo modello di leader? Quasi sicuramente no, perché il mondo è profondamente cambiato negli ultimi dieci anni.<br />Due sono i principali aspetti da considerare: la crescita esponenziale della complessità economica, politica, sociale e tecnologica e la democratizzazione della comunicazione garantita dalle tecnologie digitali.<br />La crescita della complessità, innescata dalla  globalizzazione, ha moltiplicato le variabili togliendo qualsiasi certezza ai nessi di causalità:  economie  totalmente interconnesse, società più fluide e mobili, regole variabili a livello planetario aprono molteplicità di scelte impensabili fino a poco tempo fa. Per esempio, per le aziende italiane è più facile aprire stabilimenti dove il mercato del lavoro è più flessibile piuttosto che discutere sull\x92Art. 18 in Italia.<br />Ma la complessità, oltre alla moltiplicazione delle opportunità, ha portato anche la moltiplicazione delle incertezze. Se fino a venti o trent\x92anni fa un leader, politico o di azienda, poteva ragionevolmente padroneggiare le variabili chiave del proprio incarico, oggi è sempre più difficile. Per gestire un\x92azienda, grande o piccola che sia, non basta più conoscere il proprio prodotto e mercato ma occorre avere competenze di finanza, di tecnologia, di marketing e di molto altro.<br />Certo, le grandi aziende, come i governi, hanno \x96 o dovrebbero avere \x96  tutte queste competenze al proprio interno, ma è ancora il leader a plasmarne la strategia sulla base della propria visione, più o meno olistica e con modalità più o meno dirigiste. Il risultato è che, qualsiasi indicazione o consiglio viene comunque filtrato dal leader designato, che decide sulla base delle proprie competenze, esperienze e, fatto più importante, propensione al rischio e a seguire indicazioni di altri in territori che non conosce.<br />Il secondo aspetto rilevante è la democratizzazione della comunicazione consentito dalle tecnologie digitali e dai Social Network. Oggi il leader è nudo! Non ci sono più rendite di posizione o di status. Controllare e manipolare la comunicazione è diventato impossibile e l\x92approccio top down unidirezionale che ha creato e sostenuto molti leader nel passato non è più un modello replicabile. Le chiacchiere e le critiche, una volta limitate alla macchina del caffé, oggi hanno portata planetaria. Le primavere arabe hanno mostrato come anche stati in cui il controllo della comunicazione e dell\x92opinione era ritenuto ferreo, si sono sgretolati in poche settimane sulla spinta della libera circolazione delle informazioni.<br />L\x92autorevolezza \x96 per tornare a un altro dei miti fondanti della leadership \x96 non basta più. O meglio, il concetto di autorevolezza è diventato più articolato fino a includere anche etica, apertura al dialogo, capacità di ascolto, onestà, capacità di tenere fede alle promesse, trasparenza, umiltà. Essere leader autorevoli e mantenere questa autorevolezza nel tempo, oggi è estremamente più difficile di venti o trent\x92anni fa.<br />La rete ha cambiato i paradigmi sociali e organizzativi. Oggi i modelli vincenti sono quelli basati sulla collaborazione, sulla libera circolazione delle informazioni e sulle reti in cui non esiste un vero e proprio leader, bensì una leadership diffusa in cui le competenze e la credibilità acquisita determinano l\x92autorevolezza di una persona. In modo destrutturato e flessibile. Una stessa community può così avere più persone di riferimento a seconda delle necessità dei propri membri. E\x92 l\x92intelligenza collettiva espressa dalla community nel suo insieme a divenire l\x92elemento vincente. Sono le persone che dimostrano competenza, spirito di servizio e capacità relazionale a emergere come leader.<br />A dire il vero non è un modello nato con la Rete. Alcune società arcaiche, come i Boscimani, seguono da millenni questo schema: se la tribù deve andare a caccia, è la persona riconosciuta come più esperta a decidere come muoversi, ma se la tribù deve cercare l\x92acqua, sarà un\x92altra persona a guidarla, mentre lo spostamento del villaggio da un punto a un altro è gestito da un\x92altra persona ancora. Un modello vincente? Beh, i Boscimani esistono da migliaia di anni e non si sono estinti. Sembra un buon punto a favore.<br />Il concetto chiave, quindi, è divenuto quello della credibilità. Essere leader significa essere credibili, per la propria community di riferimento, rispetto al compito da svolgere. La credibilità, però, non necessariamente si estende a tutto lo scibile e altre persone saranno più credibili su altri compiti. Tante sfide da affrontare, tanti leader credibili per farlo. E\x92 una rivoluzione copernicana in cui le organizzazioni vincenti saranno sempre meno quelle che si affideranno a un leader globale e sempre più alla leadership diffusa, basata sulla credibilità dimostrata e riconosciuta. In grado quindi di attingere e ottimizzare l\x92intelligenza collettiva espressa dall\x92insieme.<br />Quindi come dovrà essere il leader del futuro? Non sarà più chi ha le risposte giuste, ma chi sa fare le domande giuste. Non più chi ha il know how, ma chi possiede il know who per capire quale sia la risorsa migliore da attivare e ascoltare a seconda del compito e degli obiettivi. Non più chi ha la voce più alta, ma chi ha le orecchie più aperte per cogliere segnali e suggerimenti.<br />La credibilità \x96 sostituto dell\x92autorevolezza - deriverà sempre meno dall\x92ambito professionale e sempre più da quello relazionale, dalla capacità, quindi, non solo di mostrare competenza ma anche di fare da ponte, di connettere e facilitare e, soprattutto, di operare una sintesi efficace.<br />Il leader del futuro non sarà più una persona sola bensì una comunità di persone in grado di interagire a pari livello per identificare la soluzione più idonea, mettendo in campo le proprie competenze professionali e relazionali. Siamo pronti a questa sfida?<br />]]></content>
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  1289. <name>Claudio Maffei</name>
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  1292. <title><![CDATA[Perchè non diciamo più per cortesia]]></title>
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  1298. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=284"><![CDATA[Contate quanti tra di voi usano spesso parole o frasi come «prudenza», «virtù», «decenza», «per cortesia», «forza d\x92animo» e «gratitudine». Ora invece pensate a chi frequentemente dice «io», «personalizzata», «unico», «disciplina», «posso farlo io», «io vengo prima». Secondo uno studio condotto da Google su un database di parole estratte da 5 milioni di libri pubblicati in tutto il mondo tra il 1500 e il 2008 si è scoperto come alcune parole siano lentamente state dimenticate e altre si siano invece imposte nel linguaggio comune.<br /><br />La ricerca, pubblicata dal Wall Street Journal in un articolo dal titolo «What words tell us» («Cosa le parole raccontano di noi»), restituisce l\x92istantanea di una società individualista, competitiva e poco educata.<br /><br />Parole come famiglia, collettivo, tribù, sono lentamente sfumate: il senso di comunità è stato sostituito da uno spirito competitivo che ci fa preferire i termini «auto», «mio», «personalizzata» oltre a inglesismi performanti come «standout».<br /><br />La coppia di studiosi americani Pelin e Selin Kesebir hanno scoperto che l\x92uso di parole come «coraggio» e «forza d\x92animo» è diminuito del 66 per cento, quello di «gratitudine» e «apprezzamento» del 49 per cento. Nel frattempo, l\x92utilizzo di parole associate con la capacità di produrre, come «disciplina» e «affidabilità» è invece aumentato.<br /><br />Usando un immaginario contaparole durante le nostre conversazioni quotidiane potremmo probabilmente mettere al primo posto la parola «io» (incipit di molte conversazioni), seguita da avverbi perentori come «assolutamente» (sì e no, vale in ogni direzione). Con il risultato di rimanere sorpresi quando ci imbattiamo in parole come «compassione», «gratitudine», «cortesia» e «umiltà».<br /><br />«Qualche sera fa ero al concerto di Cat Power ed è stato toccante sentire il mio vicino chiedermi, prima di accendere una sigaretta: \x93permette?\x94», racconta lo scrittore Mauro Covacich mentre passa in rassegna la scomparsa di altre parole cortesi. «C\x92è ancora qualcuno che quando risponde al telefono dice \x93pronto\x94? Riconoscendo già il nostro interlocutore dal nome che appare sul display abbiamo abbandonato quella formula di attenzione e esclusiva disponibilità che l\x92essere \x93pronti\x94 prevedeva».<br /><br />Dietro alla scomparsa di alcuni termini e delle formule cortesi, «che fanno tanto azzimato», c\x92è la logica efficientista. «È come se parlassimo un linguaggio \x93palestrato\x94, tecnofunzionale, un modo di esprimersi che somiglia a un corpo costruito in laboratorio: dobbiamo mostrare i muscoli e certi modi di esprimersi sono utili a questo», osserva lo scrittore triestino.<br /><br />Al punto che anche l\x92uso di parole sconvenienti può diventare un modo incisivo di esprimersi. È fresco di stampa il libro della studiosa britannica Melissa Mohr (una laurea in letteratura inglese e a una specializzazione su Medioevo e Rinascimento) «Holy Sh*t», in cui si cerca di capire come le oscenità si siano impossessate del nostro modo di comunicare: la conclusione è a sorpresa assolutoria, l\x92imprecazione ha un suo scopo sociale e insultare una persona evita di canalizzare la rabbia in modi più gravi.<br /><br />La parola colorita può imporsi anche in contesti più che formali: la cancelliera Angela Merkel parlando di una polemica ha usato pubblicamente la parola «Shitstorm» (tempesta di m\x85), appena ammessa anche nell\x92autorevole dizionario Duden, che registra i mutamenti della lingua tedesca.<br /><br />«L\x92uso in politica di termini \x93giovani\x94 è uno stratagemma per sembrare meno distanti, più alla mano», osserva Covacich. «Ma in realtà, quello che in ambito letterario può essere funzionale al tratteggio di un personaggio, nel colloquio di tutti i giorni è una caduta rispetto alla proprietà di linguaggio».<br /><br />Anche nei salotti, cartina di tornasole del buon conversare, si prende nota dei cambiamenti. «Colpa dell\x92uso improprio della tecnologia: difficilmente vengo compresa quando dico \x93mi rincresce\x94 a un adolescente, persino se educato al collegio Mondragone o al Lycée Chateaubriand!», nota Marisela Federici, animatrice di un noto circolo di conversazione. «Solo in Toscana ancora resiste l\x92italiano gentile ma paradossalmente un delizioso \x93ti garba?\x94 viene confuso con una formula dialettale e buffa». Assicura che le bastano pochi minuti per scoprire un eloquio sciatto dietro una facciata contemporanea e efficace. «Certe persone sono come un grande pacco: si toglie un fiocco, poi una velina, poi un incarto, poi ancora una velina, alla fine dietro al loro bla-bla non rimane che una misera sorpresa».<br /><br />Già nel 2010 lo Zingarelli denunciava l\x92estinzione di quasi 2.800 lemmi delle 120 mila parole presenti nel dizionario. Agiato, madido, ineffabile, ceruleo, blando: parole che secondo il curatore Mario Cannella potrebbero ancora essere in uso, ma di fatto stanno diventando desuete col rischio di andare perdute. Un linguaggio opportunista, figlio dei tempi, ma non così diverso da quello del passato: così il presidente dell\x92Accademia della Crusca Francesco Sabatini invita alla cautela nel decretare la morte di un linguaggio a favore di un altro.<br /><br />«Indagini come quelle di Google spesso non tengono conto della diversità delle fonti: la lingua del \x92500 per esempio, ci è nota attraverso chi all\x92epoca scriveva libri, per la maggior parte religiosi, che sicuramente avevano un vocabolario ricco di parole come \x93pietà\x94, \x93umiltà\x94 e \x93grazia\x94», osserva lo studioso, che rintraccia nei media e nelle molteplici fonti la causa della propagazione di certe espressioni aggressive e individualiste. «Esistevano anche una volta, ma rimanevano nelle cronache municipali. Mica vorremo immaginare una strage degli Ugonotti fatta a suon di \x93grazie\x94 e \x93prego\x94\x85 chissà che parole sono volate anche allora!».<br /><br />di Michela Proietti - Corsera]]></content>
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  1306. <title><![CDATA[Quando ho cominciato ad amarmi davvero]]></title>
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  1312. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=283"><![CDATA[Quando ho cominciato ad amarmi davvero,<br />mi sono reso conto che la sofferenza e il dolore emozionali<br />sono solo un avvertimento che mi dice di non vivere contro la mia verità.<br />Oggi so che questo si chiama<br />AUTENTICITA\x92<br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito<br />com\x92è imbarazzante aver voluto imporre a qualcuno i miei desideri,<br />pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta,<br />... anche se quella persona ero io.<br />Oggi so che questo si chiama<br />RISPETTO PER SE STESSI.<br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso<br />di desiderare un\x92altra vita e mi sono accorto che tutto ciò che mi circonda<br />é un invito a crescere.<br />Oggi so che questo si chiama<br />MATURITA\x92.<br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito di trovarmi sempre<br />ed in ogni occasione al posto giusto nel momento giusto e che tutto quello<br />che succede va bene.<br />Da allora ho potuto stare tranquillo.<br />Oggi so che questo si chiama<br />RISPETTO PER SE STESSI.<br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero,<br />ho smesso di privarmi del mio tempo libero<br />e di concepire progetti grandiosi per il futuro.<br />Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e divertimento,<br />ciò che amo e che mi fa ridere, a modo mio e con i miei ritmi.<br />Oggi so che questo si chiama<br />SINCERITA\x92.<br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono liberato di tutto ciò<br />che non mi faceva del bene: cibi, persone, cose, situazioni e da tutto ciò<br />che mi tirava verso il basso allontanandomi da me stesso,<br />all\x92inizio lo chiamavo \x93sano egoismo\x94, ma oggi so che questo è<br />AMORE DI SE\x92<br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero,<br />ho smesso di voler avere sempre ragione.<br />E cosi ho commesso meno errori.<br />Oggi mi sono reso conto che questo si chiama<br />SEMPLICITA\x92.<br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero,<br />mi sono rifiutato di vivere nel passato<br />e di preoccuparmi del mio futuro.<br />Ora vivo di piu nel momento presente, in cui TUTTO ha un luogo.<br />E\x92 la mia condizione di vita quotidiana e la chiamo<br />PERFEZIONE.<br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero,<br />mi sono reso conto che il mio pensiero può<br />rendermi miserabile e malato.<br />Ma quando ho chiamato a raccolta le energie del mio cuore,<br />l\x92intelletto è diventato un compagno importante.<br />Oggi a questa unione do il nome di<br />SAGGEZZA DEL CUORE.<br />Non dobbiamo continuare a temere i contrasti,<br />i conflitti e i problemi con noi stessi e con gli altri<br />perché perfino le stelle, a volte, si scontrarno fra loro dando origine<br />a nuovi mondi.<br />Oggi so che QUESTO è LA VITA!<br />Grazie a Nicoletta Todesco]]></content>
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  1320. <title><![CDATA[La maturità non vale una pizza]]></title>
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  1326. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=282"><![CDATA[Insegna italiano in un istituto tecnico della periferia romana ed è commissaria interna agli esami di maturità. Da quando ha ricevuto quella telefonata, le si è rovesciato il mondo. «Professoressa? Sono il padre di Andrea». Uno dei suoi maturandi migliori. Un adolescente caparbio che per tutto l\x92anno si è diviso fra lo studio e il lavoro in nero ai tavoli di una pizzeria. «Professoressa, la chiamo per la maturità di mio figlio...». «Non si preoccupi, Andrea la supererà senza problemi». «E\x92 proprio questo il punto\x85 Ho bisogno che lei me lo bocci».  <br /><br /> <br /><br />La prof ha abbozzato un sorriso. In tanti anni di onorata carriera aveva dovuto fronteggiare ogni genere di richieste da parte dei genitori. Ma un padre che ti chiama a casa per chiederti di bocciare suo figlio non le era mai capitato. Si trattava chiaramente di una battuta\x85 «Non sto scherzando, professoressa. La pizzeria ha detto ad Andrea che può assumerlo in pianta stabile grazie alla nuova legge sul lavoro: però le agevolazioni valgono solo per i ragazzi senza diploma». La prof ha deglutito: «Lei mi sta chiedendo\x85» «\x85 di aiutare mio figlio. Il diploma potrà sempre prenderlo l\x92anno prossimo». Così la prof ha cominciato a covare in solitudine il suo dubbio amletico. Fare il proprio dovere e promuovere Andrea, trasformandolo in un disoccupato? O bocciare un ragazzo meritevole per consentirgli di ottenere il posto? Consapevole che in questo caso boccerebbe anche se stessa, accettando il principio che l\x92insegnamento a cui ha dedicato la vita non rappresenta più un vantaggio, ma un handicap? Ci sarebbe da diventare pazzi, se non lo fossimo già.<br />Massimo Gramellini-La Stampa]]></content>
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  1334. <title><![CDATA[Si vince per quel che si sa]]></title>
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  1340. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=281"><![CDATA[.Un ingegnere fu chiamato a riparare un computer molto grande ed estremamente complesso, un computer del valore di 12 milioni di dollari.<br />Sedutosi di fronte allo schermo, premuti alcuni tasti, annuì, mormorò qualcosa tra sé e lo spense.<br />Pres...e un piccolo cacciavite dalla tasca e girò a metà a una piccola vite. Poi accese di nuovo il computer e scoprì che funzionava perfettamente.<br />Il presidente della società fu felice e si offrì di pagare il conto sul posto.<br />- Quanto le devo? chiese.<br />- Viene mille di dollari, se non vi dispiace.<br />- Mille dollari? Mille dollari per un paio di minuti di lavoro? Mille dollari, semplicemente girando una piccola vite? Io so che il mio computer costa 12 milioni di dollari, ma mille dollari è un importo pazzesco! Pagherò solo se mi invia una fattura dettagliata a giustificare perfettamente questa cifra.<br />Il tecnico annuì e se ne andò.<br />La mattina dopo, il Presidente ricevette la fattura, lesse attentamente, scosse la testa e procedette a pagare, senza indugio..<br />La fattura diceva:<br />Servizi offerti:<br />-Serrare una vite ............................Dollari 1<br />-Sapere quale vite serrare .............Dollari 999<br />Per i professionisti che ogni giorno affrontano il disprezzo di coloro che per la loro stessa ignoranza non riescono a capire.<br />RICORDA --- " Si vince per quel che si sa, non per quel che si fa"]]></content>
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  1348. <title><![CDATA[Consigli inattuali per la maturità]]></title>
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  1354. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=280"><![CDATA[Se Freud fosse stato italiano avrebbe dedicato gran parte del suo trattato sull\x92interpretazione dei sogni all\x92esame di maturità. <br /><br />La sogniamo per tutta la vita, al contrario di altri esami che dimentichiamo un mese dopo averli sostenuti. No, la maturità è incubo per la vita, un incubo capace persino camaleonticamente di aggiornarsi. Se un tempo sognavo di dover sostenere l\x92interrogazione di matematica al posto di quella di greco (la mia maturità era quella da due materie con i commissari esterni), recentemente ho sognato che dovevo sostenere l\x92interrogazione di greco con la fu ministra Fornero che, di fronte al mio mutismo, stizzita mi garantiva che avrei pagato più tasse. <br /><br />L\x92esame di maturità: un incubo multiforme, proiezione e sintesi di mille altre paure che si sedimentano nei meandri dell\x92inconscio sotto forma sognata di cangiante commissione inquisitoria e di sempre e comunque fatale inadeguatezza del candidato. Non c\x92è via di scampo, non ci sono consigli che vi salveranno da quest\x92esame. Ve la farete sotto, almeno un poco. Ed è giusto così.<br /><br />Sì, perché non se ne può più di consigli per lenire la sofferenza fisica e psichica quasi si trattasse di un orrore. Quella sofferenza, quella paura, sono giustificate. Perché? Perché si tratta del primo vero serio esame della vita. E la vita è dolce e amara, altrimenti annoierebbe. <br /><br />Non vi darò consigli su come allentare la tensione: tisane oppiacee, ore di sonno calcolate da algoritmi salutisti, trucchi per suggerire degni del miglior illusionista. Queste cose le sapete prima più e meglio di me. Ogni generazione ha trovato i suoi stratagemmi per superare queste Scilla e Cariddi senza lasciarci la pelle, lo scafo magari sì, ma la pelle no.<br /><br />Il consiglio è uno solo ed è inattuale: studiate.<br /><br />Studiate meglio e più che potete. <br /><br />Preparate la tesina come un vero e proprio capolavoro, come se doveste scolpire la Pietà michelangiolesca. <br /><br />E non fatelo per il voto o per fregare la commissione.<br /><br />Fatelo per voi, per essere all\x92altezza di 13 anni di studi che vi hanno portato fino a lì e \x96 si spera \x96 vi trampolineranno nel futuro.<br /><br />Fatelo per i vostri genitori che per 13 anni vi hanno seguito e hanno sofferto con voi, sobbarcandosi colloqui, ansie, paure e solenni incazzature.<br /><br />Fatelo per i vostri insegnanti, quelli bravi, quelli che in questi 13 anni vi hanno dato qualcosa che non dimenticherete e che voi avete l\x92obbligo gioioso di restituire. <br /><br />E ricordate il verso di Shakespeare che ho usato come motto per la maturità dei miei ragazzi: \x93Quando l\x92anima è pronta, allora le cose sono pronte\x94.<br /><br />Ma gli incubi li avrete lo stesso. <br /><br />GRAZIA, 14 giugno 2013<br />]]></content>
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  1362. <title><![CDATA[Robert Dilts e la sua evoluzione della PNL]]></title>
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  1368. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=279"><![CDATA[Robert Dilts è uno dei maggiori esponenti della PNL a livello mondiale. È stato per un lungo periodo studente e collega di Richard Bandler e John Grinder (creatori della PNL) e ha studiato personalmente con Milton Erickson e Gregory Bateson.<br />Oltre agli studi sulle applicazioni della PNL nella formazione, leadership, salute, creatività, Dilts ha contribuito moltissimo all\x92evoluzione della PNL con i suoi lavori eccezionali sulle \x93Strategie\x94 e sulle \x93Convinzioni\x94. Robert Dilts è autore di numerosi bestseller internazionali non solo riguardo alla Programmazione NeuroLinguistica, ma anche su coaching, public speaking, creatività, salute, apprendimento e leadership.<br /><br />In passato è stato consulente di aziende internazionali quali la Apple e la Telecom. I top manager si rivolgono a lui per potenziare le competenze di leadership dei propri dirigenti con il metodo \x93alpha leadership\x94 (dove \x93alpha\x94 sta per \x93primo\x94).<br />Nel 1982 ha fondato il Dynamic Learning Center, e nel 1991 la NLP University in California, dove tiene corsi di PNL e continua il suo lavoro di ricerca. Negli ultimi anni è venuto diverse volte in Italia e i suoi seminari sono sempre affollatissimi.<br /><br /><br />Da anni Robert Dilts studia la \x93fenomenologia del genio\x94 e ha messo a punto una teoria in grado di riconoscere i modelli di comportamento ricorrenti in questo tipo di persone.<br />L\x92idea di fondo è che la genialità non è una dote unica e irripetibile, ma un modo di pensare e di agire che può essere emulato (o meglio \x93modellato\x94).<br />Naturalmente non si arriva ad affermare che chiunque può diventare come Mozart o Caravaggio, ma scoprire le nostre doti, quello possiamo tranquillamente farlo.<br />Ecco la definizione di PNL nel sito di Robert Dilts:<br /><br />\x93La PNL è un processo multidimensionale che coinvolge lo sviluppo di competenze comportamentali e di flessibilità, ma include anche il pensiero strategico e la comprensione dei processi mentali e cognitivi che stanno dietro al comportamento. La PNL fornisce strumenti e abilità per stati di eccellenza individuale, ma riguarda anche la scoperta di se stessi, l\x92esplorazione della propria identità e missione. Fornisce anche un quadro di riferimento per comprendere e relazionarsi con la parte spirituale dell\x92esperienza umana che si estende, al di là di noi come individui, alla nostra famiglia, comunità e sistema globale. La PNL non riguarda solo la competenza e l\x92eccellenza ma anche la saggezza e la visione.\x94<br />Ecco alcuni metodi suggeriti da Robert Dilts per iniziare una \x93nuova vita\x94:<br /><br />Diventare più disponibili  e creare feeling con gli altri e soprattutto con se stessi <br />migliorare sia le relazioni personali che professionali <br />Essere maggiormente in grado di gestire situazioni difficili con più eleganza e facilità <br />Aumentare l\x92energia, la creatività e la volontà di migliorare <br />Costruire una solida base per il miglioramento e il successo in tutti i settori della vostra vita <br />Approfondire la capacità di autentica empatia e compassione <br />Vivere con amore,  gratitudine e pienezza la vostra vita e le relazioni <br />Nella PNL Robert Dilts ha sviluppato 6 livelli logici (o livelli neurologici):<br />1. L\x92AMBIENTE<br />Il primo livello è quello dell\x92ambiente, del contesto nel quale ci evolviamo o delle costrizioni interiori. E\x92 dunque importante raccogliere l\x92informazione: dove, quando, con chi desideriamo raggiungere il nostro obiettivo?<br />2. IL COMPORTAMENTO<br />Si tratta delle azioni che mettiamo in atto nel nostro ambiente. Questo termine può essere allargato ai comportamenti \x93interni\x94 o mentali, che sono l\x92anticipazione dei nostri comportamenti esterni.<br />Il comportamento rinvia alla domanda:  Cosa? E più esattamente: cosa fare?<br />3. LE CAPACITA\x92<br />Sono le competenze e il saper-fare che impieghiamo per acquisire e mettere in opera i nostri comportamenti. Costitutiscono un livello molto importante. Uno dei presupposti della PNL è che noi possediamo delle \x93risorse\x94.<br />Si potrebbe anche dire che possediamo delle capacità e, tra queste, la capacità di imparare è la più essenziale perchè condiziona anche le altre.<br />A livello di capacità la domanda è: Come fare? Che risorse utilizzare?<br />4. LE CREDENZE E I VALORI<br />Una credenza è un\x92affermazione personale che noi riteniamo vera. I valori sono ciò che consideriamo importante per noi. Le credenze guidano la percezione che abbiamo di noi stessi, degli altri e del mondo in generale. Le nostre convinzioni hanno un\x92influenza determinante sulle nostre capacità. Le credenze e i valori riportano alla domanda: perché?<br />5. L\x92IDENTITA\x92<br />La rappresentazione che ciascuno ha di se stesso influenza tutti gli altri livelli logici. Noi mettiamo in discussione comportamenti, capacità, valori e credenze, misurandole attraverso la domanda: \x93è coerente con quello che sono?\x94 La domanda è: Chi?<br />6. La SPIRITUALITA\x92 (o MISSION): per chi e per che cosa?<br />Che senso ha la mia vita? (significato profondo) Per quale motivo sto al mondo?<br /><br /> <br /><br />Concludo con alcune citazioni di Robert Dilts:<br />\x93Attraverso le parole ognuno di noi può dare a qualcun altro la massima felicità oppure portarlo alla totale disperazione.<br />Le parole giuste al momento giusto possono creare effetti importanti e positivi. Sfortunatamente le parole possono anche confonderci e limitarci con la stessa facilità con cui possono renderci più capaci.<br />Per avere successo le persone hanno bisogno di cambiare le convinzioni limitanti nella convinzione di poter sperare nel futuro, di essere capaci e responsabili, ed un senso di autostima e di appartenenza.<br />Le convinzioni limitanti qualche volta operano come un \x93virus della mente\x94 ed hanno una capacità distruttiva simile a quella di un virus dei computer o biologico.\x94<br />Robert Dilts, dal libro Il potere delle parole e della PNL<br /><br />Raffaele Ciruolo<br /><br />]]></content>
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  1372.   <author>
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  1376. <title><![CDATA[La leadership è diventata dolce]]></title>
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  1382. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=278"><![CDATA[Ragazzi di oggi e leader di domani.. c\x92è una buona notizia: la leadership è diventata \x93dolce\x94 ! <br />I modelli autoritari, la manipolazione, l\x92arroganza, l\x92arrivismo, i prepotenti.. ormai sono fuori moda, superati, obsoleti. <br />In ogni scuola, in ogni libro di management, in ogni istituzione, il modello riconosciuto è quello di una nuova figura di manager e leader, sicuramente più evoluta, anche se ancora \x93rara\x94 da incontrare negli uffici delle aziende. <br />Umanità, empatia, ascolto sono le qualità oggi più apprezzate e riconosciute come vincenti, fino a spingersi all\x92 \x93amore\x94 considerato come l\x92arma più forte anche nel contesto lavorativo (vedi il recente testo: \x93L\x92amore è la killer App!\x94 di Tim Sander, chief solutions officer di Yahoo!). <br />Strano vero? <br />Però è così: competenze e conoscenze sono e rimangono importanti, ma ciò che fa la differenza sono, e saranno sempre più, le qualità umane della persona: il resto è in qualche modo sostituibile o \x93automatizzabile\x94: sentimenti e valori invece rimangono esclusiva del singolo e ne costituiscono a pieno titolo la personalità unica e originale. <br /><br />Ai giovani che si affacciano per la prima volta nel mondo del lavoro ecco allora 7 consigli utili per essere leader fin da subito: <br />\x95 essere se stessi: meglio un autentico indeciso che un falso sicuro di sé, meglio un sincero \x93non lo so\x94 che una falsa ostentazione di conoscenza presto smascherabile, meglio esprimere una reale preferenza piuttosto che un generico \x93mi piace tutto\x94 per essere certi di non contraddire un superiore. Quando siete voi stessi in qualche modo la vostra autenticità e umanità raggiunge gli altri e le lacune, se ci sono, potranno facilmente essere perdonate. Quando siete voi stessi siete in realtà al massimo del vostro potenziale! <br />\x95 essere umili: non significa essere sottomessi, ma semplicemente essere consci dei propri limiti e non avere paura di mostrarli, anzi fare leva su di essi per essere disponibili e aperti ai consigli, per non temere di chiedere aiuto ai propri referenti e responsabili. Tutti, un giorno, abbiamo iniziato e tutti all\x92inizio abbiamo commesso errori e non sapevamo muoverci. Umiltà significa rispetto ed è segno di grande maturità <br />\x95 essere curiosi: non guardate solo al vostro lavoro, la curiosità di conoscere quello che accade intorno, nel resto dell\x92azienda e fuori dall\x92azienda; conoscere prima ancora di contattarle, capire cosa producono che servizi offrono, chi sono i clienti, il mercato.. curiosità è segno di un\x92intelligenza fresca e viva. Internet è un ottimo mezzo per conoscere e curiosare. Ma anche curiosi e voraci di letture, curiosi delle persone che vi circondano, delle culture diverse dalla vostra\x85 <br />\x95 condividere la conoscenza: all\x92inizio sarete riconoscenti verso chi sarà disposto a condividere con voi la propria conoscenza, maturata con anni di esperienza. Imparate fin da subito a condividere la vostra con lo stagista arrivato dopo di voi: c\x92è ancora chi crede che trattenere le informazioni sia un trucco per restare indispensabili all\x92azienda, per non \x93farsi rubare\x94 i meriti, ma in realtà chi non condivide finisce isolato e presto inutile. <br />\x95 essere responsabili: non è necessaria nessuna carica aziendale per essere responsabili. Potete essere responsabili del vostro lavoro dal primo giorno imputando a voi stessi e non agli altri (colleghi, capi, azienda, clienti) i vostri risultati, quelli del vostro reparto e anche quelli dell\x92azienda. Assumersi la responsabilità di un errore, di una decisione, di una proposta di miglioramento, di far funzionare meglio le cose, di capire e di agire. Questo significa anche accettare le critiche e sbagliare, ma sempre presuppone un atteggiamento attivo. Le persone che si \x93muovono\x94 sono responsabili! <br />\x95 coltivare relazioni positive: gli altri sono la cosa più importante! Coltivate relazioni positive con colleghi clienti e superiori: vi aiuterà sempre nel vostro lavoro. Questo non significa \x93arruffianarsi\x94 il capo, significa piuttosto tenere in alta considerazione gli altri, essere disposti ad aiutare il collega anche se questo non è a vostro diretto vantaggio nel conseguimento degli obiettivi, significa essere aperti all\x92ascolto e alla comprensione delle difficoltà altrui, anche quelle dei propri superiori.. e ne hanno sempre tante! <br />\x95 sviluppare la crescita personale: avete studiato fino adesso e solo ora forse incomincia la vostra crescita personale: non sarà più aula, non saranno più esami scolastici, ma sicuramente saranno libri, corsi, esperienze. L\x92obiettivo è quello di conoscersi sempre meglio per realizzare la vostra professionalità e personalità in un lavoro che vi assomigli, che sia in linea con le vostre aspirazioni ed i vostri valori, che vi consenta di esprimere al meglio i vostri magici talenti, quali essi siano! <br />Il nuovo modello di leadership dolce, affermato in tutte le aule di management, deve tuttavia ancora diffondersi nelle situazioni lavorative e questo è un vostro compito! Non sarà facile: dovrete convivere con qualche manager della vecchia guardia e toccherà a voi dare l\x92esempio positivo.<br />E allora, cari nuovi manager e nuove leader, il futuro è vostro, rendetelo migliore! <br />managerzen<br />]]></content>
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  1386.   <author>
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  1390. <title><![CDATA[La realtà esiste?]]></title>
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  1396. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=277"><![CDATA[Recenti studi scientifici hanno dimostrato come le cose che vediamo, sentiamo, proviamo, siano in realtà mediate dal cervello e non esistano come realtà oggettive all\x92infuori di noi. Il cervello agisce quindi come un emulatore di realtà, restituendo una sensazione a uno specifico stimolo che viene da fuori. I colori sono l'interpretazione che il nostro cervello fa di particolari informazioni provenienti dalla retina; i suoni sono l\x92interpretazione delle vibrazioni dell'aria provocate dalle onde sonore; il tatto è una sensazione legata alla deformazione, pressione, espansione, temperatura. <br />Tutti questi frammenti di realtà sono processati in modo da ottenere un\x92unica immagine cognitiva. Per restituirla in tutte le sue sfaccettature, ogni area del cervello si occupa dell\x92analisi di un dato specifico: alcune parti analizzano il colore, altre il movimento, altre ancora il peso o la risposta tattile. Questi input modificano lo stato funzionale di grandi aree come il talamo e la corteccia e i loro collegamenti creando sensazioni che, verificate attraverso la consapevolezza e i riferimenti condivisi, danno infine luogo alle emozioni. <br />Conoscere il cervello e le sue dinamiche rappresenta un\x92evoluzione verso la conoscenza di noi stessi e degli altri, una strada per migliorare il nostro rapporto con il mondo.<br />]]></content>
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  1404. <title><![CDATA[C\x92e\x92 un mago in ognuno di noi, che vede e conosce tutto]]></title>
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  1410. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=276"><![CDATA[ C\x92e\x92 un mago in ognuno di noi, che vede e conosce tutto.<br />Published on February 15, 2012, in La Visione Alchemica. <br /><br /><br />Cercalo e trovalo: questo e\x92 lo scopo della tua vita. Osserva il mondo con innocenza, come un bambino, perchè è l\x92unico modo grazie al quale il mondo ha vita. I tuoi occhi danno vita a tutto cio\x92 che vedono.<br /><br />Sii testimone vigile del tuo tempo. A volte costruiamo, senza rendercene conto, delle barriere tra noi e la realtà. Anche se non è facile, bisogna trovarle e abbatterle. Nomi, etichette e definizioni sono limiti che ci sono imposti. Molti di questi limiti appartengono solo al nostro corpo: ma noi siamo molto di più. Dai più ascolto ai tuoi dubbi. Dietro ognuno di essi si nasconde un granello di coscienza e di consapevolezza, che ti aiuta a capire chi sei veramente.<br /><br />Metti da parte l\x92egoismo e i ricordi negativi che ti allontanano dagli altri. Cerca di dimenticare le vecchie immagini. Svegliati ogni giorno e guarda tutto e tutti in maniera nuova. Il più raffinato dei lavori si realizza nel puro silenzio. Ogni attimo fuggente di silenzio, senza pensieri, desideri e sentimenti, è un faccia a faccia con noi stessi.<br /><br />Finché avrai paura, non potrai amare veramente. L\x92amore dev\x92 essere scoperto, liberato dagli starti di paura, ira ed egoismo che lo incrostano. Dedica un po\x92 di tempo, ogni giorno, alla conoscenza di te stesso. Fermati ed osserva il contenuto della tua mente. Sebbene molto semplice, questo è uno dei passi più potenti verso il cambiamento.<br /><br />Non farti imprigionare mai dai ruoli che ti hanno (o che ti sei) dato: figlio, fratello, sorella, maschio o femmina, medico, avvocato, prete. Cerca di essere fedele solo a te stesso.<br /><br />Tu sei il mondo. Se trasformi te stesso, anche il mondo in cui viviamo sarà trasformato. Non inseguire la perfezione. Il discepolo incespica sempre, ma non cade mai. Accetta l\x92incertezza. Mantenersi nelle certezze significa vivere entro dei confini. Le cose di cui ci sentiamo sicuri hanno, in realtà, nuove qualità da mostrare. Una forza universale mantiene in equilibrio ogni cosa. Siamo tutti soggetti alla natura e dobbiamo avere fiducia. Cerca sempre l\x92altra faccia dei disastri e delle perdite. Se vuoi sentire l\x92amore come lo sente Dio, devi riempire ogni tuo vuoto. Si può amare solo in uno stato di pienezza.<br /><br />Immagina un avvenire perfetto, il migliore che tu possa desiderare. Non agire mai sulla base di rabbie passate, ma dei desideri per il futuro. Cerca la tua vera natura, e non trascurare nessun indizio. Ogni volta che un indizio viene riconosciuto, la vita ha sempre qualcosa in più da offrire.<br /><br />Sii paziente con te stesso: il bene o il male lottano dentro di te, e ci vuole tempo per ritrovare la propria unità. Il denaro non ha valore spirituale: non e\x92 mai stato, e non lo sara\x92 mai, la porta del paradiso.<br /><br />Apprezza la vita. E\x92 dalla sua silenziosa accettazione che arriva l\x92energia.<br /><br />Deepak Chopra<br /><br />]]></content>
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  1414.   <author>
  1415. <name>Claudio Maffei</name>
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  1418. <title><![CDATA[Motivazione]]></title>
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  1424. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=275"><![CDATA[Dal momento che lavorare bisogna, è meglio fare un lavoro che piace. Questa affermazione può sembrare banale, non tutti nella vita riescono a fare l\x92astronauta, lo scrittore, il calciatore. I più devono accontentarsi di un impiego che non si sono scelti e che sicuramente non rappresentava l\x92obiettivo ottimale. Tuttavia, anche costoro, i più, possono lavorare in tranquillità, in serenità ed essere motivati. Questo è il compito della comunicazione interna, una strategia aziendale volta a coinvolgere le persone, ottenendo il massimo consenso sugli obiettivi conseguiti, la massima responsabilità individuale, la massima partecipazione nelle azioni comuni. La comunicazione interna è il risultato del dialogo che chi lavora in un\x92azienda ha con i propri colleghi. Essa riflette il come l\x92impresa è percepita, pensata e interiorizzata da tutti gli addetti. Tutta l\x92impresa è coinvolta in questo processo, tutti dovrebbero essere sensibilizzati. Tutti i dipendenti, infatti, dal management agli operatori, in misura più o meno complessa, contribuiscono al raggiungimento dei fini e degli obiettivi aziendali costituendo autentici, e viventi, veicoli di comunicazione. Una corretta politica di comunicazione nei loro confronti consolida il senso di appartenenza all\x92azienda, favorisce atteggiamenti e comportamenti che incidono poi positivamente sull\x92immagine dell\x92organizzazione stessa. E non solo sull\x92immagine, anche e soprattutto sulla reale efficienza organizzativa! Tuttavia, per fare ciò bisogna mettersi in una dimensione di ascolto; infatti non si possono giudicare le persone senza conoscerle. A volte lo si fa solo attraverso un curriculum o alcuni dati statistici. Non è dai numeri che si giudica una persona, ma soltanto ascoltando le sue ragioni sarà possibile allargare a dismisura gli elementi di giudizio. Heidegger diceva che il silenzio è la condizione per ogni tipo di comunicazione, che il silenzio è all\x92origine dell\x92ascolto. Questo significa che forse oggi abbiamo esagerato, che forse il top management dell\x92azienda è talmente preso a comunicare da non avere più il tempo per ascoltare. Invece è proprio attraverso un censimento meticoloso delle aspirazioni, delle attitudini e delle motivazioni dei singoli che si creerà un nuovo sistema di valori, comprendendo che il più grande valore che appartiene alla gente è la soluzione dei suoi problemi. Nelle aziende, troppo spesso, ho sentito parlare dei problemi e quasi mai delle loro soluzioni. Maria Ludovica Varvelli, grande psicologa e consulente di organizzazione, dice: \x93Ciò che contraddistingue un\x92organizzazione di successo non è il fatto di non avere problemi, ma è il fatto di non avere più quelli dell\x92anno scorso\x94. E, soprattutto, aggiungo io, l\x92azienda non è e non può essere più importante delle persone, poiché è fatta dalle persone che la vivono ogni giorno e, senza di esse, non esisterebbe neppure.   <br /><br />Il saggio non si espone al pericolo senza motivo, poiché sono poche le cose di cui gl\x92importi abbastanza; ma è disposto, nelle grandi prove, a dare perfino la vita, sapendo che a certe condizioni non vale la pena di vivere. Aristotele]]></content>
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  1428.   <author>
  1429. <name>Claudio Maffei</name>
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  1432. <title><![CDATA[Il linguaggio non verbale]]></title>
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  1438. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=274"><![CDATA[Vi sono alcuni segnali di comunicazione non verbale che esprimono dei significati veri e propri che ben oltre il semplice gradimento e rifiuto. È molto importante collegare i segnali alla parola o concetto espresso nel momento stesso in cui il gesto è stato inviato. Infatti vi consiglio sempre di fare delle verifiche e di non dare per scontato tutto quello che viene espresso.<br />Per alcuni di questi segnali bisogna fare una distinzione tra la parte sinistra del corpo e quella destra: la propria sinistra indica l\x92ambiente esterno, gli altri; la parte destra indica noi stessi.<br />Volta per volta esamineremo più nei dettagli il significato. I segnali di comunicazione non verbale vengono comunicati con massaggi o grattamenti di alcune parti del corpo dovuti a vaso dilatazioni collegate a carichi tensionali che superano la soglia di tolleranza e quindi vengono scaricati. Ogni segnale ha un significato ben preciso e non è possibile non comunicare: Si comunica anche in silenzio.<br />1.\x93Grattamento\x94 del capo.<br />La frase o la tematica espressa crea tensione nell\x92interlocutore in quanto rappresenta per lui vero e proprio gratta capo.<br />2.Grattarsi o massaggiarsi la fronte.<br />Il soggetto non ha ben chiaro l\x92argomento o la tematica espressa e inconsciamente ci chiede di approfondirla e rendergliela più chiara.<br />3.Grattarsi o massaggiarsi l\x92occhio sinistro o gli angoli dello stesso.<br />Il soggetto non ha capito la tematica o argomento trattato a causa del suo interlocutore (ambiente esterno) che è stato poco chiaro.<br />4.Grattarsi o massaggiarsi l\x92occhio destro o gli angoli dello stesso.<br />Il soggetto non capisce la tematica o argomento espresso per sua causa in quanto non è in grado di capirlo in quel momento (noi stessi).<br />5.Grattarsi o massaggiarsi il lato sinistro del naso.<br />Il soggetto esprime insicurezza che gli scaturisce dall\x92ambiente esterno. Se ad esempio chiediamo ad un nostro amico di prestarci la macchina e notiamo che si massaggia la parte sinistra del naso, vuol dire che è insicuro di poter farci questo favore in quanto probabilmente altri potrebbero impedirglielo (la moglie, la madre o altri che utilizzano il mezzo). Quindi non dipende da lui.<br />6.Grattarsi o massaggiarsi il lato destro del naso.<br />Chi abbiamo di fronte esprime insicurezza derivante de se stesso. Quindi ritornando all\x92esempio della macchina in prestito, se viene espresso questo segnale, significa che il nostro amico probabilmente non potrà farci questo favore in quanto gli da fastidio o ha degli impegni che di fatto gli impediscono di soddisfare le nostre esigenze. Naturalmente qui parliamo di segnali inconsci e questo vuol dire che il soggetto potrebbe non essere consapevole della situazione di disagio. Infatti, la parte logica potrebbe fargli dire che può prestarci la macchina. Poi, in seguito, quasi sicuramente ci comunicherà che non può farlo perché si è ricordato che, ad esempio, aveva già preso un impegno che richiedeva l\x92utilizzo dell\x92autovettura.<br />7.Mordicchiamento del labbro superiore.<br />Abbiamo già esaminato questo segnale tra quelli che esprimono gradimento ma, bisogna fare una distinzione tra labbro superiore e quello inferiore. La parte superiore indica una carenza di tipo sessuale. Quindi il nostro interlocutore inconsciamente ci comunica che l\x92argomento trattato o noi evocano pulsioni sessuali e che probabilmente potremmo compensare. Quindi, se riferito ad una persona, vuol dire che l\x92interlocutore è inconsciamente attratto sessualmente. Attenzione, però, a non commettere l\x92errore di pensare che ne sia consapevole da un punto di vista logico. Infatti qui stiamo parlando di parte inconscia e non è detto che la parte razionale accetti di riconoscere questa esigenza. Quindi se una persona vi manda più volte segnali di questo tipo, siate cauti e non lanciatevi come mandrilli in calore su di lei. Potreste avere una brutta sorpresa. Anche se la parte logica ha un\x92importanza pari al 7% in una comunicazione, non va trascurata in quanto se si pone reattiva, può sopprimere le esigenze inconsce. Infatti. Se seguissimo l\x92intuito e accontentassimo quasi tutte le esigenza della nostra parte emotiva, non esisterebbero malattie psicosomatiche. Datevi un\x92occhiata in giro per rendervi conto di quanto incide la parte razionale.<br />8.Moridicchiamento del labbro inferiore.<br />Il soggetto esprime una carenza energetica di tipo affettivo e comunica inconsciamente che potenzialmente potremmo compensarla.<br />9.Grattamento o massaggio dell\x92orecchio o della zona circostante.<br />Il nostro interlocutore esprime pulsione represse di tipo sessuali sull\x92argomento o nei nostri confronti.<br />10.Giocare con la collana.<br />Il soggetto esprime una carenza di tipo affettivo-sessuale. Il segnale diventa molto più inteso se effettua una suzione del pendaglio della collana.<br />11.Giocare con l\x92anello o il bracciale.<br />Occorre fare una distinzione tra il semplice girare l\x92anello o bracciale attorno al dito o al polso e il giocarci compiendo un\x92azione ascendente e discendete (su e giù) quasi cercando di sfilare via l\x92oggetto dall\x92arto. Nel primo caso indica una carenza energetica di tipo affettivo; nel secondo caso, invece, di tipo sessuale: infatti, quest\x92ultimo, simboleggia inconsciamente il rapporto sessuale.<br />12.Toccarsi o giocare con la cravatta.<br />Il nostro interlocutore ci segnala che ha una carenza energetica di tipo sessuale. Quindi, ad esempio, se un uomo dialoga con una donna e ripetutamente si tocca o gioca con la propria cravatta, indica che inconsciamente è attratto sessualmente da lei. Naturalmente, se una donna, tocca la cravatta del suo interlocutore, vuol dire che è attratta sessualmente da lui.<br />13.Alzare la punta del piede sinistro tenendo il tallone a terra.<br />Il nostro interlocutore ci segnala che nell\x92interazione preferisce far parlare noi.<br />14.Alzare la punta del piede destro tenendo il tallone per terra.<br />Il nostro interlocutore ci segnala che nell\x92interazione preferisce parlare o prendere la parola.<br />15.Puntare il piede destro verso una persona.<br />Il soggetto segnala interesse verso la persona che punta con il piede. Quindi, se mentre parliamo con una persona notiamo che direziona il piede destro verso un altro soggetto, significa che preferirebbe inconsciamente interagire con lui. Se il piede è puntato verso nessuno in particolare o addirittura verso l\x92uscita della camera, vuol dire che desidera andarsene.<br />]]></content>
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  1442.   <author>
  1443. <name>Claudio Maffei</name>
  1444. <email>[email protected]</email>
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  1446. <title><![CDATA[Come trasformare ansia, paura e stress in coraggio e resilienza          ]]></title>
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  1452. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=273"><![CDATA[Il blocco a parlare in pubblico<br />Una donna manager sulla quarantina, bella e affascinante, professionalmente molto preparata e di successo, chiede un appuntamento con urgenza.<br />La ricevo il giorno dopo la sua chiamata, come di solito faccio per le urgenze; mi presenta il problema che in questo momento rischia di mandarle a monte tutta la vita professionale. Da qualche mese ha maturato il terrore di parlare in pubblico, tanto che ha evitato di farlo nelle ultime settimane, lei che fino ad allora aveva impavidamente affrontato convention con centinaia di manager, lei che da anni si occupa della formazione e supervisione di molti grandi dirigenti della sua azienda.<br />Nel descrivere il problema, espone la sua paura di bloccarsi durante una relazione ai suoi colleghi, motivandola col fatto che negli ultimi tempi la sua ansietà è spaventosamente aumentata e produce tutta una serie di somatizzazioni, come tachicardia, respiro affannoso, sudorazione, ecc., che le fanno temere il peggio.<br />Il tutto è cominciato quando lei, durante una delle tante convention manageriali alle quali era spesso chiamata in veste di oratore, assistette all\x92episodio di un collega che fu costretto a interrompere la sua relazione a causa di una forte crisi d\x92ansia.<br />Da allora aveva iniziato ad avere il terrore che le potesse accadere la stessa cosa e di conseguenza a ciò aveva progressivamente incrementato la sua tendenza a controllare le proprie reazioni, cadendo così nella trappola della profezia che si autorealizza.<br />Chiunque, infatti, si metta a voler controllare le proprie funzioni fisiologiche, finisce per alterarle proprio mediante il tentativo di controllarle.<br />Pertanto la giovane manager si era letteralmente costruita la trappola nella quale era, poi, entrata e dalla quale non sapeva più uscire.<br />In questi casi, quindi, si deve spostare l\x92attenzione del soggetto durante la sua perfomance, un po\x92 come per i pazienti fobici e ossessivi, dal controllo di sé a qualche altro fenomeno.<br />Alla donna venne ingiunta la seguente \x93semplice\x94 prescrizione:<br />\x93Alle prossime sue uscite in pubblico, intendo quando lei si troverà a presentare una delle sue relazioni a una convention di manager, esegua quello che ora le chiedo.<br />Cerchi nell\x92ora prima della sua presentazione di portare alla sua mente tutte le peggiori possibili fantasie che riesce, concentri in questa prima ora tutta la sua ansia, così ne avrà molta meno dopo. Poi al momento di parlare dichiari prima di tutto: \x93Cari colleghi, vi prego di scusarmi in anticipo se durante questa mia presentazione potrà capitare che io arrossisca, cominci a sudare o perda il filo del discorso, perché, sapete, ultimamente non mi sento troppo bene\x94, dopo di che vada avanti con la sua relazione\x94.<br />La manager reagì dicendo che così le chiedevo di fare comunque una figuraccia, ma io le risposi che, invece, avrebbe potuto avere qualche simpatica sorpresa che, però, non potevo anticiparle.<br />Rividi la paziente dopo due settimane, ma avevo già ricevuto una sua telefonata di ringraziamento qualche giorno dopo la nostra seduta, nella quale riferì che le cose erano andate benissimo.<br />Ella aveva messo in pratica alla lettera tutto ciò che le avevo chiesto e ciò l\x92aveva condotta ad affrontare egregiamente e senza alcuna ansia la sua prova. Ciò che l\x92aveva francamente sorpresa era che, dopo la sua presentazione, alcuni prestigiosi colleghi si erano complimentati con lei per lo stratagemma retorico utilizzato all\x92inizio della sua relazione per predisporre bene l\x92uditorio nei suoi confronti.<br />La fragilità dichiarata, infatti, cessa di essere tale e diviene punto di forza.<br /><br />Giorgio Nardone<br />]]></content>
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  1457. <name>Claudio Maffei</name>
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  1460. <title><![CDATA[Elogio della cinquantenne]]></title>
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  1466. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=272"><![CDATA[Una rivista inglese ha realizzato un sondaggio tra gli uomini sulle probabili partner ideali. La maggior parte di essi, divisi per classi di età - hanno scelto ...donne tra i 45 e i 60 anni. Prendendo spunto da questa notizia ( e, a quanto pare, dal conseguente shock dei realizzatori del sondaggio) postiamo le considerazioni di uno scrittore colombiano, Santiago Gamboa, di 43 anni - che a noi- piacciono assai...<br /><br />Buona lettura.<br /><br />"Le donne della mia generazione sono le migliori. Punto. Oggi hanno 40, 50, 60 e anche di più anni e sono belle, molto belle, ma anche serene, comprensive, sensate, e, soprattutto, diabolicamente seducenti, nonostante le loro zampe di gallina o l'affettuosa cellulite, che, comunque, le rende così umane, così reali. Splendidamente reali.<br />Quasi tutte, oggi, sono sposate o divorziate o divorziate e, a volte, risposate, con l'idea di non sbagliarsi al secondo tentativo, che,a volte, è un modo per affrontare il terzo ed anche il quarto tentativo. Che importa.<br /><br />Altre rimangono tenacemente nubili e proteggono questa solitudine come una città assediata, che a volte, apre le sue porte a qualche visitatore.<br /><br />Sono nate sotto l'Era dell'Acquario, con l'influenza della musica dei Beatles, di Bob Dylan... Le eredi della "rivoluzione sessuale", degli anni'60 e dei movimenti femministi, hanno saputo conciliare libertà e civetteria, emancipazione con passione, rivendicazione con seduzione.<br />Mai hanno considerato l'uomo un nemico, anche se gli hanno cantato alcune verità, perché hanno compreso che emanciparsi era qualcosa di più, che mettere l'uomo a lavare il bagno o cambiare il rotolo della carta igienica...<br />Sono meravigliose e hanno stile. Usavano gonne gitane all'età di 18 anni, si coprivano con larghi maglioni di lana, perdendo ogni giorno di più, la somiglianza con Maria Vergine, in una notte selvaggi di un venerdì o di un sabato, dopo essere state a ballare.<br />Parlarono con passione di politica e volevano cambiare il mondo.<br />Queste donne non ti svegliano nel cuore della notte per chiederti "cosa stai pensando". Non sono interessate a cosa stai pensando.<br /><br />Le donne di queste età sono generose. Sono sicure e non temono di presentarti le amiche. <br />Solo una donna più giovane e immatura può arrivare a ignorare la sua migliore amica.<br />Esse diventano psicologhe con il passare del tempo. Non hanno bisogno che tu confessi i tuoi peccati, esse li sanno sempre. E sono oneste e dirette. Ti dicono direttamente che sei un coglione, se provano qualcosa per te. Ci sarebbero tantissime cose positive da dire sulle donne di 45 e più anni e per diverse ragioni.<br /><br />Purtroppo, tutto ciò non è reciproco. Per ogni splendida donna di più di 45 e passa anni,intelligente, divertente, c'è un uomo con quasi o più di 50 anni, pelato, grasso, panciuto, grinzoso, che fa il carino con una ragazza di 20 anni coprendosi completamente di ridicolo."<br /><br />]]></content>
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  1471. <name>Claudio Maffei</name>
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  1474. <title><![CDATA[La voce del silenzio]]></title>
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  1480. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=271"><![CDATA[È timido, è semplice, è piemontese, anche se parla come Maradona. Chissà se gli basterà essersi chiamato Francesco per seppellire la pompa della Chiesa e la società dei consumi, entrambe degenerate a livelli insostenibili. Di sicuro uno che al suo primo affaccio dal balcone si mette in ginocchio e riesce a fare tacere per quasi mezzo minuto la folla di Roma può essere capace di qualsiasi impresa. Mezzo minuto di silenzio, cioè di spiritualità, qualcosa di molto più ampio della religiosità. Le parole trasmettono emozioni e pensieri. Il silenzio, sentimenti. Erano anni che lo aspettavamo. Anni orribili di applausi ai funerali e di minuti di silenzio inquinati da coretti da stadio non solo negli stadi. Questo terrore di entrare in contatto con se stessi, contrabbandato per empatia ed espansività. Questo bisogno di buttare sempre tutto fuori, per paura di sentire che cosa c\x92è dentro, fra la pancia e la testa. Il cuore. <br /><br />Il gesuita Francesco ha mandato nel mondo il suono dimenticato del silenzio. Per trentadue secondi: in televisione un\x92eternità. Sarebbe bastato che dalla piazza partisse un «viva» o un «daje» per rovinare tutto. E invece una Roma improvvisamente e miracolosamente afona non gli ha sporcato il primo e fondamentale discorso a bocca chiusa. Ora il suo cammino può cominciare, nonostante le difficoltà del caso. Lui è abituato a girare in metropolitana, ma muoversi coi mezzi a Roma risulta piuttosto complicato. Le strade sono piene di buche, in Curia anche di burroni. <br /><br />Massimo Gramellini - La Stampa]]></content>
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  1485. <name>Claudio Maffei</name>
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  1488. <title><![CDATA[20 dollari]]></title>
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  1494. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=270"><![CDATA[<br />Un uomo arrivò tardi dal lavoro, stanco ed irritato, il suo bambino di 5 anni lo aspettava all'uscio. <br />Il bambino disse: " papà, posso farti una domanda? " <br />" Si sicuramente, cosa vuoi? " rispose l'uomo. <br />" Papà, quanti soldi guadagni all'ora? " <br />" Questi non sono affari tuoi! Cosa ti prende per farmi questa domanda? " disse l'uomo arrabbiato. <br />" Voglio solo sapere. Per favore dimmelo, quanto guadagni all'ora? " Ripetè il bambino. <br />" Se devi saperlo, io guadagno 20 dollari all'ora. " <br />" Oh, " replicò il bambino abbassando la testa e guardando ancora verso l'alto, disse, " Papà, per favore puoi prestarmi 10 dollari? " <br />Il padre era furioso. " Se la sola ragione che tu vuoi sapere quanto guadagno per ogni ora del mio lavoro è solo perché vuoi che ti faccia un un prestito per permetterti di comprarti un giocattolo insignificante o qualche altra cosa inutile, vai nella tua camera e mittiti a letto. Io lavoro duramente per molte ore ogni giorno e non ho tempo per queste bambinate. " <br />Il piccolo bambino andò silenziosamente nella sua camera e chiuse la porta. L'uomo si sedette e cominciò ad arrabbiarsi ancora di più a causa della domanda del piccolo ragazzo. Come si permette di fare tale domanda solo per avere dei soldi. Dopo circa un'ora, l'uomo si calmò, e cominciò a pensare che forse era stato un pò duro con suo figlio. Forse aveva veramente bisogno di quei dieci dollari per comprarsi qualcosa d'importante, dopotutto non chiedeva spesso soldi. L'uomo andò alla porta del bambino, ed entrò nella camera. " Dormi tu figlio mio? " domandò. <br />" No papà, sono sveglio," rispose il ragazzo. <br />" Stavo pensando che forse sono stato troppo duro con te, " disse l'uomo. " ho avuto una giornata faticosa, e sono stato severo con te. Ecco i 10 dollari che mi hai chiesto." <br />Il piccolo ragazzo si sedette in una posizione retta, e raggiante disse: " Oh, grazie papà! " gridò. Poi, cercando sotto il guanciale, tirò fuori alcuni altri biglietti sgualciti. L'uomo vedendo che il bambino aveva già dei soldi, cominciò ad arrabbiarsi ancora una volta. Il Bambino contò lentamente i suoi soldi, dopo guardò l'uomo in faccia. <br />" Perché mi hai chiesto dei soldi se tu ne hai già? " disse il padre borbottando. <br />" Perché non ne avevo abbastanza, ma adesso ce l'ho " replicò il bambino. " Papà, adesso ho 20 dollari\x85. Posso comprare un'ora del tuo tempo? <br />]]></content>
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  1499. <name>Claudio Maffei</name>
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  1502. <title><![CDATA[La Litti a Sanremo]]></title>
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  1508. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=269"><![CDATA[Gli uomini fanno fatica a dire ti amo. Lo dicono solo in caso di estrema necessità, tipo quando proprio non ne possono fare a meno, sennò dicono dei surrogati. Dei derivati del ti amo. Che fanno danni come i derivati delle banche. Dite delle cose tipo: sei molto importante per me. E cosa vuol dire molto importante? Anche non pestare una cacca di cane prima di portare le scarpe al calzolaio è molto importante, ma non è mica la stessa cosa che dire ti amo. Dite cose tipo: Mi fai stare bene. <br />Ma mi fai stare bene lascialo dire a Biagio Antonacci. Dillo al tuo medico Shiatsu quando ti schiaccia i piedi per metterti a posto la cervicale. Oppure sprecate quelle parole tipo tesoro, meraviglia, splendore. Ma splendore cosa? Guardami. Splendo? <br />Non sono mica una plafoniera? Ma dite ti amo, pezzi di cretini! Se la prima volta vi vergognate mettete la testa nel sacchetto del pane?! Dite \x93ti amo\x94 mentre vi lavate i denti? Sglrlb? Va bene anche quello. Poi al limite cambiate idea. Dire una volta ti amo non crea né impotenza né assuefazione.<br />Poi il bello è che non capite nulla anche quando siamo noi a dirvi parole d\x92amore. Se vi diciamo cose romantiche tipo: Amore, guarda che luna.. voi rispondete: Minchia l\x92una? Pensavo fossero le undici. Andiamo che mi è scaduto il parcheggio. Ma noi vi amiamo lo stesso. Cosi come siete. <br />Vi amiamo anche quando\x85vi vantate di aver scritto il vostro nome facendo pipì sulla neve, amiamo i vostri piedi anche se sono armi di distruzione di massa, vi amiamo anche se di notte russate che ci sembra di dormire ai piedi dello Stromboli, vi amiamo anche se per trovarvi per casa basta seguire le tracce come per gli animali selvatici, giacca, camicia, canotta, tutto lasciato per terra finché sul divano non trovi un tizio con la felpa della Sampdoria che gioca alla Playstation, vi amiamo quando per fare un caffè ne spargete un quarto sul tappetino e due quarti sul gas. E poi dite che viene leggero.<br />Vi amiamo quando avvitate la caffettiera fino allo spasimo che per aprirla dobbiamo chiamare i pompieri, e poi non chiudete i barattoli, appoggiate solo il coperchio sopra cosi appena lo prendi sbadabam cade tutto. Vi amiamo quando sparecchiate la tavola con la tecnica del discobolo, mettendo in frigo la pentola della minestra che poggia su due mandarini. <br />Vi amiamo quando a Natale scavate il panettone con le dita, quando per farvi un caffè sporcate la cucina che neanche 10 Benedette Parodi.. e pure quando per farvi la doccia allagate il bagno e lasciate la malloppa di peli nello scarico, che sembra di stare insieme a un setter irlandese! Vi amiamo quando diciamo voglio un figlio da te e voi rispondete \x93Magari un cane\x94 e noi vorremmo abbandonare VOI in autostrada non il cane. <br />Vi amiamo quando andate a lavare la macchina e ci chiudete dentro coi finestrini aperti, vi amiamo quando fate quelle battute tipo prima di fidanzarti guarda la madre, perché la figlia diventerà cosi, Voi no. Voi spesso siete pirla fin da subito. Vi amiamo quando mettete nella lavastoviglie i coltelli di punta, che quando noi la svuotiamo ci scarnifichiamo, e quando invece di sostituire il rotolo finito della carta igienica usate il tubetto di cartone grigio come cannocchiale.<br />E\x92 per amore vostro che facciamo finta di addormentarci abbracciati anche se dormire sul vostro omero ci dà un po\x92 la sensazione di appoggiare la mandibola su un ramo secco di castagno, e vi amiamo anche se considerate come dogma assoluto che l\x92arrosto della mamma è più buono di quello che facciamo noi. Il creatore non ha detto: E la suocera fece l\x92arrosto fatelo sempre cosi in memoria di me.<br />Insomma, noi vi amiamo anche quando date il peggio, vi amiamo nella buona ma soprattutto nella schifosa sorte. Vi amiamo perché amiamo l\x92amore che è un apostrofo rosa tra le parole: E\x92 irrecuperabile.. ma quasi quasi me lo tengo.<br />Perché San Valentino è la festa dell\x92amore, declinato in tutte le sue forme. L\x92amore delle persone che si amano. Anche delle donne che amano le donne e degli uomini che amano gli uomini. MA CHE CI INTERESSA QUELLO CHE FANNO A LETTO.. L\x92IMPORTANTE E\x92 CHE LE PERSONE SI VOGLIANO BENE, SOLO QUESTO CONTA.<br />Pensa che bello sarebbe vivere in un paese dove tutti i diritti fossero riconosciuti. Ma non solo i diritti dei soldi. Quelli dell\x92anima. Quelli che mi dicono che posso vegliare la persona che ho amato per anni in un letto d\x92ospedale senza nessuno che mi cacci via perché non siamo parenti. E poi vorremmo un san Valentino dove nessun uomo per farci i complimenti dicesse che siamo donne con le palle. Dirci che siamo donne con le palle non è un complimento. Non le vogliamo. Abbiamo già le tette. Tra l\x92altro sono due e sferiche anche quelle. Vogliamo solo rispetto. In Italia in media ogni due o tre giorni un uomo uccide una donna, compagna, figlia, amante, sorella, ex.<br />Magari in famiglia. Perché non è che la famiglia sia sempre, per forza, quel luogo magico in cui tutto è amore.<br />La uccide perché la considera una sua proprietà. Perché non concepisce che una donna appartenga a se stessa, sia libera di vivere come vuole lei e persino di innamorarsi di un altro.. E noi che siamo ingenue spesso scambiamo tutto per amore, ma l\x92amore con la violenza e le botte non c\x92entrano un tubo. L\x92amore, con gli schiaffi e i pugni c\x92entra come la libertà con la prigione. Noi a Torino, che risentiamo della nobiltà reale, diciamo che è come passare dal risotto alla merda.<br />Un uomo che ci mena non ci ama. Mettiamocelo in testa. Salviamolo nell\x92hard disk. Vogliamo credere che ci ami? Bene. Allora ci ama MALE. Non è questo l\x92amore. Un uomo che ci picchia è uno stronzo. Sempre. E dobbiamo capirlo subito. Al primo schiaffo. Perché tanto arriverà anche il secondo, e poi un terzo e un quarto. L\x92amore rende felici e riempie il cuore, non rompe costole e non lascia lividi sulla faccia. Pensiamo mica di avere sette vite come i gatti? No. Ne abbiamo una sola. Non buttiamola via.<br />(Luciana Littizzetto)<br />]]></content>
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  1513. <name>Claudio Maffei</name>
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  1516. <title><![CDATA[Consigli di lettura]]></title>
  1517. <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=268" />
  1518. <id>http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=268</id>
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  1522. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=268"><![CDATA[Ho letto un bel libro: \x93Come scrivere un manuale formativo di successo\x94 di Debora Conti.<br /><br />Siamo notoriamente una nazione nella quale sono più gli scrittori dei lettori. <br />Purtroppo molti, a cominciare da coloro che insegnano, non sanno come rendere leggibile e fruibile un manuale.<br />Questo libro, insegna a realizzare un manuale formativo partendo solo dalle proprie conoscenze.<br />Disseminato di preziose regole e di preziosi esercizi da mettere subito in azione per trasformarsi immediatamente da lettore a scrittore, il testo è diviso in 2 parti principali.<br />La prima parte affronta i contenuti, la seconda si sofferma sulla scrittura e promozione di un manuale di successo.<br />Ciò che più mi piace di Debora Conti scrittrice è il fatto che lei non scriva.  <br />Detta così, questa frase potrebbe sembrare un paradosso, ma vi assicuro che non lo è affatto. <br />In realtà, Debora non scrive perché fa qualcosa di più: lei parla con il lettore, se lo prende per mano e gli racconta una storia, lo fa divertire e, alla fine, quando si congeda, lo lascia arricchito e pieno di idee. <br />Il suo \x93Come scrivere un manuale formativo di successo\x94 è uno strumento utile, pieno di suggerimenti preziosi, sempre dati con quel tono leggero e, a volte, scherzoso, che la caratterizza. <br />L'impresa ha richiesto soprattutto coerenza, perché Debora, mentre vi spiega come scrivere un manuale formativo, lo sta di fatto scrivendo e vi permette, così, di verificare la coerenza tra ciò che lei consiglia e ciò che lei fa. <br />Utilizza un linguaggio chiaro e schietto. Non usa mezzi termini: se una cosa non va, non va e basta. <br />Soprattutto, è amabile e generosa, non si risparmia, mette al servizio del lettore tutta la sua professionalità, le sue conoscenze, perfino quelli che solitamente sono considerati trucchi del mestiere. <br />Una lettura piacevole, divertente, in grado di offrire spunti interessanti non solo ai neofiti, a coloro che hanno un libro nel cassetto e non hanno ancora deciso che cosa farne, ma anche a chi dello scrivere manuali si ritiene  esperto.<br />Lo trovate su  <a href="http://www.ilgiardinodeilibri.it/ebook/__come-scrivere-un-manuale-formativo-di-successo-ebook.php" target="_blank">Il Giardino dei Libri</a> , ve lo consiglio!<br />]]></content>
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  1526.   <author>
  1527. <name>Claudio Maffei</name>
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  1530. <title><![CDATA[Ansia, fobie, timori, preoccupazioni, stress\x85 ]]></title>
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  1536. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=267"><![CDATA[A volte ci sono situazioni e stati d\x92animo davvero difficili da vivere e da gestire. Qualche giorno fa ero in aereo, in attesa di decollare per rientrare a casa. Stanco dopo due giorni di coaching e formazione da un cliente, ne approfitto per chiudere gli occhi e fare qualche esercizio di rilassamento.<br />Poco dopo arriva la mia vicina di posto. Mi saluta, mi propone di scambiarci il posto, si scusa per avermi fatto alzare, e inizia a parlare come un fiume in piena. Era una professoressa universitaria, ci ha tenuto a sottolinearlo, ed era letteralmente terrorizzata dall\x92aereo. Aveva volato solo un paio di volte, cercava sempre di evitarlo.  Era già pronta con la sua pillolina tranquillante, mentre la nostra converazione proseguiva (in realtà parlava quasi solo lei\x85)<br />Si è interessata subito al mio lavoro, tempestandoni di domande quando ha scoperto che la gestione dello stress è la mia pricipale specializzazione.<br />E\x92 rimasta così rapita dal discorso, che ha dimenticato di prendere la sua medicina ed ha affrontato il volo in tutta tranquillità. E\x92 fantastico il potere della nostra mente\x85<br /> La fantasia<br /> La mente umana ha una capacità incredibile di generare stati d\x92animo. La fantasia.<br />Il potere di crearsi immagini mentali e lasciarsi guidare da esse nel vortice delle emozioni più disparate.<br />Ne siamo tutti dotati, anche se, spesso, non ne siamo a pieno consapevoli.<br />So che a leggere queste parole qualcuno potrebbe dire di non avere fantasia, di non sapersi creare immagini mentali.<br />Analizziamo insieme qualche esempio, prendendo spunto proprio dal racconto iniziale.<br />Stati d\x92animo quali ansia, gelosia, timore ecc., sono il più delle volte proprio il frutto di situazioni non reali, ma frutto dei pensieri che ci creiamo. Accade tutto in maniera automatica.<br />La persona amata è in ritardo? Devo sostenere quell\x92esame o quel colloquio? Ecco che parte dentro di noi un vero e proprio film, completo di dialoghi. E come qualsiasi film ben fatto, ci provoca emozioni.<br />Le sensazioni e le preoccupazioni sono reali, anche se la realtà è magari completamente diversa.<br />Prendiamo il caso della signora in aereo. Era terrorizzata da cosa? Che immagini proiettava dentro di se? Quale era il suo dialogo interno? Nel suo caso la sua mente aveva prodotto un film da premio Oscar. Un film così ben fatto, così pieno di particolari, che le provocava emozioni così forti e vivide che in confronto Dario Argento è un dilettante.     La sua mente non faceva più distinzioni tra il \x93film\x94 e la realtà. E così accade per ognuno di noi\x85<br /> Anche lo stress spesso è creato o quantomeno acuito dalla nostra percezione degli eventi e della realtà. Spesso diamo troppo peso alle cose, spesso ne cogliamo soltanto alcuni aspetti o ne ingigantiamo la portata e gli effetti; spesso creaiamo noi un problema anche quando, di fatto, questo non esiste.<br /> L\x92illusione più pericolosa è quella che esista soltanto un\x92unica realtà  (Paul Watzlawick)<br /> Per fortuna questa capacità del cervello funziona anche per le emozioni positive: quanto è piacevole lasciare vagare la mente o sognare ad occhi aperti. I bambini sono maestri in questo.<br />L\x92opportunità<br />Il nostro cervello di fatto, non fa differenza tra ciò che immagina \x93vividamente\x94 e ciò che vede e vive nella realtà.<br />Partendo da questo presupposto, possiamo imparare a sfruttare questa caratteristica a nostro vantaggio, scegliendo che genere di \x93film\x94 realizzare.<br />Possiamo infatti utilizzare consapevolmente la visualizzazione per generare in noi determinati stati d\x92animo o per aiutarci ad affrontare situazioni nel quotidiano.<br />Per essere più efficaci, le immagini mentali devono essere create coinvolgendo il più possibile i 5 sensi. Essere multisensoriali. Più particolari inseriremo più saranno reali le sensazioni che ne deriveranno.<br />Inoltre le scene vanno strutturate come se le stessimo vivendo realmente. Vanno viste con i nostri occhi, e non come se stessimo guardando noi stessi in tv. Questo accorgimento permette di intensificare le sensazioni e l\x92efficacia della visualizzazione. Si parla tecnicamente di visualizzazione in \x93associato\x94.<br />Il dissociarsi dalle immagini, letteralmente uscire dalla scena ed osservarla dall\x92esterno, è utile per attenuare l\x92intensità emotiva di qualsiasi situazione.<br />Le immagini mentali e la visualizzazione di specifiche situazioni o performance, vengono oggi sempre più spesso utilizzate nei campi più disparati.<br />In ambito sportivo sono molti gli atleti che abbinano all\x92allenamento classico sul campo, quello mentale, visualizzando sé stessi durante la prova, compiere i movimenti giusti, ed arrivando persino ad assaporare le emozioni della vittoria. Rivedono questo film centinaia di volte, in modo da trasmettere al cervello le istruzioni per migliorare la performance.<br />Nel campo del business si può utilizzare questa tecnica per immaginare ad esempio un colloquio di lavoro, una trattativa di vendita, un intervento di public speaking, ecc.<br /> La gestione dello stress<br />Anche per la gestione dello stress la tecnica della visualizzazione è un efficacissimo strumento.<br />Ecco un semplice esercizio di rilassamento che puoi fare tutti i giorni per scaricare lo stress e recuperare energia e serenità.<br />Assumi una posizione comoda. Fai in modo da non essere disturbato per qualche minuto e chiudi gli occhi in modo da favorire a pieno  la concentrazione.<br />Dopo aver fatto un paio di respiri profondi per predisporre mente e corpo al rilassamento ed iniziare a sciogliere le tensioni, lascia vagare la mente ed immagina di essere immerso in una meravigliosa scena della natura. Il tuo luogo preferito. Un posto fantastico, piacevole e rilassante. Guardati intorno. Nota le forme, i colori, e tutto ciò che ti circonda. Più particolari inserirai, più tranquilla diverrà la tua mente. Ascolta i suoni, le voci della natura. Godi a pieno delle sensazioni che si intensificano sempre di più. E man mano che  il rilassamento continua a diffondersi, soffermati a notare ogni particolare di questa scena, in modo da rendere ancora più piacevoli questi momenti. Lasciati andare e lascia vagare la mente. Riempi di dettagli questa scena. <br />Concentrati su ogni piccolo particolare. Suoni, odori, colori, sensazioni\x85<br />Prenditi tutto il tempo necessario, poi torna lentamente al presente, riaprendo gli occhi dolcemente.<br /> Può sembrare difficile. Non siamo abituati ad usare questa tecnica.<br />Allenati. Usala tutti i giorni.<br />Facendolo, apprezzarai fin da subito i primi benefici, che diverranno giorno dopo giorno sempre più evidenti, aiutandoti a scaricare lo stress, a migliorare la qualità delle tue giornate, ed a recuperare risorse utili e per il raggiungimento dei tuoi obiettivi.<br />Giorno dopo giorno.\x85 FantasticaMente!<br />Max Formisano  www.vivererilassatamente.it<br />]]></content>
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  1541. <name>Claudio Maffei</name>
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  1544. <title><![CDATA[La felicità è contagiosa]]></title>
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  1550. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=266"><![CDATA[LA FELICITA' potrebbe essere dietro l\x92angolo. A patto però di stabilire nuovi obiettivi per raggiungerla. Per Action for Happines non serve né danaro, né potere. Bisogna ripensare il ruolo della politica e ogni governo dovrebbe occuparsi di più del benessere collettivo. Secondo quello che si può definire \x91il partito della felicità\x92, che conta 24.000 membri, fra i quali il Dalai Lama, per trovare equilibrio e serenità in tempi ragionevoli va rispettato un decalogo che punta sulla condivisione, la generosità, l\x92auto stima e la cura di sé. Banditi invece materialismo, egoismo e stress. Assumono valore le azioni che possano portare beneficio agli altri, perché il benessere è contagioso. Un grande sogno quello di Action for Happiness che è nato nel 2011 a Londra con l'iniziativa \x93Free Hugs\x94. Un gruppo di uomini e donne ha regalato abbracci ai passanti nelle strade della città. E oggi oltre ai membri questa rete raggiunge una community di 70.000 persone in circa un centinaio di paesi.<br /><br /> Le 10 regole per la felicità<br />Giving(Dare) Fare qualcosa per gli altri <br />Relating(Relazionarsi) Relazionare con le persone <br />Exercising(Esercitarsi) Prendersi cura del proprio corpo <br />Appreciating(Apprezzare) Apprezzare il mondo che ci circonda <br />Trying out(Provare) Imparare sempre cose nuove <br />Direction(Obiettivo) Avere obiettivi da raggiungere <br />Resilience(Resilienza) Trovare le risorse utili per fronteggiare le avversità <br />Emotion(Emozione) Avere un atteggiamento positivo <br />Acceptance(Accettarsi) Accettarci per come siamo <br />Meaning(Dare senso) Essere parte di qualcosa di più grande <br /><br />Un tema quello della felicità che sarà protagonista del <br />Festival delle Scienze dal 17 al 20 gennaio all\x92Auditorium di Roma. Ma come dare vita a una società felice o quanto meno più felice? L'idea sembra quasi 'un grande sogno', un'utopia difficile da realizzare. \x93Lo scopo di Action for Happiness è quello di creare un movimento di persone che lavori per la felicità di tutti - dice Mark Williamson, presidente di Action for Happiness ospite del Festival delle Scienze il 17 gennaio a Roma - . Negli ultimi '60 anni i paesi industrializzati si sono arricchiti sempre di più, ma da allora le persone non sono state più felici rispetto al periodo precedente. Ora è  necessario far capire agli individui come conquistare benessere e abbandonare ansia e stress. La chiave principale è quella di dare di nuovo spazio ai rapporti umani\x94.<br /><br />Fin dagli anni \x9270 in Bhutan si è creato il concetto di felicità interna lorda, ma nei paesi industrializzati il fenomeno è nuovo. La politica può avere un ruolo importante? <br />\x93I governi devono investire di più sulla salute e il benessere della popolazione. Stress, ansia, depressione portano sofferenza, a problemi di salute. Sono situazioni nelle quali si spendono soldi per le cure. E\x92 sempre più necessario destinare fondi alla tutela della salute mentale delle persone e aiutarle a stare bene. Serve la serenità necessaria per affrontare ogni difficoltà. In questo senso la terapia cognitivo-comportamentale ha dimostrato da un punto scientifico efficacia nel tempo. Servono investimenti nella salute delle persone\x94.<br /><br />Condivide la decisione del premier britannico David Cameron di misurare l\x92indice di felicità dei cittadini?<br />\x93E\x92 un passo importante, ma non basta misurare l\x92indice di benessere della popolazione, vanno anche trovate soluzioni per affrontare i problemi\x94.<br /><br />In un momento di crisi economica come questo però sembra difficile convincere i governi a investire su un concetto astratto come la felicità.<br />\x93Alla lunga è la scelta migliore e queste politiche pagano. Se le persone sono meno ansiose e stressate, ad esempio, si ammalano di meno. Le cure rappresentano un costo sociale importante. E se gli individui non stanno bene, perdono più facilmente il lavoro e i costi per la società aumentano. E' importante dare a ognuno gli strumenti giusti per affrontare i problemi. Ci saranno sempre per tutti momenti difficili nella vita e la felicità non può durare per sempre, ma i governi possono fare molto per aumentare le condizioni di benessere collettivo. La questione sta emergendo sempre di più. Se ne è occupato anche il presidente degli Stati Uniti Obama. Ora anche le Nazioni Unite promuovono il concetto di felicità interna lorda, nato in Buthan. L\x92approccio alla questione sta cambiando\x94.<br /><br />In piena recessione molti perdono il lavoro e aumentano i suicidi.  Come cambiare le politiche per sostenere chi è in difficoltà?<br />\x93I governi dovrebbero puntare sulla stabilità economica del paese per evitare l\x92aumento della disoccupazione. E\x92 più importante della crescita. Servono anche politiche sociali per aiutare chi è senza lavoro a trovare una motivazione coinvolgendo, ad esempio, i disoccupati nel volontariato. E poi per le persone è importante trovare un lavoro che piaccia, con un significato. Ci si può deprimere anche quando non si è convinti del proprio lavoro\x94.<br /><br />Secondo una recente ricerca della Oxford University chi ride ed è ottimista si ammala di meno. Il vostro movimento lavora molto nelle scuole. Si può insegnare l\x92ottimismo?<br />\x93Sì, lo studio dimostra che ridere aiuta a vivere più a lungo. Gli effetti della ristata sono simili a quelli di un esercizio fisico regolare. Per quello che riguarda l\x92ottimismo, in parte dipende dalla genetica degli individuo, ma molto può essere insegnato. Lo facciamo nelle scuole. Ai ragazzi bisogna spiegare come affrontare la vita, i problemi concreti e come gestire le emozioni. Non basta limitarsi a insegnare solo nozioni e un programma accademico tradizionale\x94.<br /><br />Lei ha lavorato a lungo nel no profit. E\x92 importante occuparsi degli altri?<br />\x93Siamo esseri sociali ed è fondamentale occuparsi degli altri. Questo dona benessere a chi aiuta l\x92altro e a chi riceve sostegno. Regala benessere agli individui e a tutta la comunità\x94.<br /><br />Che ruolo ha il danaro nel tentativo di raggiungere la felicità?<br />\x93I soldi sono importanti e chi è povero non può essere felice. Ma è stato dimostrato che, al di sopra di un determinato reddito, il danaro perde valore. Non è più un elemento importante per il benessere della persona, mentre contano gli affetti, la realizzazione personale. Anche i beni materiali, gli oggetti, assumono meno importanza. Contano invece le esperienze e i rapporti umani. Diventa più importante spendere per una cena con gli amici o un viaggio con la famiglia. Sono esperienze che rafforzano le relazioni fra le persone e le fanno stare meglio\x94.<br />Valeria Pini - La Repubblica]]></content>
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  1558. <title><![CDATA[Un aneddoto di Milton Erickson]]></title>
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  1564. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=265"><![CDATA[Un inverno venne a trovarmi un professore di astronomia. Lasciò la porta di ingresso aperta, lasciò la porta del mio studio aperta e aprì le altre due porte che si trovano nel mio studio. Tirò le tende di una finestra, tirò su la persiana, tirò via la tenda e aprì la finestra. <br />\x93Sono stato incaricato dal governo di fotografare l\x92eclisse totale di sole che avverrà in Borneo e soffro di claustrofobia\x94, mi disse. \x93Per andare in Borneo dovrò volare e andare in treno, mi toccherà viaggiare in mare, in macchina. Dovrò essere in grado di lavorare in camera oscura. Mi può dare una mano? Ho due mesi di tempo prima di partire.\x94<br />Così gli feci immaginare che una delle porte era chiusa, anche se in realtà era del tutto spalancata.<br />Alla fine riuscì ad immaginarlo, mentre era sotto ipnosi.<br />Allora gli feci immaginare che l\x92altra porta era chiusa, che la finestra era chiusa e che la porta d\x92ingresso era chiusa. <br />Andò in Borneo a fotografare l\x92eclissi totale di sole. Dopo che era riuscito in stato di trance ad immaginare che la porta era chiusa, io la chiusi effettivamente, un pochino alla volta, fino a che alla fine non fu chiusa.<br />Una per una chiusi tutte le porte, dopo avergli fatto immaginare che erano chiuse e tutto cominciò col fargli prima immaginare che la porta era chiusa.<br />Avevo detto che quella porta aperta era una crepa nel muro, avevo detto \x93Adesso chiudiamo quella crepa, un pezzetto alla volta, e facciamo tornare il muro tutto intero.\x94<br />Se soffriste di claustrofobia vorreste certamente che le finestre fossero aperte e che le porte fossero aperte. Io vi metterei in trance e al loro posto vi farei vedere una larga crepa.<br />E per quanto grave possa essere la vostra claustrofobia, riuscireste a sopportare di essere seduti in quel divano con tutte le finestre aperte e le porte aperte.<br />Quando io altero l\x92immagine mentale che voi avete, vi metterete in relazione alla cosa allo stesso modo in cui fate col muro che è alle vostre spalle, e questo è il vantaggio dell\x92ipnosi.<br />Voi potete far sì che una persona in stato di trance immagini effettivamente che una data porta sia veramente una crepa del muro.<br />Chiudete lentamente queste crepe.<br />E avrà un muro alle sue spalle. <br />Dopo essere stato in Borneo, e aver fotografato l\x92eclissi quest\x92uomo entrò nella camera oscura, perché voleva disperatamente vedere la terra del Borneo, o quello che era.<br />L\x92inverno seguente sua moglie venne da me e mi disse: \x93Grazie a Dio quest\x92inverno non mi toccherà più dormire con le porte e le finestre aperte\x94<br /><br />]]></content>
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  1572. <title><![CDATA[La centesima scimmia]]></title>
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  1578. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=264"><![CDATA[La scimmia giapponese Macaca fuscata (o macaco dalla faccia rossa), è stata osservata allo stato selvaggio per un periodo di oltre 30 anni. Nel 1952, sull\x92isola di Koshima, alcuni scienziati davano da mangiare alle scimmie delle patate dolci sepolte nella sabbia. Alle scimmie piaceva il gusto delle patate dolci, ma trovavano la sabbia assai sgradevole. Un giorno una femmina di 18 mesi chiamata Imo scoprì che era in grado di risolvere il problema lavando le patate in un ruscello vicino. In seguito insegnò questo trucco a sua madre. Anche i suoi compagni di gioco impararono a lavare le patate e lo insegnarono anche alle loro madri. Questa innovazione culturale fu gradualmente accolta dalle varie scimmie mentre gli scienziati le tenevano sotto osservazione.<br />Tra il 1952 e il 1958 tutte le scimmie giovani impararono a lavare le patate dolci per renderle più appetitose. Solamente gli adulti che imitarono i loro figli appresero questo miglioramento sociale, gli altri continuarono a mangiare le patate sporche di sabbia. Poi accadde qualcosa di veramente notevole. Possiamo dire che nell\x92autunno del 1958 vi era un certo numero di scimmie sull\x92isola di Koshima che aveva imparato a lavare le patate, non si conosce il numero esatto. Supponiamo che un dato giorno, quando il sole sorse all\x92orizzonte, le scimmie che avevano imparato a lavare le loro patate fossero 99. Supponiamo inoltre che proprio quella mattina, la centesima scimmia imparò a lavare patate. A quel punto accadde una cosa molto interessante! Alla sera di quel giorno praticamente tutte le scimmie sull\x92isola avevano preso l\x92abitudine di lavare le patate dolci prima di mangiarle. L\x92energia aggiunta di questa centesima scimmia aprì in qualche modo un varco ideologico! La cosa più sorprendente, osservata da questi scienziati, fu il fatto che l\x92abitudine di lavare le patate dolci attraversò, in seguito, il mare. Infatti colonie intere di scimmie sulle altre isole ed anche gruppi di scimmie a Takasakiyama cominciarono a lavare le loro patate dolci!<br />E\x92 come se arrivare al punto di massa critica (idealmente 100 in questo caso) avesse installato in tutte le scimmie una nuova intelligenza collettiva. Sembra perciò che, quando viene superato, un certo numero critico di elementi raggiunge una nuova consapevolezza e la medesima viene passata da una mente all\x92altra. Sebbene il numero critico possa variare, il Fenomeno delle Cento Scimmie indica che quando vi sono poche persone che conoscono qualcosa di nuovo, questo nuovo concetto rimane di loro esclusiva proprietà. Ma se a loro si aggiunge anche una persona in più, raggiungendo il numero critico, si crea una idea così potente da poter entrare nella consapevolezza di quasi tutti i membri di quel gruppo!<br />Sarai tu quest'anno la centesima scimmia?]]></content>
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  1586. <title><![CDATA[Che storia il panettone!]]></title>
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  1592. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=263"><![CDATA[Che storia il panettone <br />Invenzione di un ex falconiere o di uno sguattero? L'origine del dolce di Natale tipico di Milano, tra storia e leggenda <br />Come ogni notte Ugo uscì dalla finestra al freddo di Milano. Con agilità scavalcò la balaustra del balcone e si calò nel giardino. I cani cominciarono ad abbaiare; senza curarsene Ugo corse a perdifiato attraverso tutto il giardino fino ad appiattirsi contro il muro di cinta. Si fermò qualche secondo con il fiato mozzato dalla corsa e dalla paura. I suoi occhi scrutavano nel buio, verso il palazzo, per vedere se qualche finestra si accendeva del debole bagliore delle candele. Tutto tranquillo. I cani cominciarono a calmarsi: anche stanotte, nessuno lo aveva visto uscire. Appigliandosi ad alcuni mattoni disassati, Ugo si issò sopra il muro di cinta che divideva lo splendido palazzo che suo padre, Giacomo degli Atellani, aveva ricevuto in dono da Ludovico il Moro, dai cortili della Milano povera, quella delle botteghe che si affacciavano su Corso Magenta. La luna si nascondeva dietro una coltre di nubi e questo avrebbe coperto la sua corsa attraverso i cortili fino alla bottega di Toni, il panettiere, dove, come ogni notte, avrebbe incontrato la sua Adalgisa. Un amore segreto, osteggiato dalla sua famiglia, lo legava da tempo alla bella figlia del fornaio; ma da un po' le cose non andavano bene. Adalgisa era sempre stanca, il lavoro era aumentato da quando il garzone di suo padre si era ammalato; avrebbero dovuto smettere di vedersi, perché c'era tanto da impastare, preparare, infornare. <br />Ugo non voleva rinunciare a quegli splendidi occhi per cui avrebbe fatto di tutto e il giorno successivo, con addosso umili abiti, lui, che era il falconiere di Ludovico il Moro, si fece assumere da Toni come nuovo garzone. <br />Nonostante il giovane, ogni notte, si spaccasse la schiena nel retro bottega per preparare il pane, gli affari del negozio continuavano a peggiorare. Una nuova bottega aveva aperto lì accanto e stava portando via tutti i clienti a Toni.<br /><br />Ugo non perse tempo, e con l'incoscienza tipica dei giovani, rubò una splendida coppia di falchi al Moro e li vendette per comprare del burro. La notte, mentre impastava i soliti ingredienti, aggiunse al preparato anche tutto il burro acquistato. Il giorno successivo la bottega fu letteralmente presa d'assalto, si cominciava già a favoleggiare del pane più buono di Milano. Nei giorni successivi altri due falchi vennero sacrificati per l'acquisto di altro burro e di un po' di zucchero da aggiungere all'impasto del pane. Milano impazziva per il "pane speciale" del Toni. La coda fuori dalla bottega era interminabile e ogni notte bisognava impastare sempre di più. Mentre l'inverno si avvicinava, gli affari miglioravano e Ugo e Adalgisa potevano nuovamente pensare ad un futuro da passare assieme.<br /><br />Sotto le feste di Natale, Ugo diede un ultimo tocco di classe alla ricetta del "pane speciale" e aggiunse uova, pezzetti di cedro candito e uva sultanina. Tutta Milano, in quei giorni prima di Natale, transitò dalla bottega per comprare quello che già tutti chiamavano "pangrande" o "pan del Toni" (da qui il termine panettone), da servire in tavola il giorno di Natale. Toni divenne ricco e i genitori di Ugo non ebbero più da lamentarsi di Adalgisa e così, come ogni storia che si rispetti, i due giovani si sposarono e vissero felici e contenti.<br /><br />Questa è sicuramente la più nota leggenda che ci racconta della nascita di uno dei più gloriosi prodotti che Milano abbia mai avuto: il panettone. Ma, secondo altri racconti, l'invenzione del panettone avvenne in modo diverso.<br />Siamo alla corte di Ludovico Sforza e, come ogni Natale, sta per essere servito in tavola, per il signore di Milano e per i suoi magnifici ospiti, un sontuoso banchetto. Il famoso cuoco (la leggenda purtroppo non ce ne tramanda il nome) al servizio di Ludovico, stava facendo in modo che tutto andasse per il verso giusto, dirigendo i suoi numerosi sottoposti, sia ai fornelli che al servizio in tavola. I piatti si susseguivano uno dopo l'altro, con le giuste pause tra le portate, per accompagnare le papille gustative degli ospiti verso il meraviglioso dolce che doveva chiudere una cena così importante. Il cuoco aveva provveduto di persona a curare l'impasto di questo importante dolce, la cui ricetta segreta si tramandava di padre in figlio all'interno della sua famiglia da secoli. Il signore di Milano sarebbe rimasto a bocca aperta davanti a questa meraviglia del palato. <br /><br />Le portate passavano e le cucine risuonavano di urla agitate che coprivano l'acciottolio dei piatti e il tramestio delle pentole; tutti avevano qualcosa da fare e forse, proprio per questo, qualcuno scordò di togliere il dolce dal forno. Verso le ultime portate, il cuoco si accorse che mancava il dolce, ma in forno trovò solo un ammasso bruciacchiato e immangiabile. Le urla e le bestemmie arrivarono fino ai tavoli degli invitati. Era ormai troppo tardi per preparare nuovamente un impasto così elaborato; poco importava chi aveva dimenticato il dolce nel forno, tanto Ludovico se la sarebbe presa con lui e lo avrebbe condannato a morte. Disperato il cuoco si abbandonò su una sedia e cominciò a piangere sommessamente. <br />Toni, un povero sguattero, gli si avvicinò dicendo che aveva tenuto per sé un po' dell'impasto del dolce perduto a cui si era permesso di aggiungere un po' di frutta candita, uova, zucchero e uvetta. Voleva farselo cuocere al termine del lavoro per avere qualcosa da mangiare. Se il cuoco voleva poteva portare quel dolce a tavola. Guidato dalla forza della disperazione il cuoco infilò nel forno quella specie di forma di pane. Nonostante il povero aspetto, non avendo più nulla da perdere, il cuoco fece portare il dolce in tavola. Neanche a dirlo, il pan del Toni riscosse un successo strepitoso, tanto che il cuoco fu obbligato a servirlo a tutti i banchetti natalizi degli anni successivi e presto l'usanza si diffuse fra tutta la popolazione.<br /><br />Un'altra leggenda ancora, racconta invece di suor Ughetta, cuoca di un povero convento, e di come decise di unire i pochi ingredienti rimasti nella cucina del monastero, per regalare alle suo consorelle un Natale un po' più felice. Prese l'impasto del pane e aggiunse uova e zucchero. In una scansia trovò anche un po' di canditi e dell'uvetta. Per benedire quel pane natalizio vi tracciò sopra, con il coltello, una croce. Le suore furono entusiaste della sorpresa e presto la notizia del pane del convento si sparse in tutta Milano. I cittadini cominciarono così a fare offerte al convento (che non fu più povero) per portare a casa un po' di quel pane speciale.<br /><br />La tradizione vuole che in passato il panettone fosse fatto in casa, sotto il controllo del capo famiglia, che al termine della preparazione doveva inciderci sopra una croce con il coltello come benedizione per il nuovo anno. Il dolce doveva essere consumato durante la cerimonia detta del ceppo o del ciocco, durante la quale si accendeva un grosso ceppo di quercia, posato nel camino, sopra un letto di ginepro. Il capo famiglia doveva poi versarsi del vino, berne un sorso e, dopo aver versato un po' di quello stesso vino sul ceppo acceso, far passare il bicchiere a tutti i membri della famiglia che dovevano berne a loro volta. Il capo famiglia gettava allora una moneta tra le fiamme e poi distribuiva una moneta ad ogni famigliare. Al termine di questo rito gli venivano portati tre panettoni (in antichità erano tre pani di frumento e, con ogni probabilità, la ricetta del panettone deriva da una modifica di quella per fare il pane per la cerimonia del ciocco). Con un grosso coltello il capo famiglia tagliava un pezzo di uno dei panettoni che doveva essere conservato fino al Natale successivo; sembra che il pezzo avesse forti poteri taumaturgici e dovesse assolutamente essere conservato, pena un anno di sfortuna. La credenza è tipicamente pagana, ma stranamente si trova in mezzo ad una cerimonia imbevuta di una potente simbologia cristiana, come ad esempio il ceppo che simboleggia l'albero del bene e del male, il fuoco che rappresenta l'opera di redenzione di Cristo, mentre i tre panettoni il mistero della Trinità. Peccato che oggi non ne resti più traccia.<br />Buon Natale a tutti!<br />da Vivimilano]]></content>
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  1597. <name>Claudio Maffei</name>
  1598. <email>[email protected]</email>
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  1600. <title><![CDATA[E-mail: il decalogo di Beppe Severgnini]]></title>
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  1606. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=262"><![CDATA[Non sono un virtuoso; in materia di posta elettronica, sono invece un previdente che ha imparato a sue spese. Ho iniziato nella primavera del 1994 \x97 vivevo negli Usa, a Washington DC \x97 a utilizzare questo strumento, che benedico ogni giorno e maledico ogni tanto. Applico, ormai automaticamente, dieci norme di comportamento. Ve le propongo in questo #mailday 12.12.12.<br /><br />1) Non è necessario rispondere a tutte le mail. A meno che il messaggio ricevuto richieda una risposta (per necessità, utilità, diplomazia, buon cuore o buona educazione).<br /><br />2) Non è scortese rispondere in modo breve. Perché la sintesi (sia benedetta) dev\x92essere confinata a Twitter, sms o WhatsApp? I Neoampollosi \x97 categoria insidiosa e numerosa\x97utilizzano uno strumento nuovo e veloce per conservare vecchie, faticose abitudini. Pessima combinazione. Alla larga.<br /><br />3) Non è vietato rileggere le mail prima di premere «Invio». Un errore ortografico è perdonabile; tre sono irritanti; dieci, vergognosi. La rilettura ha due vantaggi: riduce i rischi dell\x92impulsività e raddoppia il tempo dedicato a ogni messaggio (ne spediremo meno, avvicinandoci a quota 36).<br /><br />4) Non è opportuno mettere in copia (cc) tutti i famigliari, metà degli amici, un terzo dei colleghi, un decimo della popolazione italiana. Le email che presentano liste infinite di destinatari sono sospette. Che valore può avere una cosa che dici a tutti, caro R.?<br /><br />5) Non è elegante usare troppo spesso la copia nascosta (bcc). Ci sono occasioni in cui è utile; ma l\x92operazione resta delicata, e può diventare truffaldina. È come quando, a scuola, si mostrava all\x92amico del cuore i bigliettini della ragazza; senza informarla, naturalmente.<br /><br />6) Non è onesto caricare le mail di inutili allegati. Sempre più spesso, infatti, riceviamo i messaggi su dispositivi mobili. Leggere «Vuoi scaricare gli allegati?», rispondere «Sì» e ritrovarsi a guardare cinque foto di gatti in alta risoluzione è irritante. Anche per i felini in questione, se il mittente li avesse interpellati.<br /><br />7) Non è salutare ricevere/ spedire posta come prima attività al mattino e ultimo gesto della sera. Avanti, aprite la casella «posta inviata» e controllate l\x92orario. Se il primo messaggio segna 07.22 e l\x92ultimo 00.16, preoccupatevi. Lettura, meditazione, sesso, tisane, dvd e buona televisione: quante cose da fare la sera, prima di addormentarsi. Caffè nero, pensieri chiari, sguardi dalla finestra, giornali quotidiani (oh yes), affettuosità familiari: sono molte le attività degne del primo mattino.<br /><br />8) Non è dignitoso tempestare di mail una persona, anche se l\x92avete sposata e/o ne siete innamorati, se la stimate o avete bisogno di lei. Un messaggio di posta non è invadente come un sms, l\x92ha stabilito anche la Cassazione. Ma i dispositivi mobili segnano il numero di messaggi in arrivo. Se il circolino rosso sopra il simbolo della posta dice «88», e tutti i messaggi sono di Ottavio, lei ha un problema, signorina.<br /><br />9) Non è obbligatorio spedire una mail. Ci sono anche i buoni, vecchi sms. Il telefono (mobile e fisso). I biglietti. I post-it. Le visite personali. Le sane, vecchie urla da una stanza all\x92altra.<br /><br />10) Ignorate ognuna di queste regole se vi induce a fare cose sciocche, dannose e imbarazzanti. Non è vietato inviare mail alle quattro del mattino, a patto d\x92esser sobri. Ma dev\x92essere un\x92eccezione. Se fosse la norma, avete un bioritmo strano e un partner santo. Probabilmente, tutt\x92e due.<br /><br />Corsera 9/12/12<br />]]></content>
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  1611. <name>Claudio Maffei</name>
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  1614. <title><![CDATA[Consigli per l'anno nuovo]]></title>
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  1620. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=261"><![CDATA[1) Tieni sempre conto del fatto che un grande amore e dei grande risultati comportano un grande rischio.<br />2) Quando perdi, non perdere la lezione.<br />3) Segui sempre le tre \x93R\x94: Rispetto per te stesso, Rispetto per gli altri, Responsabilità per le tue azioni.<br />...4) Ricorda che non ottenere quel che si vuole può essere talvolta un meraviglioso colpo di fortuna.<br />5) Impara le regole, affinchè tu possa infrangerle in modo appropriato.<br />6) Non permettere che una piccola disputa danneggi una grande amicizia.<br />7) Quando ti accorgi di aver commesso un errore, fai immediatamente qualcosa per correggerlo.<br />8)Trascorri un pò di tempo da solo ogni giorno.<br />9) Apri le braccia al cambiamento, ma non lasciar andare i tuoi valori.<br />10) Ricorda che talvolta il silenzio è la migliore risposta.<br />11) Vivi una buona, onorevole vita, di modo che, quando ci ripenserai da vecchio, potrai godertela una seconda volta.<br />12) Un\x92atmosfera amorevole nella tua casa deve essere il fondamento della tua vita.<br />13) Quando ti trovi in disaccordo con le persone a te care, affronta soltanto il problema attuale, senza tirare in ballo il passato.<br />14) Condividi la tua conoscenza. E\x92 un modo di raggiungere l\x92immortalità.<br />15) Sii gentile con la Terra.<br />16) Almeno una volta l\x92anno vai in un posto dove non sei mai stato prima.<br />17) Ricorda che il miglior rapporto è quello in cui ci si ama di più di quanto si abbia bisogno l\x92uno dell\x92altro.<br />18) Giudica il tuo successo in relazione a ciò a cui hai dovuto rinunciare per ottenerlo.]]></content>
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  1625. <name>Claudio Maffei</name>
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  1628. <title><![CDATA[Il cuore più bello]]></title>
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  1634. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=260"><![CDATA[C'era una volta un giovane in mezzo a una piazza gremita di persone: diceva di avere il cuore più bello del mondo, o quantomeno della vallata. Tutti quanti glielo ammiravano: era davvero perfetto, senza alcun minimo difetto. Erano tutti concordi nell'ammettere che quello era proprio il cuore più bello che avessero mai visto in vita loro, e più lo dicevano, più il giovane s'insuperbiva e si vantava di quel suo cuore meraviglioso. All'improvviso spuntò fuori dal nulla un vecchio, che emergendo dalla folla disse:<br />"Beh, a dire il vero... il tuo cuore è molto meno bello del mio."<br />Quando lo mostrò, aveva puntati addosso gli occhi di tutti: della folla, e del ragazzo.<br />Certo, quel cuore batteva forte, ma era ricoperto di cicatrici. C'erano zone dove dalle quali erano stati asportati dei pezzi e rimpiazzati con altri, ma non combaciavano bene, così il cuore risultava tutto bitorzoluto. Per giunta, era pieno di grossi buchi dove mancavano interi pezzi. Così tutti quanti osservavano il vecchio, colmi di perplessità, domandandosi come potesse affermare che il suo cuore fosse bello.<br />Il giovane guardò com'era ridotto quel vecchio e scoppiò a ridere:<br />"Starai scherzando!", disse. "Confronta il tuo cuore col mio: il mio è perfetto, mentre il tuo è un rattoppo di ferite e lacrime."<br />"E' vero!", ammise il vecchio.<br />"Il tuo ha un aspetto assolutamente perfetto, ma non farei mai cambio col mio. Vedi, ciascuna ferita rappresenta una persona alla quale ho donato il mio amore: ho staccato un pezzo del mio cuore e gliel'ho dato, e spesso ne ho ricevuto in cambio un pezzo del loro cuore, a colmare il vuoto lasciato nel mio cuore. Ma, certo, ciò che dai non è mai esattamente uguale a ciò che ricevi e così ho qualche bitorzolo, a cui però sono affezionato: ciascuno mi ricorda l'amore che ho condiviso. Altre volte invece ho dato via pezzi del mio cuore a persone che non mi hanno corrisposto: questo ti spiega le voragini. Amare è rischioso, certo, ma per quanto dolorose siano queste voragini che rimangono aperte nel mio cuore, mi ricordano sempre l'amore che ho provato anche per queste persone...e chissà? Forse un giorno ritorneranno, e magari colmeranno lo spazio che ho riservato per loro. Comprendi, adesso, che cosa sia il vero amore?"<br />Il giovane era rimasto senza parole, e lacrime copiose gli rigavano il volto. Prese un pezzo del proprio cuore, andò incontro al vecchio, e gliel'offrì con le mani che tremavano.<br />Il vecchio lo accettò, lo mise nel suo cuore, poi prese un pezzo del suo vecchio cuore rattoppato e con esso colmò la ferita rimasta aperta nel cuore del giovane. Ci entrava, ma non combaciava perfettamente, faceva un piccolo bitorzolo. Poi il vecchio aggiunse:<br />"Se la nota musicale dicesse:" Non è la nota che fa la musica..." Non ci sarebbero le sinfonie.<br />Se la parola dicesse:"Non è una parola che può fare una pagina..." Non ci sarebbero i libri.<br />Se la pietra dicesse: "Non è una pietra che può alzare un muro..." Non ci sarebbero case.<br />Se la goccia d'acqua dicesse:"Non è una goccia d'acqua che può fare un fiume..." Non ci sarebbero gli oceani.<br />Se l'uomo dicesse: "Non è un gesto d'amore che può rendere felici e cambiare il destino del mondo..." Non ci sarebbero mai né giustizia, né pace, né felicità sulla terra degli uomini".<br />Dopo aver ascoltato, il giovane guardò il suo cuore, che non era più "il cuore più bello del mondo", eppure lo trovava più meraviglioso che mai: perchè l'amore del vecchio ora scorreva dentro di lui.<br />In questa storiella c'è racchiusa un pò di vita di tutte le persone, ognuna con il suo cuore, con i suoi bitorzoli, con i suoi vuoti, e con tutto ciò che nel corso degli anni si è donato e si è ricevuto.<br />E come la sinfonia ha bisogno di ogni nota; come il libro ha bisogno di ogni parola; come la casa ha bisogno di ogni pietra; come l'oceano ha bisogno di ogni goccia d'acqua; così il mondo ha bisogno di te, ha bisogno del tuo amore, perché sei unico ed insostituibile...<br />(Grazie a Nicoletta Todesco)]]></content>
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  1639. <name>Claudio Maffei</name>
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  1642. <title><![CDATA[Diverso da chi]]></title>
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  1648. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=259"><![CDATA[Ogni volta che la cronaca ci sbatte in faccia bande di nazistelli che picchiano ebrei o gruppi di ragazzi che sbertucciano un compagno troppo sensibile fino a indurlo al suicidio, mi domando in quale anno, in quale secolo siamo. Davvero nel 2012, con tutti i problemi seri che abbiamo, ci sono persone che passano ancora il loro tempo a sfottere e minacciare chi è diverso da loro? Posso ancora perdonare una battuta stupida e conformista, pronunciata in un momento di debolezza e in ossequio a un cliché. Ma qui parliamo di giovani che trascorrono giornate intere a scrivere su un computer sconcezze astruse, a organizzare raid punitivi contro degli estranei, a godere della sofferenza inferta a un coetaneo che ha l\x92unica colpa di vestirsi in modo eccentrico. Quanti pregiudizi nasconde questo gigantesco spreco di energie, questo patetico proiettarsi nelle presunte miserie altrui per non essere costretti a fare i conti con le proprie paure e provare, finalmente, a crescere? <br /> <br />Se chiudo gli occhi, mi sembra di vederli sfilare al passo dell\x92oca: bulli, nazistelli, fanatici di ogni risma e colore. Avvinghiati alle loro patetiche certezze di cartapesta, al loro ridicolo senso del rispetto e dell\x92orgoglio tribale. Tanti Io deboli raggrumati in un Noi insulso. Li guardo e non mi fanno paura. Solo tanta pena. Spero che un giorno la vita li sorprenda davanti a uno specchio, costringendoli a vedere che siamo tutti sul medesimo albero. Anzi, che siamo l\x92albero, e chi dà fuoco a un ramo diverso dal proprio sta solo incendiando se stesso. <br />Massimo Gramellini - La Stampa<br />]]></content>
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  1656. <title><![CDATA[La mappa non è il territorio]]></title>
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  1662. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=258"><![CDATA[C\x92erano una volta sei uomini ciechi che non avevano mai visto un elefante dal vivo. Assetati di conoscenza, si erano messi in testa di scoprire com\x92era fatto l\x92elefante.<br />Il primo, avvicinatosi alla bestia, va a sbattere contro il suo fianco alquanto tosto: Dio mi benedica, ma l\x92elefante assomiglia di brutto a un muro!<br />Il secondo, toccando una delle zanne, esclama stupito: Ma qui c\x92è una roba rotonda, liscia e appuntita, l\x92elefante è simile ad una lancia!<br />Il terzo, prendendo (a stento) in mano la proboscide che si muove in continuazione: Ma che dite, questo è un serpente!<br />Il quarto, allungando curioso la mano e tastando il ginocchio: Ma va\x85, è abbastanza chiaro che questo è un albero!<br />Il quinto, capitato per caso a contatto di un orecchio: Ma fatemi il piacere, questo stupendo elefante è praticamente un ventaglio!<br />Il sesto, prendendo in mano la coda: non vedete che è una corda?<br />Fatto sta che, tutti convinti di aver ragione, incominciano a discutere e probabilmente sono ancora lì ad accapigliarsi: ognuno di loro ha evidentemente ragione in piccola parte, ha ragione rispetto al suo punto di vista!\x94 ]]></content>
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  1667. <name>Claudio Maffei</name>
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  1670. <title><![CDATA[E' il minimo che possiamo fare]]></title>
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  1676. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=257"><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo.<br /><br />Chi scrive lavora con un certo orgoglio da quasi 14 anni per la più grande azienda di ristorazione e servizi al mondo. L\x92orgoglio è dato dal fatto che ritengo di avere sempre cercato di agire con correttezza e nell\x92interesse dell\x92azienda che, in questo caso è proprio giusto dirlo, \x93mi dà da mangiare\x94.<br />Tutto questo presto potrebbe finire. <br />L\x92azienda ha infatti aperto una procedura di licenziamento collettivo dichiarando esuberi 824 dipendenti, più del 10% della forza lavoro nel mercato italiano. Di questi, quasi 250 nel torinese.<br />Tra gli esuberi vi sono figure di quasi ogni livello e inquadramento, che in alcuni casi saranno sostituite da cervelli freschi. Sparisce una figura professionale e al suo posto se ne inventa un\x92altra, che farà le stesse identiche cose ma si chiamerà in modo diverso e dovrà essere laureata, preferibilmente giovane e conoscere l\x92inglese. <br />Chi scrive ha 36 anni, la laurea sente di essersela ampiamente guadagnata sul campo, ha l\x92ardire di ritenersi ancora giovane e l\x92inglese ha avuto necessità di usarlo ben due volte in 14 anni di lavoro.<br />Per dovere di cronaca, specifico che i clienti in entrambe le occasioni hanno inteso benissimo la mia parlata.<br />Insomma si rottama. Per di più senza incentivi. Zero ammortizzatori sociali, o almeno queste sembrano essere le intenzioni dell\x92azienda. Azienda che non ha voluto sentire ragioni al tavolo con i sindacati.<br />Il tutto in ragione del vil denaro, che all\x92azienda non manca ( i conti italiani non sono colorati di rosso, sia chiaro), ma che evidentemente non è mai abbastanza. Gli azionisti si aspettavano di più dall\x92Italia, dunque è ora di fare pulizia.<br />E poco importa se questo significa mettere in difficoltà le famiglie. Ma quello che più mi lascia l\x92amaro in bocca, lo dico certa di parlare a nome di tutti i lavoratori coinvolti nella manovra, è che sarà come buttar via anni di impiego, sacrificio e devozione. Il nostro è un settore povero, dove il lavoratore non si arricchisce e le soddisfazioni spesso deve andarsele a cercare col lanternino. Ma questa è sempre stata la nostra forza, oltreché una garanzia per il cliente finale. Soddisfarlo, conquistarne la fiducia, farlo sentire a casa. Ci sono ancora mestieri che un robot non può svolgere e il nostro rientra tra questi.<br />Mestieri in cui oltre all\x92intraprendenza e alla buona volontà, è necessario avere fantasia, passione, gusto, santa pazienza e dedizione nei confronti del prossimo.<br />Tutto questo ora non ha più alcun valore, si prende e si butta via. Ciò che conta sono i numeri.<br />Io sono convinta che le aziende in sé non esistano. Le aziende sono fatte di persone.<br />Cancellate queste, l\x92azienda perde la  propria forza, la propria ragion d\x92essere. Chiamatelo romanticismo, illusione, cecità. Questo  è il mio pensiero.<br />Ora, la procedura finirà sul tavolo del Ministero del Lavoro.<br />Attendiamo che sia il Ministro ad illuminarci su chi è \x93choosy\x94 in tutta questa brutta vicenda.<br />Silvia Brizio<br />]]></content>
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  1681. <name>Claudio Maffei</name>
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  1684. <title><![CDATA[Ridere è una cosa seria]]></title>
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  1690. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=256"><![CDATA[\x93Risus abundat in ore stultorum:\x94 il riso abbonda sulla bocca<br />degli stupidi, dicevano sempre i miei genitori e... a me... veniva<br />tanto da ridere!<br />Ho sempre riso molto, a scuola, con gli amici, nel lavoro. Per<br />un po\x92 ho anche fatto l\x92autore per il cabaret e ho pensato di poter<br />campare così.<br />Poi, preso per fame, ho cominciato a fare il consulente e il formatore.<br />Ho cercato di trattenermi un po\x92, ma senza successo.<br />Cosa vi devo dire? Mi veniva da ridere!<br />Una buona battuta di spirito è, per me, talmente importante da<br />non riuscire a trattenerla, a costo di perdere un\x92amicizia e perfino<br />un lavoro.<br />Il ridere è un segno di trasgressione, di disobbedienza.<br />S m i t i z z a re, sovvertire le regole, dubitare di tutto ciò che è<br />ovvio, serve da valvola di sicurezza per non pre n d e re nulla e<br />soprattutto se stessi troppo seriamente.<br />Un autore americano, Og Mandino, ha scritto: \x93Non dovrò<br />d i v e n i re mai tanto importante, tanto saggio, tanto austero, tanto<br />potente da dimenticare di ridere di me stesso e del mondo. In<br />questo voglio rimanere per sempre bambino\x94.<br />In effetti, io ero così anche da piccolo. Ho sempre cercato di<br />far ridere tutti. Per tutti gli anni della scuola ho avuto otto in condotta,<br />ma qualche pro f e s s o re mi ha confessato, in privato, di<br />divertirsi come un matto con le mie invenzioni.<br />Totò e Oliver Hardy sono stati, fin dall\x92infanzia, i miei attori preferiti.<br />Cos\x92avranno mai avuto in comune? Forse la gestione del corpo, la<br />fisicità. Erano così diversi! Eppure, nei loro film, ogni movimento<br />era perfetto. Le mani, i piedi, le facce, erano talmente duttili da<br />sembrare di gomma. Potrei rivedere centinaia di volte \x93Fra diavolo\x94<br />o \x93Totò, Peppino e a malafemmina\x94 e ogni volta divertirmi e<br />ridere di gusto.<br />Ma Totò era inimitabile. Infatti, oltre a snodarsi come un burattino,<br />era maestro nel gioco di parole: \x93Signori si nasce e io lo nacqui\x94,<br />\x93Una volta tandem\x94, \x93Tu prode! No, a me non mi prode!\x94,<br />\x93Sei edotto? Sì, fanno quattordici\x94, \x93Parli come badi\x94, \x93Ogni limite<br />ha una pazienza\x94, e si potrebbe andare avanti all\x92infinito.<br />Ma il mio parrucchiere non è da meno, anche se lo fa in modo<br />involontario: \x93Mia figlia vive in una villetta a scheda\x94, \x93È stata in<br />vacanza a Milano Sabbia d\x92Oro\x94, \x93Catilina era la moglie di<br />C i c e rone\x94, o addirittura \x93I figli di Adamo ed Eva erano Caino e<br />Adele!\x94.<br />Sono solo quelle che mi ricordo. Purtroppo non ho il coraggio<br />di andare con un blocchetto e scrivermele; faccio già abbastanza<br />fatica a stare serio.<br />Per fortuna oggi le cose stanno cambiando. E\x92 infatti scientificamente dimostrato che la maggior parte dei nostri guai di salute (fisica, ma anche psicologica, emotiva, relazionale) sono attribuibili al fatto che prendiamo le cose in maniera drammatica e poco costruttiva. Insomma, ridere fa bene, sotto tutti i punti di vista. Il problema è che, spesso, sembra non ci sia molto da ridere. E allora? Come possiamo fare?<br />La risposta è nel Laughter Yoga , o Yoga della Risata, una tecnica semplice e potente che arriva dall\x92India e che, rapidamente, dal 1995 a oggi, si è diffusa a macchia d\x92olio in tutto il mondo, Italia compresa. <br />La mia amica Loretta Bert  <a href="http://www.lorettabert.eu" target="_blank">(www.lorettabert.eu)</a> che, fra l\x92altro,  collabora con il dr.Kataria, il medico indiano che ha ideato questa disciplina,  ne è entusiasta. Dice che funziona, in tempi brevissimi,  come collante per il team building, per risolvere conflitti sul posto di lavoro, per rinforzare la leadership. Loretta propone alle aziende, piccole e grandi, la \x93laughing room\x94, una specie di palestra, flessibile fino a diventare quasi virtuale,   che favorisce lo spirito di squadra, la produttività e la creatività. Una risposta ottimista e concreta per attraversare i momenti difficili con equilibrio e con ottime probabilità di successo.<br />]]></content>
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  1694.   <author>
  1695. <name>Claudio Maffei</name>
  1696. <email>[email protected]</email>
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  1698. <title><![CDATA[Lettera a mio figlio che ha paura del futuro]]></title>
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  1704. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=255"><![CDATA[Caro Giulio, l\x92altro giorno mi hai telefonato alle 8 di sera per dirmi quanto ti angosciasse la verifica di greco della mattina dopo. Venivi da una settimana nera per te, in cerca come sei di un difficile equilibrio tra i genitori separati, gli amici e l\x92amore in conflitto, lo studio e lo sport ormai inconciliabili.<br /><br />Forse per la prima volta, a diciott\x92anni, tutto ti è sembrato troppo pesante per le tue spalle. Mi hai detto che non stavi bene, che avevi provato a studiare tutto il pomeriggio, ma senza riuscirci. Avevi il mal di testa e il cuore nero. \x93Papà, domani non vado \x96 hai concluso \x96 non voglio giocarmi mesi di studio solo perchè la verifica arriva in un momento no. La recupererò la settimana prossima quando il momento buio sarà passato e finalmente mi potrò concentrare sullo studio\x94.<br /><br />Ti ho risposto di no. Ti ho detto che quando scappi la prima volta, nella vita, prima o poi ce ne sarà sicuramente una seconda. E poi una terza. Dopo un po\x92 diventa il tuo modo di vivere. Dopo, non è mai colpa tua. Dopo, c\x92è sempre un buon motivo per scappare, una persona con cui è meglio non confrontarsi, un appuntamento importante al quale non presentarsi.<br /><br />Ti ho detto che mancavano ancora quattro ore alla mezzanotte. Quattro ore per provare a fare del tuo meglio. Anche se non avevi fame, ti ho suggerito di prendere un pezzo di cioccolato, un po\x92 di pane e di metterli vicino a Senofonte. E di stringere i denti. \x93Fa\x92 quello che puoi \x96 ho insistito \x96 e domattina vai alla tua verifica a testa alta. Non importerà il voto. Se sarà un 5, lo festeggeremo perchè sarà un 5 che avrai preso senza darti per vinto. Ti sarà costato fatica e dolore, ma sarà il piu\x92 bel 5 della tua vita, molto meglio di un qualsiasi 8 preso la settimana successiva. Ma se prenderai un 6 o un 7, quello sarà il più bel voto della tua vita.Te lo sarai guadagnato contro ogni pronostico e te ne ricorderai per sempre\x94.<br /><br />Questa volta mi hai ascoltato. La mattina ero in riunione quando è arrivato il tuo messaggio. La stanza era piena di colleghi alle prese, insieme a me, con l\x92ennesima emergenza aziendale, di quella che sembra una storia infinita. Non ce l\x92ho fatta ad aspettare. L\x92ho aperto e l\x92ho letto.<br /><br />C\x92era scritto: \x93Ho preso 7 e mezzo. Incredibile. Grazie. Senza di te non ce l\x92avrei mai fatta\x94. Mi sono emozionato.<br /><br />La mattina dopo ho letto su un giornale la lettera che un ex collega (ci eravamo incrociati per poche settimane in Omnitel: io Direttore Marketing, lui Direttore del Personale) aveva scritto a suo figlio. Adesso questo ex-collega, dopo una carriera importante, guida un\x92Università (finanziata coi soldi degli imprenditori italiani e quindi anche con i miei) che dovrebbe formare i giovani dirigenti dell\x92Italia di domani.<br /><br />Vedi, Giulio, in questa lettera c\x92era scritto esattamente l\x92opposto di quello che ti avevo detto poche ore prima. Diceva a suo figlio di andarsene dall\x92Italia. Diceva che per un giovane di talento non vale più la pena di lavorare nel nostro paese. Che la mediocrità, il clientelismo, la rissa istituzionalizzata come unico strumento di confronto, l\x92impunità, sono ormai l\x92unica legge e che le regole del gioco sono ormai talmente alterate che non vale nemmeno più la pena di provarci.<br /><br />Tu sai quanto io ami il nostro Paese. Continuo ad emozionarmi ogni volta che per lavoro o per piacere lo attraverso da nord a sud. Però continuo ad incazzarmi ogni volta che vedo il suo potenziale sprecato. Continuo a discutere, spesso ad accapigliarmi con Ministri, burocrati e Presidenti vari (quasi tutti a Roma si fanno chiamare cosi\x85).<br /><br />Continuo a non capire perchè la nostra struttura pubblica sia al tempo stesso così ipertrofica e così assente, perchè i meccanismi legislativi siano così ridondanti e perchè ogni volta che si parla con i sindacati italiani sembra che l\x92istinto di autoconservazione dell\x92apparato prevalga sempre sull\x92interesse dei lavoratori. Continuo a non capire perchè le nostre televisioni siano invase da pessimi esempi per voi giovani e nascondano in maniera quasi scientifica quanto di più bello produce il nostro paese\x85<br /><br />Sono tante le cose che mi mandano in bestia, almeno tante quante quelle che fanno arrabbiare il mio ex-collega. Ma nonostante tutto continuo a lottare ogni giorno, proprio perchè del mio Paese vedo i difetti, che non sono pochi e non sono piccoli.<br /><br />Fra non molto toccherà a te, ai tuoi amici, a raccogliere il testimone. Le sfide che vi attendono sono enormi, ma forse non più grandi di quelle che hanno affrontato i vostri nonni, che ereditarono un Paese distrutto dalla guerra, diviso, penalizzato da un\x92alfabetizzazione incompiuta e ancora alle prese con un\x92identità nazionale incerta.<br /><br />Certo, le esperienze all\x92estero sono importanti nel mondo globalizzato e integrato di oggi: come fai a competere con inglesi, francesi, tedeschi, ma anche cinesi, indiani e arabi, se non sai come ragionano? Loro vengono da decenni a casa nostra per carpire i segreti di un modello che ha punte di eccellenza riconosciute ovunque, meno che da noi.<br /><br />A te, Giulio, ai tuoi compagni della generazione del \x9290, dico che il vostro futuro è qui, nel vostro Paese. A te, Giulio, dico che se non siete orgogliosi del vostro Paese, anche quando avete legittimi motivi per criticarlo, è difficile essere orgogliosi di voi stessi. La sfida è rimanere per cambiarlo, questo Paese, dove serve, col tempo che ci vuole, fosse anche un sempre. Ci sarà tanto da fare, figlio mio, e tocca a voi. Noi, in effetti, ci meritiamo un bel 5. Ti abbraccio.<br /><br />Milano, 25 ottobre 2012<br />VINCENZO NOVARI<br />AD 3 Italia <br /><br />da chefuturo.it]]></content>
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  1709. <name>Claudio Maffei</name>
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  1712. <title><![CDATA[Noi siamo di più]]></title>
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  1718. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=254"><![CDATA[Da oggi ho uno slogan nel cuore che vale più di tutti gli «Yes we can» del mondo. L\x92ho sentito fiorire sulle labbra di una ragazza napoletana, prostrata dall\x92assurdità di una sofferenza insostenibile. Si chiama Rosanna Ferrigno, fa la segretaria in uno studio medico e l\x92altra sera ha dovuto raccogliere sotto casa il cadavere del promesso sposo, crivellato dalla camorra con quattordici proiettili. I camorristi hanno confuso il suo Lino, che stava andando a giocare a calcetto, con uno di loro. La gratuità del crimine e l\x92estraneità della vittima hanno scosso l\x92abulia di una città che da troppi secoli sopporta la malavita organizzata come una forma endemica di malaria. Poi è arrivata Rosanna. Non ha pianto in pubblico, non ha insultato le istituzioni, non ha elargito finti e precoci perdoni. Ma l\x92amore e il dolore le hanno dettato parole decisive: «Non bisogna avere paura dei camorristi. Sono loro che devono avere paura di noi. Noi dobbiamo continuare a uscire per la strada a testa alta. Sono loro che si devono nascondere. Noi siamo di più».  <br /><br />Noi siamo di più. Non ci avevo mai pensato. Con tutti i nostri difetti - perché ne abbiamo a iosa, sia chiaro - noi siamo di più. Siamo di più dei mafiosi, dei corrotti, dei finanzieri senza scrupoli. Siamo più numerosi di qualunque minoranza coesa che cerchi di dominarci con le armi del potere e della paura. Averne consapevolezza, lo so bene, non basta. Ma è la premessa per svegliarsi dall\x92incubo e provare a trasformarlo in un sogno. Grazie, Rosanna, per avercelo ricordato. <br /><br />Massimo Gramellini - La Stampa]]></content>
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  1726. <title><![CDATA[La generosità esiste ancora]]></title>
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  1732. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=253"><![CDATA[Ieri è entrata in negozio una ragazza con tre amiche, futura sposa. Molto timida e di poche parole, ho fatto un pò fatica a capire quale tipo di abito volesse o forse non lo sapeva nemmeno lei. Ho tirato fuori alcuni abiti dall'armadio che mi sembravano adatti alla sua personalità poco appariscente, anche su consiglio delle amiche. Lei approvava o non approvava con il minimo delle parole, forse anche un pò emozionata. Ho pensato che non andassero bene gli abiti, ne ho tirati fuori due tra i più belli e quando ha indossato il primo le si è accesa una luce negli occhi... al secondo uguale, ma il secondo è il pezzo più bello che ho ed ha grande valore affettivo per me perché è incrostato con il pizzo originale con cui si è sposata la mia mamma nel '60. Lo aveva fatto produrre apposta per il suo abito e ne aveva tenuto un pezzo che mi ha regalato per farne un abito, quando finalmente ha accettato l'idea che io aprissi un negozio per spose. La ragazza ha capito che era un pezzo speciale, soprattutto affettivamente. Ha riprovato il primo, si è guardata ed è scoppiata in lacrime dicendo «è lui». Non era una scena da reality, ma vera, con le amiche commosse, io e la sarta che ci guardavamo senza parlare. Fino allora non aveva chiesto prezzi e io non li avevo detti, perché penso che anticiparli possa essere sgarbato, come a voler dire puoi permettertelo o no. A questo punto ho fatto i conti, le piacevano anche le scarpe e il velo che le avevo suggerito. Ho cercato di farle il miglior prezzo possibile, scontando tutto al massimo. Lei mi ha guardato è mi ha detto «è più del doppio del mio budget». Mi sono sentita morire. Ho rivisto i conti, li ho girati e rivoltati per cercare di guadagnare davvero il minimo dei minimi. Non riuscivo a trovare una via d'uscita. L'abito era uno dei più belli, il velo anche, le scarpe fatte a mano. Signore aiutami, questa ragazza non può uscire senza l'abito dei sogni. Le amiche in attesa, lei sul divanetto, io alla scrivania, la sarta con gli occhi bassi. Venga, Elena, non posso farla uscire senza l'abito dei suoi sogni, io arrivo fin qui, le va bene? Lei piangeva, sì, va bene - ha detto abbracciandomi - non ci speravo, sono felice ho appena perso il lavoro, ma il matrimonio era fissato. Ho aperto un prosecco, le ragazze applaudivano, mi pareva di essere in quelle trasmissioni idiote, ma ero felice. Il negozio ha avuto un pezzo di senso oggi.<br />Cristina <br /><br />Grazie per il suo bel racconto. Da libro «Cuore» commenterà qualcuno. Evviva quel libro, allora, se ancora produce simili frutti. Porterà fortuna al suo negozio, penso, la storia del vestito di Elena. <br /><br />Isabella Bossi Fedrigotti - Corsera<br /> <br /><br />]]></content>
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  1737. <name>Claudio Maffei</name>
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  1740. <title><![CDATA[Galateo: come comportarsi bene a tavola perdendo così tutto il meglio]]></title>
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  1746. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=252"><![CDATA[La buona educazione a tavola. Durante la seconda metà del sedicesimo secolo il bon ton a tavola è stato codificato da Monsignor Giovanni Della Casa in un manuale che le mamme dovrebbero leggere ai bambini al posto delle favole: il Galateo. Nel tempo le rigide norme si sono ammorbidite e oggi, a casa, o in un ritrovo mangereccio informale, tendiamo a sorvolare sulle inflessibili prescrizioni del Monsignore.<br /><br />Epperò, alcune delle regole a cui attenersi quando andiamo al ristorante, diciamolo, sfiancano più delle fatiche di Ercole. Il punto è che veniamo privati della possibilità di godere fino in fondo, un po\x92 come guidare una Ferrari col freno a mano tirato (ammesso che lo abbiano, lo hanno?). Ma vengo al dunque:<br /><br />1) Bistecca.<br />E per bistecca intendo la Fiorentina, alla brace, cotta come Dio comanda (minuto di racoglimento). Con forchetta e coltello si arriva fino ad un certo punto, poi parte il dilemma: come si fa a fingere disinteresse per gli ultimi brandelli di carne, i più succulenti, quelli attaccati all\x92osso? Osso che, essendo fatto a T, presenta una certa difficoltà a farsi scarnificare fino agli angoli. Impossibile tentare di farlo con nonchalance, non resta che autocensurarsi e alla domanda del cameriere «posso portare via il piatto?» rispondere con un mesto «s-sì» e guardare verso l\x92alto nel tentativo di contenere le lacrime.<br /><br />2) Scarpetta. <br />In origine vietatissima, oggi, in seguito ai tumulti della fazione pro, pare si sia aperto qualche spiraglio. Interdizione assoluta durante un pranzo formale, permessa solo in famiglia ma solo a certe condizioni: per alcuni si deve infilzare il boccone di pane con la forchetta, per altri prendendolo con due dita (e senza arricciare il mignolo), in ogni caso non si \x93puccia\x94 mai più di una volta. Come dire, piuttosto frustatemi. Ma si può rinunciare senza atroci sofferenze al raschiamento dei rimasugli di sugo dal piatto a mezzo pane? Se uno proprio vuole si può, ma, cielo, che agonia.<br /><br />3) Dolce.<br />È una tendenza condivisa quasi trasversalmente dai ristoranti, più o meno griffati, pià o meno stellati. Parlo dei ghirigori nel piatto del dolce. Per favore no! Non adagiate la mia fetta di torta su un vassoio formato disco volante e le eventuali salsine mettetele SOPRA, non mezzo metro più in là, altrimenti come frenare l\x92istintinto di ramazzare ogni goccia fino a togliere la maiolica dalle stoviglie?<br /><br />4) Gamberi.<br />Terminato il contenuto del carapace restano le teste. Succhiarle o non succhiarle? Questo è il problema. Il Galateo suggerisce di non curarsi di loro, punto. La consapevolezza di quel che mi perdo dice di non curarsi degli sguardi stravolti dei camerieri, fregarsene beatamente del nostro contegno da signore e applicarsi alla suzione voluttuosa. Al solo pensiero mi sento impazzire. Risolvo evitando di ordinare gamberi.<br /><br />5) Pesce intero.<br />Spesso, nei ristoranti vicino al mare, ci viene data la possibilità di vedere il pesce prima di ordinarlo. Tutto ciò è fantastico, o almeno, lo è fino a quando non ci portano al tavolo un bel pescione cotto al forno o alla brace, con la pelle croccante e il grasso ben grondante, chiedendo con tono suadente: «signora, glielo posso sfilettare?». Nooo! Il pesce è mio e me lo sfiletto io. Non togliete la pelle, non mi private dei bocconi migliori che sono nella testa, intendo guance, mascella, occhi. Lascia a noi l\x92incombenza. Tuttavia, poiché la meticolosa autopsia non è ben vista in pubblico, lascio fare e osservo i poveri filetti ormai freddi nel piatto senza più attrattive.<br /><br />Dentro casa, al riparo da sguardi indiscreti, penetro l\x92osso della bistecca fino a ungermi le orecchie, pratico la scarpetta selvaggia, lucido il piatto del dolce con precisione esagerata, aspiro rumorosamente il contenuto dei crostacei e cerco anche l\x92ultimo brandello di muscolo facciale del pesce. <br /><br />Solo dopo posso dormire il sonno del giusto. Capita lo stesso a voi?<br />Rossella Bragagnolo www.dissapore.com<br /><br />]]></content>
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  1754. <title><![CDATA[Donare dà felicità]]></title>
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  1760. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=251"><![CDATA[In una clinica, a un uomo era permesso mettersi seduto sul letto per un'ora ogni pomeriggio, per aiutare il drenaggio dei fluidi dal suo corpo. Un altro uomo doveva restare sempre sdraiato. Infine i due uomini fecero conoscenza e cominciarono a parlare per ore. Parlarono delle loro mogli e delle loro famiglie, delle loro case, del loro lavoro, del loro servizio militare e dei viaggi che avevano fatto. <br />Ogni pomeriggio l'uomo che stava nel letto vicino alla finestra poteva sedersi e passava il tempo raccontando al suo compagno di stanza tutte le cose che poteva vedere fuori dalla finestra. L'uomo nell'altro letto cominciò a vivere per quelle singole ore nelle quali il suo mondo era reso più bello e più vivo da tutte le cose e i colori del mondo esterno. <br />La finestra dava su un parco con un delizioso laghetto. Le anatre e i cigni giocavano nell'acqua mentre i bambini facevano navigare le loro barche giocattolo. Giovani innamorati camminavano abbracciati tra fiori di ogni colore e c'era una bella vista della città in lontananza. Mentre l'uomo vicino alla finestra descriveva tutto ciò nei minimi dettagli, l'uomo dall'altra parte della stanza chiudeva gli occhi e immaginava la scena.In un caldo pomeriggio l'uomo della finestra descrisse una parata che stava passando. Sebbene l'altro uomo non potesse sentire la banda, poteva vederla.Con gli occhi della sua mente così come l'uomo dalla finestra gliela descriveva. Passarono i giorni e le settimane. Un mattino l'infermiera del turno di giorno portò loro l'acqua per il bagno e trovò il corpo senza vita dell'uomo vicino alla finestra, morto pacificamente nel sonno. <br />L'infermiera diventò molto triste e chiamò gli inservienti per portare via il corpo. <br />Non appena gli sembrò appropriato, l'altro uomo chiese se poteva spostarsi nel letto vicino alla finestra. L'infermiera fu felice di fare il cambio, e dopo essersi assicurata che stesse bene, lo lasciò solo. <br />Lentamente, dolorosamente, l'uomo si sollevò su un gomito per vedere per la prima volta il mondo esterno. Si sforzò e si voltò lentamente per guardare fuori dalla finestra vicina al letto. Essa si affacciava su un muro bianco. <br />L'uomo chiese all'infermiera che cosa poteva avere spinto il suo amico morto a descrivere delle cose così meravigliose al di fuori da quella finestra. L'infermiera rispose che l'uomo era cieco e non poteva nemmeno vedere il muro. "Forse, voleva farle coraggio." disse. <br />Epilogo: vi è una tremenda felicità nel rendere felici gli altri, anche a dispetto della nostra situazione. Un dolore diviso è dimezzato, ma la felicità divisa è raddoppiata. Se vuoi sentirti ricco conta le cose che possiedi e che il denaro non può comprare. L'oggi è un dono, è per questo motivo che si chiama presente. <br />]]></content>
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  1768. <title><![CDATA[Il decalogo del downshifting ]]></title>
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  1774. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=250"><![CDATA[Il downshifting è un comportamento sociale nel quale gli individui vivono vite più semplici per scappare dall'ossessivo materialismo, ed enfatizza il concetto dell'equilibrio fra dovere e piacere.<br /><br />Associato al termine decrescita (la riduzione della produzione economica e dei consumi per un migliore equilibrio fra uomo e natura) e decluttering (l'arte di sbarazzarsi degli oggetti inutilizzati), il downshifting è un vero e proprio modus vivendi che va a toccare tutti gli ambiti della vita quotidiana e a ribaltarli rispetto alle abitudini di sempre.<br /><br />Nella pratica, il downshifting enfatizza la necessità di rallentare il progresso e la corsa del mercato, e ridurre le spese, lo stress, le ore di lavoro, i consumi e gli sprechi, e costruire una società del risparmio, dell'attenzione e della consapevolezza, a partire dai singoli.<br /><br />Per questioni economiche ma anche etiche, molte persone al giorno d'oggi hanno iniziato un processo di decrescita felice, modificando poco per volta il proprio stile di vita a favore di risparmio, riciclo e riuso, creatività e cultura.<br /><br />Ecco quindi un decalogo per diventare un ottimo downshifter, secondo noi.<br /><br />1- Accorciare le distanze: da dove proviene il cibo che consumiamo? Chi costruisce gli oggetti che acquistiamo? quanti km deve percorrere un prodotto prima di arrivare nelle nostre case? Accorciare le distanze tra produzione e consumo, in termini geografici e umani, significa valorizzare il proprio territorio prediligendo i prodotti della terra e dell'artigianato delle proprie zone. Acquistare direttamente dal produttore o tramite G.A.S. (Gruppi di Acquisto Solidale) può creare nuovi legami con la gente del proprio quartiere e far risparmiare, oltre che trovare alimenti di indubbia qualità, e quando possibile di stagione, biologici e quindi più saporiti e più sani.<br /><br />2 - Autoproduzione: se un domani le industrie fossero bloccate da una qualsiasi ragione legata all'esaurimento del petrolio o alle guerre, saremmo in grado di autosostentarci con le nostre sole forze? O la tecnologia e il progresso ci hanno talmente riempiti di comfort da averci resi incapaci di costruire o coltivare qualunque cosa? Già negli anni Trenta e poi durante la Seconda Guerra Mondiale, l'America conosceva l'esperienza degli orti urbani, spazi pubblici o privati adibiti a orti per sopperire alla mancanza di cibo, dove ortaggi, piante mediche, frutta e fiori venivano coltivati per la comunità. Gli orti urbani sono una tendenza che sta di nuovo prendendo piede per svariate ragioni, tra cui quella del risparmio, ma anche la necessità di tornare alla terra e avere consapevolezza di ciò che si mangia.<br /><br />3 - Ridurre le emissioni: come la famiglia che per un mese ha provato a rinunciare a auto e moto, e come tanti che all'alzarsi del prezzo della benzina hanno dovuto diminuire l'uso di mezzi a motore, optare per mezzi non inquinanti e non costosi permette di risparmiare, ridurre le emissioni, migliorare la mobilità urbana, cambiare i ritmi della propria vita.<br />Si dice inoltre che sulle brevi distanze la bicicletta vinca su tutti i mezzi, compreso il motorino.<br /><br />4 - NO-Shopping: è quasi certo che possediamo già ciò di cui abbiamo bisogno e anche oltre. Quanti sono gli oggetti che possediamo ma che non utilizziamo? Riceviamo vera gratificazione dall'acquisto compulsivo? Evitare di comprare cose nuove ma sfruttare quelle che già si hanno, scegliendo la riparazione, il riuso, il riciclo o il baratto e la creatività, è una delle chiavi per contrastare la sfrenatezza del consumismo, risparmiare, e ridurre anche i consumi che conseguono (trasporti, inquinamento industriale e sfruttamento dei lavoratori).<br /><br />5 - Lavorare di meno: una vita sostenibile è anche fatta di un buon equilibrio fra dovere e piacere. Spendere di meno significa avere anche bisogno di guadagnare di meno, no? La mania dell'accumulo, del guadagno, degli status symbol legati al dio denaro, privano le persone del tempo libero per sé e la famiglia, delle energie e della positività e generano, in casi estremi, situazioni d'ansia e stress che, nonostante gli alti guadagni, non rendono la vita più felice.<br /><br />6 - Condividere: per risparmiare e anche per intessere rapporti nuovi, la condivisione può declinarsi in molti modi. Lo scambio di case per le vacanze, o la creazione di piccole comunità che si autosostentano e seguono un progetto comune (co-housing); la condivisione di mezzi di trasporto (car-sharing) per ridurre le spese, le emissioni e il numero di auto nelle strade; i G.A.S. di quartiere; gli Swap Party, eventi dedicati al baratto, e molti altri esempi sono la dimostrazione che la decrescita sia necessaria e utile al miglioramento della società e di chi ne fa parte.<br /><br />7 - Risparmiare energia: è incredibile quanto si possa risparmiare sulle bollette anche solo spegnendo regolarmente tutti gli impianti in stand-by quando non utilizzati, ben il 10%. Ma non basta solo questo: luci e televisore accesi quando non necessari, lavatrice e lavastoviglie ad altissima temperatura, doccia lunga e bollente, sono abitudini sbagliate ma che molti di noi hanno, e che generano sprechi inutili di energia.<br /><br />8 - Mangiare sano: e per "sano" intendiamo con bassissime quantità di carne e pesce, pochi latticini e grandi porzioni di frutta, verdura, legumi e cereali. Perché? Perché oltre che migliorare la salute, una dieta vegetariana o quasi riduce le emissioni, i consumi d'acqua, i rischi di malattie cardiovascolari, e le spese.<br /><br />9 - Ridurre i rifiuti: avete mai provato a pesare i vostri rifiuti prima di gettarli? Quanto va nell'indifferenziato e quanto nella differenziata? C'è chi lo fa, e attraverso la consapevolezza che deriva dal sapere quanti chili di spazzatura si producono al giorno, si possono ridurre gli sprechi senza ridurre la qualità della propria vita. Anzi, ne trae giovamento anche la coscienza. E come si può fare per diminuire i rifiuti? Eliminare l'usa e getta, scegliere prodotti senza imballaggi, evitare di riempire troppo il frigorifero con cibi che spesso, in parte, poi si buttano, cucinare anche con gli scarti.<br /><br />10 - Donare: se ci sono oggetti o abiti che non usate e che non siete riusciti a scambiare o a rivendere, fate una donazione alla Caritas o alle associazioni che raccolgono abiti e cibo per i poveri o gli sfollati. Svuoterete un po' i vostri armadi, creerete più spazio in casa, ma soprattutto aiuterete qualcuno senza il minimo sforzo.<br />avoicomunicare.it<br /><br />]]></content>
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  1782. <title><![CDATA[Il saper insegnare e la fine dei maestri]]></title>
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  1788. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=249"><![CDATA[Secondo la tradizione induista, richiamata da Carlo Maria Martini in un suo libro, esistono quattro età della vita: nella prima si impara, nella seconda si insegna, nella terza si riflette, nella quarta si mendica, preparandosi all\x92uscita di scena. In Italia abbiamo allungato la prima età, ignorato la terza e complicato la quarta. In quanto alla seconda, viene dimenticata. I maestri hanno preso congedo illimitato. Non parliamo di scuole, ovviamente. Lì i maestri e gli insegnanti ci sono (bravi e meno bravi, motivati e demotivati). Parliamo della trasmissione della saggezza; del piacere di aiutare chi viene dopo. Non si tratta soltanto di trasferire un\x92esperienza, ma di suggerire una prospettiva. Ogni volta che scompare un personaggio capace di questo sforzo la sensazione è forte e diffusa: se ne va un altro che aveva qualcosa da dirci. Il cardinal Martini, non c\x92è dubbio, apparteneva a questa categoria Altri trapassi, negli ultimi anni, hanno lasciato un vuoto. Vuoti diversi, per segno e profondità. Vuoti familiari e privati, spesso. Ma anche vuoti pubblici, avvertiti anche in un tempo superficiale come il nostro. Da Giovanni Paolo II a Steve Jobs, da lndro Montanelli a Enzo Biagi, da Lucio Dalla a Giorgio Gaber, da Giovanni Raboni a Fernanda Pivano, da Oriana Fallaci a Tiziano Terzani. Vuoti sacri e vuoti profani. Vuoti lasciati da persone imperfette, spesso. Accomunate però da una qualità misteriosa: la capacità di toccare il cuore, soprattutto nei più giovani. Non esempi, non necessariamente. Maestri. Non è un titolo che spetta a molti, anche perché pochi sembrano interessati a conseguirlo. Esiste uno speciale egoismo contemporaneo che ha preso forme accattivanti e guadagnato smalto. Qualcuno lo chiama individualismo; altri, realismo. Molti teorizzano la necessità di viziarsi, di salvaguardarsi, di pensare a sé. «Fatevi le coccole» è una delle più fastidiose espressioni pubblicitarie degli ultimi anni: le coccole si fanno ai bambini e a chi si ama, non a se stessi. Esiste l\x92onanismo del cuore, anche se non ne parla nessuno. I maestri di cui abbiamo bisogno non fanno coccole: offrono aiuto sotto forma di azione e pensieri. Indicano una via e la illuminano: può essere una scala verso il cielo, se uno crede Quelli falsi «L\x92enorme domanda ha portato un\x92offerta vasta e insidiosa. La parodia del carisma può ingannare chi cerca e ha fretta di trovare» Quelli veri «Quelli veri non fanno coccole, offrono aiuto sotto forma di azione e pensieri. Indicano una via e la illuminano» all\x92aldilà o ai Led Zeppelin; o soltanto un passaggio sicuro nel bosco delle decisioni difficili. I maestri non chiedono niente in cambio: la loro ricompensa è nella possibilità di dare, e nel sentirsi utili. Ci sono rischi, ovviamente. L\x92enorme domanda di maestri ha portato a un\x92offerta vasta, varia e insidiosa. La parodia del carisma può ingannare chi cerca e ha fretta di trovare. Psicologi e i filosofi trasformati in santoni; spericolati improvvisatori new-age; sacerdoti che posano da guru; gruppi e sette che dispensano dal pensare e, nel calore del gruppo, addormentano le coscienze. Anche la penuria di leader politici ha pesato (abbiamo i partiti privatizzati, ma è un\x92altra cosa). Non si chiede al capo di un partito di diventare un guru; ma di offrire ispirazione e speranza, questo sì. Trovare i propri maestri è un\x92operazione delicata. E bene procedere con cautela, senza informare neppure gli interessati. Notate il plurale: anche in questo campo, è bene infatti diversificare gli investimenti per ridurre il rischio. Rischio di delusioni, rischio di tradimenti, rischio di plagio. Al di fuori delle questioni di fede, è bene scegliere con un po\x92 di ironia. I buoni maestri non si prendono troppo sul serio; non si capisce perchè dovremmo farlo noi. Scegliamo con cura i nostri maestri, quindi. Sostituiamoli se ci deludono, non adoriamoli mai e giudichiamoli sempre. Ma troviamone: saranno, come Carlo Maria Martini, termini di paragone e punti di riferimento nel momento delle scelte. L\x92alternativa è seguire tutti i venti, ma non è un buon modo di navigare la vita.<br />Beppe Severgnini - Corsera]]></content>
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  1796. <title><![CDATA[Discorso di Gandhi sulla rabbia]]></title>
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  1802. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=248"><![CDATA[Un giorno, un pensatore indiano, pose la seguente domanda ai suoi discepoli:<br />\x93Perchè le persone gridano quando sono arrabbiate?\x94<br />\x93Gridano perchè perdono la calma\x94, rispose uno di loro.<br />\x93Perchè gridare, se la persona sta proprio vicina?\x94, chiese di nuovo.<br />\x93Bene, gridiamo perchè desideriamo che l\x92altra persona ci ascolti!\x94, rispose un altro discepolo.<br />E il maestro tornò a domandare: \x93Allora non è possibile parlarle a voce bassa?\x94. Varie altre risposte furono date, ma nessuna convinse il maestro. Allora egli esclamò: \x93Volete sapere perchè si grida contro l\x92altra persona quando si è arrabbiati? Il fatto è che quando due persone sono arrabbiate, i loro cuori si allontanano molto. Per coprire questa distanza, bisogna gridare per potersi ascoltare. Quanto più arrabbiati sono, tanto più forte grideranno per potersi ascoltare. D\x92altra parte, che succede quando due persone sono innamorate? Loro non gridano, parlano soavemente.. e perchè? Perchè i loro cuori sono molto vicini. La distanza tra loro è piccola. A volte sono talmente vicini i loro cuori, che neanche parlano, solamente sussurrano. E quando l\x92amore è più intenso, non è necessario nemmeno sussurrare, basta guardarsi. I loro cuori si intendono. E\x92 questo che accade quando due persone che si amano si avvicinano\x94.<br />Infine il pensatore concluse dicendo: \x93Quando voi discuterete, non lasciate che i vostri cuori si allontanino, non dite parole che li possano distanziare di più, perchè arriverà il giorno in cui la distanza sarà così tanta che potrebberonon incontrare più la strada per tornare\x94<br /><br />Mahatma Gandhi<br />]]></content>
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  1810. <title><![CDATA[Una pillola per la felicità]]></title>
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  1816. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=247"><![CDATA[Il nostro organismo funziona meglio se sul nostro viso c\x92è un sorriso piuttosto che un\x92espressione scoraggiata e smorta. Anche se a volte è difficile mantenere la serenità, vessati dalle difficoltà quotidiane, dobbiamo anche capire che è prioritario. Investire nella nostra felicità, in attività divertenti, leggere, nello svago, distrarsi, ridere, uscire con degli amici, fare l\x92amore, amare, scherzare, guardare un bel film, rilassarsi, fare due passi in un parco, ascoltare musica non sono azioni da considerare meno importanti del lavoro, degli impegni, dei doveri.<br />Abbiamo parlato spesso di come autocontrollo, forza di volontà, spirito di sacrificio aumentino quando il nostro cervello sa che ad aspettarlo c\x92è una ricompensa, qualcosa che ripagherà della privazione. Sottrarre queste boccate di ossigeno alla nostra mente significa rompere l\x92equilibrio tra quello che dobbiamo alla vita e quello che la vita ci deve. <br />E\x92 proprio nei momenti in cui l\x92umore è più a terra, spesso cosa facciamo? Ci puniamo continuando a stressarci, ad impensierirci, a rimuginare su un problema, a chiuderci in noi stessi, allontanandoci dalla soluzione del nostro malessere. Quando il nostro stato d\x92animo non è dei migliori bisogna al contrario risollevarlo concedendosi spazio da destinare alle nostre attività preferite o comunque a qualcosa di rilassante, distensivo, qualcosa che ci faccia sorridere di nuovo.<br />Il sorriso, in questi momenti, va quasi prescritto, come una medicina. Se abbiamo mal di testa spesso ricorriamo ad un\x92aspirina ma quando siamo giù di corda perché ci neghiamo di staccare la spina, uscire per fare due passi e rinfrescarci le idee, chiamare un amico? Sono queste le pillole di cui abbiamo bisogno quando il nostro malessere è emotivo.<br />Per ritrovare il buonumore l\x92ideale è stilare una lista dei farmaci che più funzionano su di noi, ognuno ha i suoi. C\x92è chi sorride giocando con il cane, chi ama camminare fin quando la mente non è sgombra dai brutti pensieri, chi diventa allegro al profumo ed alla vista dei fiori o gustando una cioccolata calda. Rimedi naturali e semplici per recuperare il sorriso perduto.<br />iovalgo.com<br />]]></content>
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  1824. <title><![CDATA[Una lira da scordare]]></title>
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  1830. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=246"><![CDATA[Mettonotenerezza i cittadini che chiedono la rottamazione dell\x92euro e il ritorno alla vecchia moneta. Non rimpiangono la lira, ma il tempo della lira. Quando le famiglie risparmiavano ancora, l\x92economia cresceva poco ma cresceva, e la svalutazione gonfiava gli affari. Fare un mutuo costava il doppio di adesso e l\x92inflazione viaggiava a due cifre, però i cinesi stavano dietro la Muraglia, gli slavi ansimavano dietro il Muro e i brasiliani e gli indiani esportavano solo miseria. Il mondo era un posto relativamente piccolo e ordinato che coincideva con l\x92Occidente. Ma se oggi tornasse la lira, di quel tempo tornerebbe soltanto lei. Insieme con l\x92inflazione a due cifre. I cinesi non andrebbero certo indietro, e nemmeno i brasiliani. In compenso noi andremmo al supermercato con la carriola: non per infilarci la spesa ma i soldi necessari a comprarla. Una pila di cartaccia che della vecchia lira conserverebbe soltanto il nome. Secondo i calcoli più ottimistici perderemmo in un giorno il 30 per cento del valore di tutto ciò che ci resta, diventando la replica della Germania di Weimar che fece da culla al nazismo.<br /><br />Mettono tenerezza i cittadini spaventati dal futuro, quando si aggrappano a un passato che non può tornare. Mentre provocano soltanto rabbia quei politici che queste cose le sanno benissimo, ma preferiscono lisciare il pelo del popolo impaurito invece di guardarlo negli occhi e dirgli parole adulte: che chi perde la strada deve resistere alla tentazione di tornare indietro, perché solo andando avanti troverà il sentiero che lo riporterà sulla strada perduta.<br />Massimo Gramellini-La Stampa]]></content>
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  1838. <title><![CDATA[Dedicato alle donne]]></title>
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  1844. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=245"><![CDATA[Un mattino un uomo torna dopo molte ore di pesca e decide di fare un sonnellino.<br /><br />Anche se non pratica del lago, la moglie decide di uscire in barca. Accende il motore e  si spinge a una piccola distanza: spegne, butta l\x92ancora e si mette a leggere.<br /><br />Arriva una guardia forestale in barca, si avvicina e le dice:<br /><br />\x93 Buongiorno, signora. Cosa sta facendo?\x94.<br /><br />\x93Sto leggendo un libro\x94 risponde lei (pensando:\x94non è forse ovvio?\x94).<br /><br />\x93Lei si trova in una zona di pesca vietata\x94 ribatte la guardia.<br /><br />\x93Mi dispiace, agente, ma non sto pescando. Sto leggendo.\x94<br /><br />\x93 Si, ma ha tutta l\x92attrezzatura. Per quanto ne so potrebbe cominciare in qualsiasi momento. Devo portarla con me e fare rapporto.\x94<br /><br />\x93Se lo fa, agente, dovrò denunciarla per molestia sessuale\x94 dice la donna.<br /><br />\x93Ma se non l\x92ho nemmeno toccata!\x94 protesta la guardia forestale.<br /><br />\x93Questo è vero, ma possiede tutta l\x92attrezzatura. Per quanto ne so potrebbe cominciare in qualsiasi momento.\x94<br /><br />\x93 Le auguro buona giornata, signora\x94 e la guardia se ne va.<br /><br /> <br /><br />Morale: mai discutere con una donna che legge, è probabile che sappia anche pensare.<br /><br /> <br /><br />Storia raccontata da Don Andrea Gallo<br />]]></content>
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  1852. <title><![CDATA[Bella la vita!]]></title>
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  1858. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=244"><![CDATA[Com\x92è imbarazzante aver voluto imporre a qualcuno i miei desideri, pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta, anche se quella persona ero io.<br />Oggi so che questo si chiama \x93rispetto\x94.<br /> <br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di desiderare un\x92altra vita e mi sono accorto che tutto ciò che mi circonda è un invito a crescere.<br />Oggi so che questo si chiama \x93maturità\x94.<br /><br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito di trovarmi sempre e in ogni occasione, al posto giusto nel momento giusto e che tutto quello che succede va bene.<br />Da allora ho potuto stare tranquillo.<br />Oggi so che questo si chiama \x93stare in pace con se stessi\x94.<br /><br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di privarmi del mio tempo libero e di concepire progetti grandiosi per il futuro.<br />Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e divertimento, ciò che amo e che mi fa ridere, a  modo mio e con i miei ritmi.<br />Oggi so che questo si chiama \x93sincerità\x94.<br /><br />Quanto ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono liberato di tutto ciò che non mi faceva del bene: persone, cose, situazioni e tutto ciò che mi tirava verso il basso allontanandomi da me stesso\x85 all\x92inizio lo chiamavo \x93sano egoismo\x94.<br />Oggi so che questo è \x93amore di sé\x94.<br /><br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di voler avere sempre ragione. E così ho commesso meno errori. Oggi mi sono reso conto che questo si chiama \x93semplicità\x94.<br /><br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono rifiutato di vivere nel passato e di preoccuparmi per il mio futuro. Ora vivo di più nel momento presente, in cui tutto ha un luogo.<br />E\x92 la mia condizione di vita quotidiana e la chiamo \x93perfezione\x94.<br /><br />Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono reso conto che il mio pensiero può rendermi miserabile e malato. Ma quando ho chiamato a raccolta le energie del  mio cuore, l\x92intelletto è diventato un compagno importante.<br />Oggi a questa unione do il nome di \x93saggezza interiore\x94.<br /><br />Non dobbiamo continuare a temere i contrasti, i conflitti e i problemi con noi stessi e con gli altri perché perfino le stelle, a volte, si scontrano fra loro dando origine a nuovi mondi.<br />Oggi so che tutto questo è \x93la vita\x94.<br /><br />                                                                                               Charlie Chaplin<br />]]></content>
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  1863. <name>Claudio Maffei</name>
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  1866. <title><![CDATA[L'anello e la stima]]></title>
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  1872. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=243"><![CDATA[L\x92Anello e la stima.<br />Un giorno, non importa quando, non importa dove, un discepolo andò dal suo Maestro con un problema:<br />- Mi sento una nullità, non ho la forza di reagire. Dicono che sono un buono a nulla, che non faccio niente bene, che sono un idiota. Come posso migliorare? Che posso fare perché mi stimino di più?<br />- Il Maestro senza guardarlo rispose:<br />- Mi spiace, ma ora non posso aiutarti. Devo prima risolvere un problema mio. Poi, forse. <br />- E facendo una pausa aggiunse:<br />- Se mi aiuti, posso risolvere il mio problema più rapidamente e poi forse posso aiutarti a risolvere il tuo...<br />- Certo, Maestro! - rispose il discepolo, ma ancora una volta si sentì mortificato.<br />- Il Maestro si tolse un anello dal mignolo e lo diede al discepolo:<br />- Monta a cavallo e va al mercato. Devi vendere questo anello perché devo pagare un debito. Occorre ricavarne il più possibile. Ma non accettare meno di una moneta d \x92oro. Va e torna con la moneta al più presto!<br />- Il discepolo prese l\x92anello e partì.<br />- Appena giunto al mercato cominciò ad offrire l\x92anello ai mercanti. Essi guardavano con qualche interesse, finchè il giovane non diceva quanto chiedeva per l \x92anello. <br />- Quando il giovane menzionava una moneta d\x92oro, alcuni ridevano, altri se ne andavano senza nemmeno guardarlo, e solo un vecchietto fu abbastanza gentile da spiegare che una moneta d\x92oro era troppo per quell\x92anello.<br />- Tentando di venire incontro al giovane, arrivarono ad offrirgli una moneta d\x92argento e una coppa di rame, ma il giovane seguiva le istruzioni di non accettare meno di una moneta d\x92oro e rifiutava ogni offerta.<br />- Dopo aver offerto il gioiello a tutti quelli che passavano per il mercato, abbattuto dal fallimento salì a cavallo e tornò. Rimpiangeva di non avere una moneta d\x92oro per poter comprare egli stesso l\x92anello, liberando così dalle preoccupazioni il suo Maestro per poter così ricevere i suoi consigli.<br />- Entrò in casa e disse:<br />- Maestro, mi spiace tanto, ma è impossibile ottenere quello che mi hai chiesto. Forse potrei ottenere due o tre monete d \x92argento, ma non si dovrebbe ingannare nessuno sul valore dell \x92anello.<br />- E\x92 importante quello che dici, - rispose sorridendo. Dobbiamo prima saper il valore esatto dell\x92anello. Torna a cavallo e vai dal gioielliere. Chiedigli a quanto si può vendere l\x92anello. Ma non importa quanto lo valuterà, non venderlo. Riportalo qui.<br />- Il giovane andò dal gioielliere e gli chiese di valutare l\x92anello. Il gioielliere esaminò l\x92anello con una lente, lo pesò e disse:<br />- Di\x92 al tuo Maestro che se vuole venderlo subito non posso dargli più di 58 monete d \x92oro.<br />- 58 MONETE D \x92ORO! - esclamò il giovane.<br />- Sì, rispose il gioielliere, in un altro momento potrei arrivare ad offrire anche settanta monete, ma se ha urgenza di vendere...<br />- Il giovane corse emozionato a casa del Maestro per raccontare quel che era successo.<br />- Siediti, disse il Saggio. E dopo aver ascoltato tutto il racconto, parlò con calma:<br />- Tu sei come questo anello, un gioiello prezioso e unico. Può essere valutato solo da un esperto. Pensavi forse che persone qualsiasi avrebbero potuto scoprire il suo vero valore? <br />- Così dicendo, si rimise l\x92anello al dito.<br />- Tutti noi siamo come quel gioiello. Preziosi e unici, andiamo per tutti i mercati della vita pretendendo che persone inesperte ci valutino. Solo Uno Specialista, Dio, il Grande Gioielliere, conosce il tuo vero valore. Perciò, non accettare mai che la vita smentisca questo...<br />- <br />Riflessioni:<br />Gli altri danno la loro valutazione su quella che è la nostra vita, i nostri comportamenti, le nostre scelte, le nostre azioni\x85 il nostro modo d\x92essere\x85<br />E noi viviamo la vita oscillando tra gioia e tristezza a seconda della valutazione che gli altri ci danno\x85<br />\x85quindi viviamo la vita che gli altri ci costruiscono\x85<br />Da oggi cambia\x85vivi la tua vita e non permettere agli altri di gestire le tue emozioni\x85<br />La vita è TUA ed il giusto valore lo conosce solo la tua Anima\x85nessun altro!<br />«Nessuno può farti sentire infelice se non glielo consenti.» (T. Roosevelt)]]></content>
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  1877. <name>Claudio Maffei</name>
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  1880. <title><![CDATA[Dal burlone al dominatore. Ecco i killer delle riunioni]]></title>
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  1886. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=242"><![CDATA[<br />Burloni e dominatori, se le riunioni non finiscono mai<br /> Vi siete mai divertiti alle riunioni di lavoro, quei meeting interminabili dove vi pare che le idee buone vengano perlopiù impallinate, e quelle mediocri esaltate, peggio che in un'assemblea di condominio di fantozziana memoria? Se sì, provate, la prossima volta che vi capita di annoiarvi, a pensare a queste cinque tipologie di ammazza-riunione, che sono state individuate, ritratte e analizzate dall'editorialista Sue Shellenbarger sul Wall Street Journal . E per tirarvi su, cercate di incasellare in una delle seguenti fenomenologie il boicottatore organizzato di turno. C'è, prima di tutto, il Dominatore, che ha una grande considerazione delle sue idee, e che interrompe di continuo per esprimerle. Poi viene lo Scettico, quello o quella che coltiva la negatività nel cuore, e che aspetta fino a che il consenso è quasi raggiunto per buttare lì un dubbio epocale al quale è impossibile rispondere. <br /><br />Due tipologie, queste, considerate ad alto tasso di molestia, che vanno neutralizzate con fermezza anche per risollevare gli animi dei colleghi, dicendo per esempio: «Perché ti decidi solo ora a porre questa domanda? Non potevi pensarci prima?» e andare oltre, come suggerisce Brenna Smith Patty Johnson, esperta di lavoro e fondatrice della società di consulenza PeopleResults. Appena dopo queste due personalità, nella scala dei killer da riunione, arriva il Divagatore, che se gli lasci la palla la prende così alla larga che condanna al sonno o alla fuga la maggior parte dei presenti. Uscendo per un attimo dalla fenomenologia aziendale ed entrando nella mitologia politica, si narra che durante i lavori della Bicamerale Massimo D'Alema, vicino allo sfinimento, decise di cronometrare i discorsi del senatore Francesco D'Onofrio nonché a iniziare a deliziarci con i suoi origami, per scaricarsi un po'.<br /><br />Più pragmatici, alcuni capi d'azienda contemporanei, sostengono che il Divagatore vada piuttosto distratto, distribuendogli ogni tanto noccioline o, meglio, piccoli cioccolatini, cosa che ha fatto con un certo successo Samir Penkar, consulente di Minneapolis alle prese con due impiegati disturbatori, domati dopo due settimane a colpi di golosità. Poco sotto al Divagatore aziendale compaiono nella scala per tasso di disturbo il Burlone che interrompe di continuo con le sue battute fuori contesto e aspetta che gli altri ridano, e il Complottista un po' musone, quello che se ne sta silente in fondo alla sala per poi svegliarsi alla fine, alla macchinetta del caffè, dicendo che era tutto da rifare e vaticinando scenari apocalittici per l'azienda. <br /><br />Il problema è che, al di là della fenomenologia delle riunioni, si tengono nel mondo lavorativo troppe riunioni, in media 4 ore alla settimana, ed è il principale motivo di insoddisfazione per gli impiegati, al primo posto per il 47 per cento, secondo una ricerca di Salary.com (nel 2008 era al terzo). «La riunione è un gran teatro per dare sfogo alle personalità, e in Italia potremmo aggiungere altri tipi, il buffone, il leccapiedi, l'assenteista» dice il sociologo Domenico De Masi. «Ma è anche un grande alibi, la scena dove si rappresenta quel dramma tragico-comico che spesso è l'azienda, e a volte a tirarla in lungo sono proprio i manager latini che cercano scuse per stare in ufficio perché non amano la famiglia e a casa s'annoiano». E fa notare De Masi che, a differenza dei nostri manager tiratardi, quelli dei Paesi più avanzati in Europa, tedeschi in testa, escono alle 5 del pomeriggio. <br /><br />Ma per scoraggiare tutti, manager e impiegati, e tenersi lontano dalla riunione-monstre, c'è un sistema infallibile che attiene al disagio fisico e che funziona sotto ogni latitudine: mettere il tavolo da riunioni sotto un gelido soffione di aria condizionata e abbassare il termostato nella stanza a 10 gradi prima delle riunione.<br />Maria Luisa Agnese - Corsera<br /><br />]]></content>
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  1894. <title><![CDATA[Spiati 72 anni per scoprire la felicità]]></title>
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  1900. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=241"><![CDATA[NEW YORK \x97 Qual è il segreto della felicità? È possibile, a 20 anni, profetizzare chi è destinato ad una vita lunga, sana e appagante e chi invece morirà presto dopo un\x92esistenza tormentata? Da 72 anni la prestigiosa università di Harvard cerca di rispondere a queste complesse domande attraverso il Grant Study, il più lungo studio del genere mai realizzato fino ad oggi, proprio allo scopo di chiarire i misteri dietro l\x92anelito che agita l\x92umanità, sin dagli albori della storia. <br />E la risposta che offrono i ricercatori è molto semplice: la felicità è amore. Solo chi ama ed è amato non solo dal partner, ma anche da genitori, amici, fratelli, sorelle può essere felice e aspirare ad una vita serena.<br />«La ricerca medica presta troppa attenzione ai malati e troppo poca alla gente sana», teorizzò nel 1938 lo psichiatra di Harvard Arlie Bock nel dare ufficialmente il via al Grant Study, dal nome del suo ricchissimo sponsor, il magnate dei grandi magazzini W.T. Grant. Per studiare il segreto della felicità e la sua evoluzione attraverso le varie fasi della vita, Bock selezionò 268 tra gli studenti più brillanti, ambiziosi e privilegiati di Harvard, impegnandosi a seguirli attraverso carriere, guerre, matrimoni, divorzi, nipoti e malattie, fino alla morte.<br />Harvard a quei tempi era una enclave per soli maschi ricchi \x97 l\x92elite Wasp del New England \x97 e tra i soggetti studiati quattro diventarono senatori, uno ministro, la maggior parte capitani d\x92industria. Ci fu anche un presidente, John Kennedy (ma il suo dossier non potrà essere aperto prima del 2040), un grande giornalista \x97 Ben Bradlee, direttore del Washington Post durante lo scandalo Watergate \x97 e uno scrittore famoso, forse Norman Mailer.<br />Ma i nomi \x97 protetti dalla privacy \x97 della maggior parte resteranno per sempre un mistero. Persino Joshua Wolf Shenk, il primo giornalista a visionare gli archivi del Grant Study, è stato costretto nel lungo saggio pubblicato sulla rivista americana The Atlantic a tacere la loro identità. Ma alla fine Shenk condivide i risultati complessi e spesso contraddittori di George Vaillant, il 74enne psichiatra di Harvard che trent\x92anni fa assunse le redini dello studio, quando molti dei suoi promettenti giovani erano già finiti sulla cattiva strada.<br />Ironicamente un\x92indagine parallela condotta da Harvard dal 1940 su un campione di 456 proletari dei ghetti di Boston \x97 il Glueck Study \x97 giunge a risultati pressoché identici. Compiuti i 50 anni, oltre un terzo del privilegiato campione tradiva sintomi di malattia mentale, alcolismo e dipendenza ai farmaci. Un numero sproporzionato morì prematuramente, spesso suicidandosi. Arlie Bock era sconcertato: «Quando li avevo scelti erano normalissimi», rivela a Vaillant in uno dei documenti recuperati da Shenk.<br />Eppure la metodologia seguita dallo studio era rigorosa.<br />Grazie a generose donazioni federali e private per pagare le costose ricerche, ogni due anni Vaillant chiedeva ai partecipanti di compilare un questionario con domande relative alla loro salute fisica e mentale, la qualità del loro matrimonio, figli, carriera, malattie e pensione. Ogni cinque li sottoponeva a check-up, facendosi consegnare le cartelle cliniche dai loro medici. E ogni quindici anni i soggetti dovevano rilasciare approfondite interviste, rispondendo a domande di natura personale su ogni aspetto della loro vita pratica ed emotiva.<br />La preoccupazione centrale di Vaillant? «Studiare non tanto le problematiche dei soggetti, ma piuttosto il modo in cui essi reagivano a tali problematiche \x97 spiega Shenk \x97 La sua lente interpretativa passava attraverso la metafora psicanalitica di adattamento o risposta inconscia al dolore, ai conflitti, e all\x92incertezza».<br />Lo studente che all\x92inizio gli era apparso più dotato e promettente di tutti è il primo a fare una brutta fine. Dopo un\x92infanzia da sogno in una grande casa con undici stanze e tre bagni, l\x92uomo \x97 figlio di un ricco dottore e di un\x92artista ed ereditiera - si sposò e fece carriera all\x92estero. «Ma poi cominciasti a fumare e a bere \x97 annota diligentemente Vaillant nel suo taccuino \x97. A 35 anni sei sparito, smettendo di rispondere ai nostri questionari. Più tardi ci hanno informati che eri morto all\x92improvviso».<br />Un altro uomo, considerato il clown del gruppo per la sua personalità effervescente ed estroversa, ha finito per sposarsi tre volte e ha fatto tre figli ed innumerevoli mestieri diversi prima di accettare la propria omosessualità, diventando un leader di spicco nel movimento per i diritti dei gay. Ma ormai era troppo tardi e morì a 64 anni, alcolizzato, cadendo dalle scale ubriaco fradicio.<br />Ma il soggetto più intrigante di tutti, secondo Shenk, è lo stesso Vaillant, il geniale ed eccentrico scienziato di Harvard (talvolta si presentava in ufficio in pantofole) considerato l\x92anima dietro un progetto che, in assenza di registrazioni, si avvale esclusivamente delle sue note e personalissime interpretazioni. Nato da una delle famiglie più antiche e aristocratiche del New England, Vaillant restò orfano a 10 anni quando il padre, un uomo di successo e all\x92apparenza felice, si sparò un colpo alla tempia ai bordi della piscina. «Sua madre gettò una coltre di silenzio sull\x92accaduto \x97 rivela Shenk \x97 non vi fu servizio funebre e non rimisero mai più piede in quella villa». Dopo ben tre divorzi, lo psichiatra è tornato con la seconda moglie anche se i suoi figli descrivono la vita col padre come «una guerra civile» e rivelano di aver passato anni senza rivolgergli la parola. «I suoi amici più cari affermano che non sa gestire i suoi rapporti affettivi e la sua intimità», dice Shenk.<br />Anche per questo le conclusioni cui giunge sono emblematiche: «L\x92amicizia, l\x92amore e le buone relazioni con fratelli, sorelle e genitori, sono la vera chiave della felicità \x97 dichiara Vaillant \x97 la felicità è amore. Punto e basta».<br />Shenk è meno perentorio: «Lo studio è iniziato proponendosi di analizzare le vite di quegli individui sotto la lente di un microscopio \x97 scrive sull\x92Atlantic \x97 Ma alla fine quelle vite erano troppo grandi, troppo strane e troppo ricche di sfumature e contraddizioni per essere etichettate». <br />Alessandra Farkas <br />]]></content>
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  1908. <title><![CDATA[I 18 principi di vita del Dalai Lama]]></title>
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  1914. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=240"><![CDATA[1)Tieni sempre conto del fatto che un grande amore e dei grandi risultati comportano grandi rischi.<br />2)Quando perdi, non perdere la lezione.<br />3)Segui sempre le tre \x93R\x94: rispetto per te stesso, rispetto per gli altri, responsabilità per le tue azioni.<br />4)Ricorda che non ottenere quel che si vuole può essere, talvolta, un meraviglioso colpo di fortuna.<br />5)Impara le regole, affinché tu possa infrangerle in modo appropriato.<br />6)Non permettere che una piccola disputa danneggi una grande amicizia.<br />7)Quando ti accorgi di aver commesso un errore fai subito qualcosa per correggerlo.<br />8)Trascorri un po\x92 di tempo da solo, ogni giorno.<br />9)Apri le braccia al cambiamento, ma non lasciare andare i tuoi valori.<br />10)Ricorda che talvolta il silenzio è la migliore risposta.<br />11)Vivi una buona, onorevole vita, di modo che, quando ci ripenserai da vecchio, potrai godertela una seconda volta.<br />12)Un\x92atmosfera amorevole nella tua casa deve essere il fondamento della tua vita.<br />13)Quando ti trovi in disaccordo con le persone a te care, affronta soltanto il problema attuale, senza tirare in ballo il passato.<br />14)Condividi la tua conoscenza. E\x92 un modo di raggiungere l\x92immortalità.<br />15)Sii gentile con la Terra.<br />16)Almeno una volta all\x92anno vai in un posto dove non sei mai stato prima.<br />17)Ricorda che il miglior rapporto è quello in cui ci si ama di più di quanto si abbia bisogno l\x92uno dell\x92altro.<br />18)Giudica il tuo successo in relazione a ciò a cui hai dovuto rinunciare per ottenerlo.<br />]]></content>
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  1922. <title><![CDATA[L'albero degli amici]]></title>
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  1928. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=239"><![CDATA[Esistono persone nelle nostre vite che ci rendono felici per il semplice caso di avere incrociato il nostro cammino. <br />Alcuni percorrono il cammino al nostro fianco, vedendo molte lune passare, gli altri li vediamo appena tra un passo e l'altro. Tutti li chiamiamo amici e ce sono di molti tipi. <br />Talvolta ciascuna foglia di un albero rappresenta uno dei nostri amici.<br />Il primo che nasce è il nostro amico Papà e la nostra amica Mamma, che ci mostrano cosa è la vita. Dopo vengono gli amici Fratelli, con i quali dividiamo il nostro spazio affinché possano fiorire come noi. Conosciamo tutta la famiglia delle foglie che rispettiamo e a cui auguriamo ogni bene. <br />Ma il destino ci presenta ad altri amici che non sapevamo avrebbero incrociato il nostro cammino. Molti di loro li chiamiamo amici dell'anima, del cuore. <br />Sono sinceri, sono veri. Sanno quando non stiamo bene, sanno cosa ci fa felici.<br />E alle volte uno di questi amici dell'anima si installa nel nostro cuore e allora lo chiamiamo innamorato. Egli da luce ai nostri occhi, musica alle nostre labbra, salti ai nostri piedi.<br />Ma ci sono anche quegli amici di passaggio, talvolta una vacanza o un giorno un'ora. Essi collocano un sorriso nel nostro viso per tutto il tempo che stiamo con loro. <br />Non possiamo dimenticare gli amici distanti, quelli che stanno nelle punte dei rami e che quando il vento soffia appaiono sempre tra una foglia e l'altra. <br />Il tempo passa, l'estate se ne va, l'autunno si avvicina e perdiamo alcune delle nostre foglie, alcune nascono l'estate dopo, e altre permangono per molte stagioni. <br />Ma quello che ci lascia felici è che le foglie che sono cadute continuano a vivere con noi, alimentando le nostre radici con allegria.<br />Sono ricordi di momenti meravigliosi di quando incrociarono il nostro cammino.<br />Ti auguro, foglia del mio albero, pace amore fortuna e prosperità. Oggi e sempre........ semplicemente perché ogni persona che passa nella nostra vita è unica.<br />Sempre lascia un poco di sè e prende un poco di noi. Ci saranno quelli che prendono molto, ma non ci sarà chi non lascia niente.<br />Questa è la maggior responsabilità della nostra vita e la prova evidente che due anime non si incontrano per caso.<br />Questa lettera è stata scritta da Paul Montes, missionario sud-americano]]></content>
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  1936. <title><![CDATA[Le volpi in posa per pane e nutella]]></title>
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  1942. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=238"><![CDATA[Ci dice la giovane guida del Parco naturale, che qui sulla spiaggia di Alberese le volpi hanno imparato a mettersi in posa per le foto. Sanno che avranno da mangiare se si lasciano fotografare dai turisti perciò quando li sentono arrivare escono dalla duna e si mettono sedute ferme, con la bella coda in primo piano. I bambini si avvicinano, i genitori scattano, poi danno agli animali un pezzo di panino con nutella, una fetta di salame, una merendina farcita. La guida dice che tutto questo è ovviamente sbagliato e pericoloso: quel genere di cibo fa male alle volpi, e prendere troppa confidenza con loro è rischioso, perché non cessano di essere animali selvatici, ma soprattutto, aggiunge, "è molto triste vedere le volpi mettersi in posa per avere un panino. In fondo così si addomesticano e alla fine smettono di essere vere volpi". È incomprensibile come mai ciò che si capisce a proposito di animali non si riesca ad applicarlo agli uomini. Anche di certi uomini (molti) è triste vederli metter- si in posa per un panino. È vero che venir bene in tv e atteggiarsi per un servizio da rivista nel proprio salotto accresce il guadagno immediato: il panino. Però si perde, alla fine, il bandolo della propria identità. Si rinuncia a essere volpi. A margine del congresso di Rifondazione, di cui Nichi Vendola, prima di ritirarsi dalla corsa per la segreteria, ha detto "ci sarebbe da chiamare il 113, questo non è un partito, è una comunità terapeutica", leggo che la sinistra, a Firenze, si è spaccata sul ritiro del bando di esilio a Dante. L'episodio risale al 1302: sette secoli dopo un paio di consiglieri del Popolo delle libertà propongono la riabilitazione. È solo "marketing culturale", protestano Rifondazione e la sinistra della sinistra. Il Pd sarebbe stato favorevole, ma la proposta di annullare un bando del 1300 è ormai teatro di faide politiche di provincia. Pazienza per Dante, neppure il suo ventesimo pronipote Serego Alighieri sente il bisogno di un gesto "mortificato da polemiche di così bassa lega". Iniziativa ritirata: il Sommo, decretano i radicali di sinistra, deve restare in esilio. Barak Obama dice che dedica un'ora al giorno al silenzio e al pensiero. La mette proprio in agenda: un'ora vuota, "altrimenti perdi il senso di quello che stai facendo". Chissà se gli basterà, auguri. È comunque un buon consiglio per tutti. In una bellissima intervista di Paolo D'Agostini anche Ermanno Olmi parla del silenzio e della lentezza come antidoto al non senso generale. In un passaggio dice due parole sulla Lega, le riporto qui per coloro ai quali fossero sfuggite. "La Lega fa leva su un fastidio, un risentimento. Cosa l'ha alimentato? Quando le popolazioni, anche quelle del Nord, vivevano in uno stato quasi miserabile, l'unico che ti poteva salvare era il Padreterno. E tutti giù a pregare. Oggi fa sorridere ma quel pregare era un modo per darsi un aiuto, come il canto degli schiavi negri. Quella società povera, con la trasformazione industriale, è diventata una società non sempre ricca, ma pervasa da un benessere generale. Che c'è stato, per un momento. Si è sbagliato a fare i conti, a livelli alti della politica e dell'economia. Oggi si è di fronte a un baratro di possibile nuova povertà, avendo oltretutto distrutto la terra. Qual è il risentimento, allora? Tutte queste persone che oggi votano Lega, ma nell'infanzia hanno vissuto quella povertà e hanno conosciuto il beneficio di un benessere sia pur fasullo, se lo vedono messo in discussione dal dover dividere la ricchezza con quelli che ricchi ancora non sono. Chi erano i kapò nei campi di concentramento? Gli stessi prigionieri. Quanti contadini sono diventati piccoli imprenditori? La Lega ha sfruttato il loro risentimento. Quando parlano di sicurezza intendono che colui che potrebbe sottrarmi qualcosa va allontanato. Parlano di sicurezza come dei kapò, mettendo il filo spinato". Auguri anche a Olmi. <br />Concita De Gregorio<br />]]></content>
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  1950. <title><![CDATA[L'uovo di Pasqua lo porta il leprotto!]]></title>
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  1956. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=237"><![CDATA[C'erano una volta un papà leprotto ed una mamma leprotto, che avevano sette leprottini e non sapevano quale sarebbe diventato il vero leprotto di Pasqua. Allora mamma leprotto prese un cestino con sette uova e papà leprotto chiamò i leprottini. Poi disse al più grande: "Prendi un uovo dal cestino e portalo nel giardino della casa, dove ci sono molti bambini."<br />Il leprotto più grande prese l'uovo d'oro, corse nel bosco, attraversò il ruscello, uscì dal bosco, corse per il prato e giunse al giardino della casa. Qui voleva saltare oltre il cancello, ma fece un balzo così grande e con tanta forza che l'uovo cadde e si ruppe.<br />Questo non era il vero leprotto di Pasqua.<br />Ora toccava al secondo. Egli prese l'uovo d'argento, corse via nel bosco, attraversò il ruscello, uscì dal bosco, corse per il prato; allora la gazza gridò "Dallo a me l'uovo, dallo a me l'uovo, ti regalerò una moneta d'argento!" E prima che il leprotto se ne accorgesse la gazza aveva già portato l'uovo d'argento nel suo nido.<br />Neanche questo era il vero leprotto di Pasqua.<br />Ora toccava al terzo. Questi prese l'uovo di cioccolato. Corse nel bosco, attraversò il ruscello, uscì dal bosco e incontrò uno scoiattolo che scendeva, saltellando, da un alto abete. Lo scoiattolo spalancò gli occhi e chiese: "Ma è buono l'uovo?"<br />"Non lo so," rispose il leprotto, "lo voglio portare ai bambini."<br />"Lasciami assaggiare un po'!"<br />Lo scoiattolo cominciò a leccare e poiché gli piaceva tanto, non finiva mai e leccò e mangiucchiò pure il leprotto, fino a che dell'uovo non rimase più nulla; quando il terzo leprotto tornò a casa, mamma leprotto lo tirò per la barba ancora piena di cioccolato e disse: "Neanche tu sei il vero leprotto di Pasqua."<br />Ora toccava al quarto.<br />Il leprottino prese l'uovo chiazzato. Con quest'uovo corse nel bosco e arrivò al ruscello. Saltò sul ramo d'albero posto di traverso, ma nel mezzo di fermò. Guardò giù e si vide nel ruscello come in uno specchio. E mentre così si guardava, l'uovo cadde nell'acqua con gran fragore.<br />Neanche questo era il vero leprotto di Pasqua.<br />Ora toccava al quinto. Il quinto prese l'uovo giallo. Corse nel bosco e, ancor prima di giungere al ruscello, incontrò la volpe, che disse: "Su, viene con me nella mia tana a mostrare ai miei piccoli questo bell'uovo!"<br />I piccoli volpacchiotti si misero a giocare con l'uovo, finché questo urtò contro un sasso e si ruppe.<br />Il leprotto corse svelto svelto a casa, con le orecchie basse.<br />Neanche lui era il vero leprotto di Pasqua.<br />Ora toccava al sesto. Il sesto leprotto prese l'uovo rosso. Con l'uovo rosso corse nel bosco. Incontrò per via un altro leprotto. Appoggiò il suo uovo sul sentiero e presero ad azzuffarsi.<br />Si diedero grandi zampate, e alla fine l'altro se la diede a gambe.<br />Ma quando il leprottino cercò il suo uovo, era già bell'e calpestato, ridotto in mille pezzi.<br />Neanche lui era il vero leprotto di Pasqua.<br />Ora toccava al settimo. Il leprotto più giovane ed anche il più piccolo. Egli prese l'uovo blu. Con l'uovo blu corse nel bosco.<br />Per via, incontrò un altro leprotto, ma lo lasciò passare e continuò la sua corsa. Venne la volpe. Il nostro leprotto fece un paio di salti in qua e in là e continuò a correre, finché giunse al ruscello.<br />Con lievi salti lo attraversò, passando sul tronco dell'albero.<br />Venne lo scoiattolo, ma egli continuò a correre e giunse al prato.<br />Quando la gazza strillò, egli disse soltanto: "Non mi posso fermare, non mi posso fermare!"<br />Finalmente giunse al giardino della casa. Il cancello era chiuso. Allora fece un salto, né troppo grande né troppo piccolo, e depose l'uovo nel nido che i bambini avevano preparato.<br />Questo era il vero leprotto di Pasqua!<br /> ]]></content>
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  1964. <title><![CDATA[La giornata del sorriso una volta al mese]]></title>
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  1970. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=236"><![CDATA[Caro direttore, il mio percorso tra casa e ufficio, a Milano, è di 15 minuti a piedi. Ho l' abitudine di fermarmi per un caffè. Passo davanti ad otto bar tra cui posso scegliere. Li ho provati tutti, alla fine ho scelto quello dove il barista mi accoglie, ogni volta, con un sorriso. Forse il caffè non è il migliore, ma un sorriso vale, in questi tempi complicati, più della qualità del caffè. La giornata inizia sotto un altro segno. Ultimamente chiedo ai miei collaboratori di darmi solo buone notizie, o almeno di iniziare da quelle. La reazione all' inizio è di sconcerto poi, parlandone, ci accorgiamo che le buone notizie possono essere tante, dalla primavera anticipata, alla salute di ciascuno, fino anche a concentrarci sulla parte piena del bicchiere dando meno peso a quella vuota. Chi si occupa di comunicazione sa che l' umore è contagioso, chi fa pubblicità lavora, non a caso, soprattutto sulle emozioni. L' istituto di neuroscienze dell' Università di Parma ha scoperto, anni fa, che nel nostro cervello esistono i «neuroni specchio», cellule nervose che risuonano con l' ambiente esterno generando comportamenti, appunto, «a specchio» rendendo, ad esempio, contagioso il sorriso, così come, purtroppo, anche la depressione e la malinconia. Perché non trasformare, allora, un giorno al mese, magari il primo lunedì, in un «good day», nella giornata in cui tutti si impegnano a sorridere agli altri e a dare solo buone notizie. Sono certo che l' inversione della polarità dell' umore generale porterebbe benefici inaspettati e forse ci aiuterebbe a rendere più sopportabile questa crisi senza precedenti in cui ci dibattiamo senza che, al momento, appaiano all' orizzonte concrete vie d' uscita. Mi rendo conto di quanto questa proposta sia infantile ed utopistica, ma se ha generato un sorriso nel lettore, non sarà stata del tutto inutile. <br />Lorenzo Sassoli de\x92 Bianchi]]></content>
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  1978. <title><![CDATA[In memoria di Fata Prosciutto]]></title>
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  1984. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=235"><![CDATA[Fra i tanti articoli indispensabili che uno si illude di aver scritto, il Buongiorno che ha avuto storicamente il maggior numero di reazioni da parte dei lettori è uno squarcio di vita quotidiana pubblicato nel novembre del 2008. Raccontava della salumiera di un mercato di Torino, la signora Kathy, che ogni giorno, alle 13 e 40, riceveva la visita degli alunni di una scuola media poco distante e a ciascuno offriva un sorriso e una fetta di prosciutto. La signora Kathy non era una missionaria e i ragazzini non erano dei bisognosi. Eppure quel rito quotidiano di assurda e gratuita bontà aveva una sua magia e ogni giorno, alle 13 e 40, i clienti del mercato posavano le borse della spesa e guardavano in direzione della scuola, chiedendosi: ma i ragazzi quando arrivano?<br /><br />Arrivavano, arrivavano sempre. E continuarono a farlo anche dopo l\x92uscita dell\x92articolo. Finché un giorno, alle 13 e 40, sono corsi al bancone ma non hanno più trovato ad accoglierli il sorriso della signora Kathy, ribattezzata Fata Prosciutto. Si era ammalata. I ragazzini hanno continuato lo stesso a recarsi al bancone: non più per il prosciutto, ma per avere sue notizie. Le mandavano saluti, pensieri, preghiere. E quando l\x92altra settimana la Fata se n\x92è andata - perché le fate hanno molto da fare, non possono stare sempre con noi - la chiesa del funerale era stracolma come per una principessa e anche il prete si è commosso. Basta davvero poco per comunicare con il cuore del mondo. È un linguaggio universale che non usa le parole, ma i gesti. A volte anche una fetta di prosciutto.<br />Massimo Gramellini - La Stampa]]></content>
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  1992. <title><![CDATA[McLuhan aveva torto. Nei discorsi dei politici serve più sostanza]]></title>
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  1998. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=234"><![CDATA[«Abbiamo avuto anni di SpotPolitik in Italia, di politica da spot. Almeno dieci. E negli ultimi cinque è stata sempre più invasiva, fastidiosa, pesante». Lo scrive Giovanna Cosenza, studiosa di semiotica all' Università di Bologna, autrice appunto del saggio SpotPolitik (pagine 208, 12) per Laterza: «È la politica - continua - che imita il peggio di ciò che fanno certe aziende italiane con la pubblicità. Quella che pensa che per comunicare basta scegliersi uno slogan generico, due colori per il logo e qualche foto per le affissioni. Quella che riduce la comunicazione a uno spot televisivo, appunto». Come se comunicare, soprattutto con i cittadini, fosse solo una questione di estetica superficiale e scelta grafica. O di cerone per andare in tv. Molti, specie a sinistra, identificano questa comunicazione politica con il berlusconismo. E non c' è dubbio che nel 1994 Berlusconi fu il primo a introdurre anche da noi una commistione fra sistema politico, media, marketing e pubblicità. Negli Stati Uniti questa mescolanza c' era già almeno dalla metà del Novecento. La politica spettacolarizzata e personalizzata non è solo prerogativa italiana, accomuna tutte le democrazie «mature», in diverse dosi e varianti nazionali. Il punto è che la «mutazione» italiana ha qualcosa di specifico: si è quasi completamente staccata dalla realtà dei contenuti. Un po' alla volta tutti i partiti sono stati contagiati. Dal linguaggio volutamente colloquiale di Pier Luigi Bersani a quello «poetico» di Nichi Vendola, si arriva dritti al disastro della corsa dei neutrini nel traforo appenninico (sic) dell' ex ministro dell' Istruzione, Mariastella Gelmini. E a una politica fatta di talk show litigiosi, slogan vacui, gestacci e volgarità. Non che le tecniche di comunicazione non contino. Contano naturalmente. Ma come è scoppiata la bolla speculativa, l' andazzo degli Stati di vivere a debito, dovrà cambiare per forza di cose anche la politica da spot. Giovanna Cosenza sembra ribaltare, di fatto, l' assunto del sociologo dei media e guru della tv Marshall McLuhan. In politica, e non solo, il contenuto (non il mezzo) è il messaggio. Un prodotto scadente, del resto, non sfonda neppure al supermercato. Il packaging (il modo di confezionare un prodotto) influenza le vendite, ma, al dunque, non si può arrivare a trovare «sotto il vestito niente». Una «cattiva politica» porta a una «cattiva comunicazione». E una comunicazione complessivamente «malata» e autoreferenziale, alla fine, ha contribuito a far crollare «la casta» nell' opinione degli italiani. La studiosa fa un paragone con il linguaggio del primo mese di governo di Mario Monti, il libro ne fa un primo bilancio. L' ormai famosa «sobrietà» (nonostante qualche scivolata, proprio da spot, come quella del posto fisso «noioso») costituisce una controprova del fatto che la comunicazione non è solo «un artificio», e che gli «studios» non possono sostituire il valore di ciò che si dice, propone, chiede. Con un' avvertenza: la cattiva comunicazione politica può tornare. Perché, secondo la studiosa, affonda le radici nella «cultura» e nella sociologia del Paese e in questo senso è autenticamente «bipartisan». P.S. Questo termine (declinato nelle più diverse sfumature) sarà il prossimo «spot». Pochi giorni fa, un comunicato stampa ha invitato i giornalisti a un convegno «bipartisan» sulla chirurgia dell' anca! <br />Maria Antonietta Calabrò - Corsera]]></content>
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  2012. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=233"><![CDATA[E' una giornata uggiosa in una piccola cittadina, piove e le strade sono deserte. <br />I tempi sono grami, tutti hanno debiti e vivono spartanamente. <br />Un giorno arriva un turista tedesco e si ferma in un piccolo alberghetto. <br />Dice al proprietario che vorrebbe vedere le camere e che forse si ferma per il pernottamento e mette sul bancone della ricezione una banconota da 100 euro come cauzione.<br />Il proprietario gli consegna alcune chiavi per la visione delle camere. <br /><br />1. Quando il turista sale le scale, l'albergatore prende la banconota, corre dal suo vicino, il macellaio, e salda i suoi debiti.<br />2. Il macellaio prende i 100 euro e corre dal contadino per pagare il suo debito.<br />3. Il contadino prende i 100 euro e corre a pagare la fattura presso la Cooperativa agricola.<br />4. Qui il responsabile prende i 100 euro e corre alla bettola e paga la fattura delle sue consumazioni.<br />5. L'oste consegna la banconota ad una prostituta seduta al bancone del bar e salda così il suo debito per le prestazioni ricevute a credito. <br />6. La prostituta corre con i 100 euro all'albergo e salda il conto per l'affitto della camera per lavorare. <br />7. L'albergatore rimette i 100 euro sul bancone della ricezione. <br /><br />In quel momento il turista scende le scale, riprende i suoi soldi e se ne va dicendo che non gli piacciono le camere e lascia la città. <br /><br />- Nessuno ha prodotto qualcosa<br />- Nessuno ha guadagnato qualcosa<br />- Tutti hanno liquidato i propri debiti e guardano al futuro con maggiore ottimismo <br />;-)]]></content>
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  2020. <title><![CDATA[LUCIO DALLA: la nostra colonna sonora ]]></title>
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  2026. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=232"><![CDATA[<br />La magia della grande musica si scopre quando i grandi cantanti se ne vanno. Ieri milioni di italiani hanno ripercorso in un attimo la propria vita con la colonna sonora di Lucio Dalla, così come avevano fatto alla morte dell\x92altro Lucio nazionale. Caro amico ti scrivo che nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino e se è una femmina si chiamerà Futura\x85<br /><br />Ci sono cascato anch\x92io ed è stato facile, oltre che bellissimo. Il mio Dalla non è quello che avrei conosciuto di persona in anni recenti, e con il quale ho presentato libri, riso, scherzato, persino polemizzato. Il mio Dalla è la notte prima degli esami. Estate 1979, vigilia della maturità, Dalla e De Gregori in concerto con «Banana Republic» allo stadio Comunale di Torino, davanti a casa mia. Durante il giorno coi miei compagni avevamo studiato in cucinino, dove per un curioso gioco di rimbombi si potevano sentire le prove dei musicisti: sembrava che il sax di Dalla fosse in cortile. Ho il ricordo nettissimo di noi che interrompiamo una poesia del Leopardi per affacciarci al balcone e lasciarci trasportare da un suo assolo di jazz. La sera i compagni telefonarono alle mamme per dire che si sarebbero fermati da me a ripassare. Invece andammo allo stadio, confusi fra altri settantamila, ma col cuore che ballava di paura per il giudizio imminente e dei biglietti particolarmente meschini.<br /><br />Eravamo nel settore più lontano dal palco e ancora non esistevano i maxischermi: De Gregori era un puntino, Dalla la metà di un puntino. Ma appena abbracciava il sax e ci soffiava dentro si trasformava in un gigante.<br /><br />E poi, e soprattutto, c\x92erano le sue canzoni sparate nella notte: «Com\x92è profondo il mare», «Piazza grande», «Stella di mare» («Tuuuu come me», e quell\x92uuu gli usciva dalla cassa toracica come un\x92orchestra di cento elementi), «L\x92anno che verrà». Le sapevo tutte a memoria, a differenza delle poesie del Leopardi. Quando partì «Cosa sarà» («che ci fa morire a vent\x92anni anche se vivi fino a cento») guardai il cielo sopra lo stadio e giurai alle stelle che non sarei mai stato un ventenne morto, anzi, avrei fatto di tutto per diventare un centenario vivo. Quella frase cantata a squarciagola alla vigilia dell\x92esame di maturità segnò a tal punto la mia formazione che il giorno in cui, da adulto, conobbi De Gregori gli dissi che era la più bella che avesse mai scritto. De Gregori concordò sulla bellezza della canzone e aggiunse con un sorriso che purtroppo non era sua, ma di Ron e Lucio: lui l\x92aveva solo cantata. È stato uno dei momenti più imbarazzanti della mia vita e anche questo lo devo a Dalla.<br /><br />Chi non lo ha già fatto ieri, può provarci adesso con me. Raccontarsi la vita in un minuto, attraverso le sue canzoni. «4 marzo 1943» (era l\x92unico cantante di cui tutti sapevamo la data di nascita) e mi rivedo bambino triste e solo davanti alla tv in bianco e nero che trasmette il festival di Sanremo. «Disperato erotico stomp» accompagnò i primi viaggi individuali al centro del sesso, con quella mano che «partiva» e non si sapeva mai bene dove ci avrebbe portato. «Anna e Marco», uno dei lenti-cardine dell\x92adolescenza, l\x92importante era tenersi stretti alla ragazza fino a quando Dalla diceva «Anna avrebbe voluto morire, Marco voleva andarsene lontano»: a quel punto si poteva tentare l\x92affondo. «Balla balla ballerino» e ogni volta che la cantavo mi veniva da piangere, persino adesso, chissà perché. «Futura» vantava un posto d\x92onore nella Definitiva, la C90 verde in cui avevo condensato le canzoni da infilare nell\x92autoradio, quando a bordo saliva una certa persona. E ancora un vecchio album, «Il giorno aveva cinque teste», difficile e bellissimo, da ascoltare nei momenti duri, quelli che servono a crescere. «Caruso» è un bagno di notte, un bacio sotto la luna, uno spaghetto divorato sul mare. Chiuderei con «Attenti al lupo», che a trent\x92anni mi salvò da un principio di depressione: non ho più trovato una canzone capace di trasmettermi tanta incomprensibile allegria.<br /><br />Pensavo che questo genere di ricordi non potesse estendersi ai più giovani. Poi verso sera mi è arrivata la mail di una ragazza, si chiama Francesca. «Sto piangendo come una fontana per Lucio Dalla. Mi sento come se fosse morto un vecchio amico. Lui sicuramente non sapeva chi fossi. È ovvio. Credo che questo genere di rapporti emotivi a distanza siderale si possa creare solo con i musicisti. Che tu sia triste, felice, stanca, sola, in compagnia, quando loro cantano hai l\x92impressione che vogliano tirarti su il morale, partecipare alla tua gioia, cullarti prima che tu dorma, farti compagnia. Ti sembra che parlino proprio con te. Magari esagero, ma per me è stato così. Mi mancherà molto». Anche a me.<br />Massimo Gramellini - La stampa]]></content>
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  2034. <title><![CDATA[Cinque regole per vivere meglio nell\x92era 2.0]]></title>
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  2040. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=231"><![CDATA[Prendendo spunto dagli articoli proposti dal New York Times nella rubrica Your brain on Computers, che propongono una visione distopica del rapporto tra essere umano e il computer e suggeriscono come unica soluzione per curare l\x92internet-addiction l\x92abbandono totale dei social network, Alexandra Samuel nel suo articolo prova ad indicare una nuova via d\x92uscita da questo problema, partendo dal presupposto che Internet è una realtà anzi, come lei stessa afferma Internet è una realtà incurabile.<br /><br />La giornalista individua una strada migliore per scappare dai ritmi forsennati e dal frastuono di internet ed evitare di scegliere la via, davvero impraticabile ai giorni nostri, dell\x92abbandono totale del web, proponendo The new unplugging, una filosofia basata su cinque regole fondamentali.<br /><br />Possiamo stare tranquilli, ci rassicura Samuel, The new unplugging non vi richiede di chiudere Facebook o di buttare via l\x92I-Phone!<br /><br />1. Unplug from distraction: di solito, sottolinea la giornalista, quando siamo al computer siamo distratti, molto spesso infatti usiamo contemporaneamente più schermi alla volta: quello del telefono, quello del computer e a volte sullo stesso schermo abbiamo molte finestre aperte o applicazioni che ci rubano energie di continuo e si bevono letteralmente la nostra attenzione. I consigli in questo caso sono pochi e semplici ma molto efficaci: scollegatevi dalla distrazione concentrandovi su un unico schermo, spegnete il cellulare, chiudete la porta, chiudete tutte le finestre e le apps che deviano la vostra attenzione.<br /><br />2. Unplug from FOMO: FOMO è un acronimo che in inglese sta per Fear Of Missing Out , si tratta di una nevrosi che è cresciuta drammaticamente ai tempi di Facebook. La paura di perdersi un evento, una conferenza, una festa, un concerto, secondo Alexandra Samuel si può sconfiggere accettando il fatto che non si può essere ovunque e fare qualsiasi cosa. Ma per chi proprio non riuscisse a concepire ed accettare questa verità, un\x92altra soluzione potrebbe essere cliccare il tasto \x93hide\x94 sugli aggiornamenti di Facebook di tutti quegli amici che amano vantarsi delle loro attività on-line.<br /><br />3. Unplug from disconnection: Ironia della sorte, proprio la nostra vita da eternamente-connessi a volte ci fa sentire meno connessi con le persone che amiamo, con la nostra famiglia ad esempio. Una soluzione per le famiglie e gli amici che vogliono trovare una propria dimensione on-line, può essere quella proposta da Grechten Rubin nel libro Il progetto della felicità l\x92autrice sostiene che ogni coppia e ogni famiglia per essere felice dovrebbe avere un video gioco con cui giocare tutti insieme, un sito o un blog on-line ed un social network attraverso il quale restare connessi.<br /><br />4. Unplug from information overload: il sovraccarico di informazioni è un\x92altra patologia che affligge l\x92uomo nell\x92era di internet, molto spesso chi ne è colpito sceglie di praticare quello che Alexandra Samuel definisce il digiuno digitale. Questi digiuni però hanno un effetto devastante sulla working-life, dunque, anche in tal caso la via di uscita non può essere abbandonare internet, bensì creare una rete di amici e colleghi fidati che possano aiutarci a trovare una via di realizzazione ogni giorno e concentrarsi esclusivamente su ciò che più ci interessa.<br /><br />5. Unplug from the shallows: infine, per non cadere nelle secche della rete, quelle che Nick Carr definisce The shallows, basta semplicemente focalizzarsi quando siamo on-line su attività che creano significati per noi e per gli altri, sui nostri interessi, sulle nostre passioni o perché no, come ricorda Alexandra Samuel, sulla nostra fede religiosa.<br /><br />Concludendo con le parole della giornalista: Internet è una condizione incurabile del nostro tempo, ma questa non può essere considerata una buona notizia fino a quando non troveremo una via per curare i vari dolori e fastidi della vita online.<br /><br />Tratto da The Atlantic Mobile<br />]]></content>
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  2048. <title><![CDATA[14 ricette per il giornalismo]]></title>
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  2054. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=230"><![CDATA[Con notevole stupore, e altrettanto piacere, noto che molti giovani italiani sognano di diventare giornalisti. I master di giornalismo  - oggi la strada maestra verso il mestiere \x96 sono pieni di ragazze e ragazzi determinati e preparati (più di noi trent\x92anni fa), che si dimostrano lungimiranti. Non guardano infatti al momento difficile dell\x92industria, ma alle opportunità e ai nuovi strumenti del mestiere, cui internet ha regalato una terza giovinezza (la prima arrivò col giornale a stampa, la seconda con la televisione).<br /><br /> <br />I futuri colleghi, spesso, chiedono suggerimenti. Ho già offerto, in passato, incoscienti decaloghi; oggi ci riprovo, e allungo. Non stupitevi: chi invecchia ama dare buoni consigli per consolarsi di non poter più dare cattivi esempi (de la Rochefoucauld, ripreso da De Andrè). Alcuni di noi, bisogna dire, riescono ad abbinare le cose: forniscono, insieme, consigli inutili ed esempi discutibili.<br /><br /><br />1.       Impegnatevi a fondo. Non perdetevi in chiacchiere e non mostrate indecisione. Se un giorno volete diventare giornalisti dovete esserne certi.<br /><br />2.       Imparate l\x92inglese! Non lo ripeterò mai abbastanza. Nell\x92industria in cui state per entrare buona parte della forza-lavoro parla inglese.<br /><br />3.       Non rubate. Anzi, non fate nulla che vi farebbe fare brutta figura alla macchina della verità.<br /><br />4.       Siate sempre puntuali.<br /><br />5.       Non accampate scuse, non incolpate gli altri.<br /><br />6.       Non datevi mai per malati. A meno che non vi amputino un arto, abbiate un\x92emorragia arteriosa, ferite al petto invalidanti o muoia un parente prossimo.<br /><br />7.       Pigrizia, sciatteria e lentezza sono cattive qualità. Intraprendenza, ingegnosità e iperattività sono buone qualità.<br /><br />8.       Siate preparati ad assistere a ingiustizie e follie umane di ogni sorta. Senza che vi mandino in tilt o vi avvelenino l\x92umore. Dovrete semplicemente sopportare le contraddizioni e le iniquità di questa vita.<br /><br />9.       Aspettatevi sempre il peggio. Da tutti. Ciononostante, non permettete che questa prospettiva negativa influenzi il vostro rendimento. Buttatevi tutte alle spalle. Ridete di ciò che vedete e sospettate.<br /><br />10.    Cercate di non mentire.<br /><br />11.     Evitate i giornali e i programmi che portano il nome del proprietario scritto sopra la testata. Quelli che mandano cattivo odore. E quelli dal nome buffo o patetico; stonerà sul vostro curriculum.<br /><br />12.    Pensate al curriculum! Che effetto farà su chi sta vagliando una pila di email il fatto che non abbiate mai lavorato nello stesso posto per più di sei mesi?<br /><br />13.    Leggete! Leggete giornali, libri sul giornalismo e riviste. Sono utili per tenersi aggiornati sulle tendenze dell\x92industria e per rubare idee.<br /><br />14.    Prendete le cose con umorismo. Ne avrete bisogno.<br /><br />P.S. Questi consigli vengono da \x93Kitchen Confidential\x94 di Anthony Bourdain  (Feltrinelli). Ho semplicemente sostituito \x93chef\x94 con giornalista, \x93cucina\x94 con giornalismo, \x93ristoranti\x94 con giornali e \x93lingua spagnola\x94 con lingua inglese. Le ricette del successo professionale sono le stesse dovunque, ragazzi.<br /><br />Beppe Severgnini - Corsera]]></content>
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  2062. <title><![CDATA[Non usa mai il congiuntivo. Devo insistere o lascio correre?]]></title>
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  2068. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=229"><![CDATA[Da un bel po' di tempo, il congiuntivo è quasi sempre sostituito dall'indicativo e il condizionale è fantasma. Per capire l'importanza di questi modi verbali bisogna ricordare che ognuno nasce da un'immagine della mente, e ne suscita una. Il congiuntivo indica una possibilità: usarlo (bene) vuole dire distinguere tra ipotesi e realtà, fantasia e concretezza. Con esso si dà forma a emozioni che colorano il pensiero, il modo di comprendere e inventare la realtà. Senza il congiuntivo, ci si limita a un «reale» perlopiù contemporaneo, ma anche futuro, come se il futuro non avesse sorprese, fosse solo un presente un po' più in là. «Sono contenta che tu sia qui». Ci sei e sono contenta. Avresti potuto non esserci. Tu o il destino avete scelto che tu sia qui. «Sono contenta che sei qui»: ci sei, e basta. Quanto al condizionale, indica un evento che può succedere soltanto se si verifichino determinate condizioni. Possederlo significa avere introiettato la relazione causa-effetto: «Se passassi l'esame, andrei in vacanza». È tutto sospeso all'incerto del passar l'esame. «Andrò se passerò l'esame»: è lo stesso concetto, ma appiattito. Manca il dubbio, l'ansia. La struttura profonda del linguaggio, logica e astratta, s'impoverisce a favore dell'esperienza diretta. Sostituito dall'indicativo sta sparendo anche il passato remoto, che indica avvenimenti compiuti, lontani nel tempo. È il fondamento della storia; la sua assenza attualizza tutto, togliendo la prospettiva temporale, rendendo difficile la comprensione delle cause. L'indicativo è più coinvolgente, perché attualizza, ma distoglie dall'esame obiettivo, dalla riflessione emotivamente distaccata. Anche l'uso dei sinonimi è sempre più limitato. Peccato, perché usare le gradazioni dei vocaboli vuole dire esprimere bene, senza ferire la fantasia, quell'antidoto alla noia che si nutre delle differenze.<br />Federica Mormando, psicoterapeuta]]></content>
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  2076. <title><![CDATA[Era una bella salita]]></title>
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  2082. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=228"><![CDATA[Oggi camminavo in montagna.<br />Era una bella salita.<br />Di quelle che intraprendo ingenuamente per vedere se trovo l\x92illuminazione, per poi scoprire confermata una verità che ho letto da qualche parte, che diceva che l\x92illuminazione che trovi in cima alle montagne è quella che hai messo nello zaino quando sei partito.<br />Beh\x85 comunque sia, ho notato che quando cammini in montagna succede una cosa bella.<br />La gente ti saluta.<br />E questa è, a mio giudizio, una bella cosa.<br />Come un segno di rispetto.<br />Quelli in discesa cedono il passo a quelli in salita.<br />Come un segno di rispetto.<br />Quando ti fermi in un luogo dove altri riposano, ci si stringe e ci si offre qualcosa.<br />Come un segno di rispetto.<br />Quando vedi uno che si siede lungo la via o si appoggia ad un albero gli chiedi se è tutto a posto.<br />Come un segno di interesse disinteressato.<br />Allora mi chiedevo perché in montagna sì e in centro o in treno o in autogrill no?<br />Immagino che se lo chiedano in tanti.<br />Non faccio il filosofo e nemmeno il sociologo  e quindi le mie risposte sono un po\x92 quelle che potrebbe avere dato mia nonna, che non aveva superato la terza elementare, e che non si è mai addentrata nei temi dell\x92anima e dei mutamenti culturali.<br />Tra i ciottoli e i cespugli del sentiero che percorrevo ho ipotizzato questa banale argomentazione:<br /><br />1. in montagna si suda e si fatica;<br />2. in montagna non c\x92è folla;<br />3. in montagna è evidente che in qualsiasi momento la tua sicurezza potrebbe diventare necessità di aiuto;<br />4. in montagna è evidente che tu sei un pezzo accessorio del Creato, che vive e sta bene anche senza di te e proprio per questo diventi tu, e i tuoi simili, raro e prezioso\x85 e delicato e fragile.<br /><br /> <br />Allora, come un piccolo miracolo inaspettato rispunta quel sentimento che ti fa pensare che dopotutto una vita senza rispetto è proprio una vita di merda.<br />E una altra vita è possibile.<br />Molto più piena e soddisfacente.<br />E passa attraverso un meccanismo antico che tendiamo a dimenticare perché siamo tutti presi dal desiderio di eternità, di volare soli verso il sole come Icaro.<br />E ti ricordi che, in montagna, non hai proprio tempo da buttare e sprecare ignorando gli altri che come piccoli asteroidi ti schizzano vicini.<br />In quegli asteroidi impazziti c\x92è un pezzo di noi . Che senza praticare il rispetto perderemo per sempre.<br />E sarebbe un peccato, anche in centro.<br /> <a href="sebastianozanolli.com" target="_blank">Sebastiano Zanolli</a>  ]]></content>
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  2090. <title><![CDATA[Manuale del controfighetto ]]></title>
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  2096. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=227"><![CDATA[«Tu fai parte del segmento di mercato più odioso. Quello dei controfighetti», mi disse il grande industriale inventore di vari brand. «Quando qualcosa va di moda, voi fate il contrario. Siete una fatica per chi produce». Me lo disse anni fa; da allora, lusingata ma colpevolizzata, ho cercato di analizzare il complesso rapporto con le marche dei miei simili. Effettivamente non simpatico. Inevitabilmente oggetto d\x92ironia: in America è diventato un filone, dal saggio Bobos in Paradise di David Brooks sullo stile di vita dei «borghesi bohémien» (addirittura) alla nuova sitcom Portlandia, che fa molto ridere sulle ossessioni ecocompatibili e glocali degli «hipster», i giovani e finti giovani liberal più ganzi di tutti. Alla fine, speculare ai consumi vistosi dei griffe-dipendenti: il controfighetto spende in modo accurato, maniacale e, a suo modo, molto attento ai brand. Perché, come spiega tra gli altri Vanni Codeluppi nel suo Il potere della marca (Bollati Boringhieri), negli ultimi anni c\x92è stato «un passaggio dalla marca che mostra di vivere come vorrebbe vivere il consumatore a quella che fa vedere di pensare esattamente come quest\x92ultimo». Quindi (antropologicamente parlando) la marca o finta non-marca che scegliamo deve essere «buona da mangiare» (o da indossare, ma nel nostro caso di controfighetti slow-foodisti l\x92edibilità è importante) ma soprattutto «buona da pensare». Insomma, il contrario di una pelliccia, di una merendina nella plastica, di un capetto o di un accessorio che identifica il portatore come una vittima della pubblicità e delle tendenze. E invece, una merce (sempre merce è) che distingue (comunque distingue, comunque indica come parte di un gruppo) dai rintronati dagli spot tv, dai trucidi che parcheggiano il Suv sui marciapiedi, dalle finte bionde. Poi alcune controfighette sono finte bionde, ma lo sono grazie a parrucchieri più cari che usano «tinte naturali», poi vai a sapere. Poi vai a sapere se i controfighetti non sono brandizzati: a volte lo sono, in modo segreto e perverso. La marca non deve essere visibile, casomai riconoscibile grazie a codici nascosti. E certe marche sono irresistibili, anche per loro. Principalmente, si tratta di marche di scarpe, di golf di lana pregiata, di alimenti natural-gourmet, di vino (con la recessione i controfighetti si buttano vieppiù su vino e cucina in casa, prima viene lo stomaco poi vengono le marche, parafrasando Brecht).<br />Maria Laura Rodotà-Corsera]]></content>
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  2104. <title><![CDATA[Un augurio speciale]]></title>
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  2110. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=226"><![CDATA[Racconta una bella leggenda araba che due amici viaggiavano nel deserto.  A un certo punto del viaggio, ebbero un\x92accesa discussione.<br />Uno dei due, offeso, senza dire nulla prese una bacchetta e scrisse sulla sabbia:\x94 Oggi, il mio migliore amico, mi ha dato uno schiaffo in faccia\x94.<br />Continuarono il viaggio e arrivarono ad un\x92oasi dove decisero di fare un bagno. <br />Quello dei due che era stato offeso rischiò seriamente di  affogare e venne salvato dall\x92amico.  <br />Quando si fu ripreso, prese uno scalpello e scrisse su una pietra: \x93Oggi, il mio migliore amico mi ha salvato la vita\x94.<br />L\x92amico, incuriosito, gli chiese: \x93 Perché dopo che abbiamo litigato hai scritto nella sabbia e ora scolpisci una pietra? L\x92altro, sorridendo, rispose: \x93Quando un grande amico ci offende dobbiamo scrivere sulla  sabbia affinché il vento dell\x92oblio e del perdono cancelli l\x92offesa.<br />Quando qualcuno ci  fa qualcosa di grandioso dobbiamo inciderlo sulla pietra  e serbare memoria nel nostro cuore affinché nessun vento del mondo possa cancellarlo\x94.<br />                                                                                Autore anonimo<br /><br />In questo anno nuovo auguro a tutti voi che i dispiaceri siano portati via dal vento e che siate capaci di tenere sempre le cose buone scolpite nel vostro cuore come su una pietra. <br />]]></content>
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  2118. <title><![CDATA[Intervista a Wayne W. Dyer]]></title>
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  2124. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=225"><![CDATA[Una delle cose che mi ha più intrigato negli anni è stato scoprire quanta gente si senta priva di scopo e cerchi di dare un senso alla propria vita. Ho sentito spesso chiedere qual è il mio scopo?<br />Come faccio a trovarlo? Sento che mi sta sfuggendo qualcosa e così via. E ho sempre pensato che il vero scopo della vita sia essere felici, viverla appieno, aprirsi e raggiungere una meta un vero solido punto di arrivo. Troppe persone passano la loro esistenza cercando continuamente un altrove e non arrivano da nessuna parte. Uno dei modi per comprendere qual è esattamente il proprio scopo nella vita e quello di ritornare alla natura, di riscoprire la propria natura.<br />Qualche anno fa ho scritto un libro \x93Cambia i tuoi pensieri, cambia la tua vita\x94 basato sugli antichi insegnamenti di Lao Tzu contenuti nel libro Daodejing. Lao Tzu ci ricorda che tutto l\x92essere ha origine nel non essere : Gesù nel nuovo testamento dice che la fonte della vita è nello spirito e che non siamo figli dei nostri genitori noi in realtà proveniamo tutti da questo luogo chiamato spirito. Quando ognuno di noi viene al mondo proviene da una piccola infinitesimale gocciolina di protoplasma umano, da un puntino se volete e tutto ciò che era contenuto in quel puntino, dal quale proveniamo, è tutto ciò di cui abbiamo davvero bisogno. Dovunque andiamo siamo tutti circondati da una serie di persone, la nostra famiglia, la nostra cultura le quali iniziano a convincerci che non possiamo credere in chi siamo. Dobbiamo credere in qualcosa che è fuori di noi, la meta del viaggio, la nostra ambizione. Dal momento in cui diciamo \x93adesso comando io\x94 introduciamo una impurità, rompiamo questa perfezione ed escludiamo il nostro creatore gli diciamo così: tu stai fuori! Chi sta parlato è l\x92ego, l\x92ego è la parte di noi che inizia a dirci la persona che sei  non è la creazione perfetta di Dio, quella particella di dio da cui tutti proveniamo, non dice questo, l\x92ego dice ti sei solo quello che hai. Iniziamo con i nostri giocattoli, poi con il nostro conto in banca e con tutte le cose che possediamo, senza accorgercene finiamo per l\x92identificarci con i beni che possediamo e cominciamo a prendere per veri concetti come: \x93più cose possiedo più acquisto valore come persona\x94. Così passiamo la nostra vita a condizionare ad immergere anche i bambini in una cultura  che dà importanza  al di più, ciò diventa quasi un mantra dell\x92ego. Dobbiamo avere di più, ma più cose abbiamo più ci rendiamo conto di quanto le altre persone cerchino di portarcele via.  Dunque il secondo elemento dell\x92ego è l\x92idea secondo cui non siamo solo quello che abbiamo ma anche ciò che facciamo e ciò che facciamo per noi diventa realizzazione di sé, così in questo mondo, che ritiene che ognuno sia quello che fa, veniamo consumati dall\x92idea che il successo, il valore, l\x92immagine che abbiamo di noi  si basi su quanto riusciamo ad ottenere per cui dobbiamo fare più soldi, avere delle promozioni sul lavoro ed essere in competizione con tutti per ottenere ciò che vogliamo. Questo ci viene detto e ripetuto continuamente fin da ragazzini nelle gare di atletica, ci dicono che la cosa più importante è essere sempre il numero 1, essere sempre il primo davanti a tutti gli altri e così ci abituiamo a crescere con questo atteggiamento di competizione  credendo che sia normale vivere in un mondo competitivo. E\x92 questo l\x92inganno dell\x92ego.<br />Un terzo aspetto della cosa è che crediamo di essere ciò che gli altri pensano di noi quindi che siamo la nostra reputazione, il che è particolarmente importante per gli adolescenti ai quali si insegna a vestire come si vestono gli altri. Se non piacciamo agli altri c\x92è qualcosa di sbagliato in  noi. Essendo consumatori dobbiamo comprare sempre qualcosa di nuovo e questo è particolarmente evidente per le donne soprattutto nelle relazioni familiari. Nella nostra cultura, nella nostra società viene insegnato loro che la sola via per realizzare se stesse è trovare il modo di rapportarsi alla famiglia rapportarsi come figlia, rapportarsi come madre, rapportarsi come nonna e anche se l\x92aspetto della procreazione è molto importante nella vita di ogni donna a patto che sia una sua scelta non è l\x92unica scelta possibile, molte donne sentono in se stesse una specie di voce interiore come una chiamata a compiere qualcosa di grande a offrire un contributo, ma molto spesso la ignorano. Così io cerco sempre di incoraggiarle ad ascoltare, a non ignorare questa chiamata, a non ignorare quella parte di sé che dice: \x93sei venuta al mondo per creare qualcosa di potente di grande e hai tutti i diritti e tutte le capacità di farlo, se vuoi, come chiunque altro\x94. L\x92ego ha uno schema mentale fortissimo in cui la persona che siamo è separata da tutte le altre. Un'altra parte dell\x92ego ci dice poi che siamo separati anche da tutto ciò che ci manca nella vita, cioè da tutto quello che vorremmo avere. Infine, l\x92ego ci porta a commettere l\x92errore più grande di tutti, ci convince che siamo separati dall\x92Universo. Uno dei costrutti più semplici che impariamo quando arriviamo al pomeriggio della nostra vita, è che capiamo di avere tutti una sola origine, può essere Dio, può essere il Dao, la natura, lo spirito, non è importante come la si chiami. Tale origine è dovunque non esiste un posto dove non ci sia, ci deve essere perché crea tutto, tutto proviene da questa fonte e deve essere anche in me se è vero che non esiste un posto in cui non ci sia e se deve essere in me deve essere anche in tutte quelle cose che sembrano mancare nella mia vita. Se comprendiamo questo allora in qualche modo comprendiamo anche di essere già collegati spiritualmente a tutto ciò che ci manca e che vorremmo avere. Quindi occorre solo trovare il modo di accettare tale legame, di riconoscere di essere già interconnessi  e lasciare che ogni cosa segua il suo corso naturale.<br />]]></content>
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  2132. <title><![CDATA[Capirsi con il cuore]]></title>
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  2138. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=224"><![CDATA[Tu come hai fatto a capire che quella è la strada per te, il modo in cui giocarti la tua intera vita?».<br />Così mi ha scritto una ragazza di 16 anni, dopo aver finito di leggere «Cose che nessuno sa», mentre stavo scrivendo questo articolo.<br /><br />Si può morire restando vivi. Si muore in molti modi e il più diffuso è quello della solitudine causata dall\x92assenza di possibilità di raccontare la propria storia, unica e irripetibile, a qualcuno. Amiamo e vogliamo essere amati perché ci sia almeno un interlocutore a cui poterla raccontare questa nostra benedetta vita così grande e fragile. Alcuni giovani muoiono da vivi, per assenza di racconto. Il mondo che dovrebbe ascoltare le loro vite, quello degli adulti, giudica la loro tela assurda, prima ancora che tratti e colori di quella storia si siano potuti dispiegare.<br />Si muore giovani, e non perché cari agli dei, ma perché disprezzati da loro. Non per una guerra cruenta, ma per mancanza di sguardo: una vocazione, una unicità, per essere ha bisogno di essere percepita.<br /><br />La gioia di vivere - mi hanno insegnato i miei genitori e maestri - non dipende dal successo, ma dal fatto di occupare il proprio posto nel mondo, nella fedeltà a quello che siamo chiamati a essere e fare, sulla base dei nostri talenti e dei nostri limiti, la conoscenza dei quali ha il suo spazio privilegiato nell\x92infanzia, nell\x92adolescenza e nella prima giovinezza. Ciascuno di noi è la propria vocazione, la propria chiamata, il proprio compito. Sul tempio di Apollo a Delfi c\x92era scritto «Conosci te stesso». Da lì prese le mosse il pensiero occidentale ed è lì che bisogna guardare per questa crisi che è prima ancora che economica, una crisi di senso e di identità.<br /><br />Eraclito disse che il carattere dell\x92uomo è il suo destino. Platone immaginò nel mito di Er che un «dàimon» ci affiancasse, perché il destino di ciascuno si compisse. Tutti sappiamo che qualcosa ci chiama a percorrere un certo cammino. Magari non si tratta di un annuncio eclatante, ma di piccole spinte (un libro, un film, un incontro, un fatto...) verso una strada, mentre eravamo persi in una selva di vie possibili. Ognuno di noi è irripetibile e la libertà, diceva Hannah Arendt, è «esserci per un nuovo inizio»: a ciascuno di noi è affidato il proprio sé come inizio, compito e compimento. Solo questo genera gioia di vivere: armatura forte di fronte ai fallimenti, spada che consente di non rifugiarsi, impauriti dalla vita, in autismi virtuali ed emotivi (dipendenze di ogni tipo).<br /><br />Quando un adolescente cerca di spiegare la propria strada, senza rendersene conto porta la mano al cuore, come se intuisse il mistero di sé. È uno dei momenti del mio mestiere di insegnante che amo di più: quando si «accorano», si attorcigliano attorno al proprio cuore per ascoltarlo e spesso accade quando sono ascoltati. Sarà proprio la scoperta di questa unicità, percepita, preservata, ricordata, difesa da chi ci ama a dare senso al quotidiano vivere, anzi proprio a quel ripetitivo copione darà brillantezza e novità. Questo vale in ogni epoca e in ogni congiuntura storica, anche e soprattutto le crisi, durante le quali si è costretti ad andare all\x92essenziale. Questo ai giovani non può e non deve essere tolto: la bellezza che alberga nell\x92unicità di ciascuno ha bisogno di ricevere uno spazio, un riconoscimento, per non morire. Questo spazio è la famiglia, questo spazio è la scuola.<br /><br />I ragazzi chiedono ogni giorno questo riconoscimento. Hanno nostalgia di uno sguardo che riconosca la loro unicità, che non giudichi e inscatoli la loro vita prima ancora di averla accettata nel suo straordinario, scomposto, contraddittorio emergere, che è già segno di ricerca. Questo mi chiedono ogni giorno: «Aiutami ad essere me stesso». I giovani di oggi hanno questa fame, io lo vedo, ma questa fame di sé, questa fame di destino, questa fame di futuro è stordita dalla sazietà del benessere. Se non ho fame di futuro il mio presente sparisce. E ha un sogno solo chi si ferma a considerare i mezzi che ha per attuarlo. Ma se invece di conoscermi sonnecchio per riuscire a digerire l\x92eccesso di portate di cui vengo ingozzato, sarà tardivo e brusco il risveglio: chi sono io e che ci faccio qui?<br /><br />Se so chi sono e che ci faccio qui è perché a 16 anni ho trovato chi mi aiutasse a unire i pezzi ancora sconnessi del puzzle della mia vita e a percepirmi come compito da realizzare. A 16 anni ho deciso di diventare insegnante perché avevo un insegnante che amava non solo ciò che insegnava, ma amava la mia vita con la sua irripetibilità. A 16 anni ho deciso che volevo dedicare la vita ai ragazzi perché il professore di religione della mia scuola, padre Puglisi, si lasciò ammazzare per provare a cambiare le cose.<br /><br />A 16 anni i miei genitori mi hanno messo alla prova, e io che li mandavo a quel paese come ogni adolescente, in realtà toccavo la reale consistenza dei miei sogni. Questi mentori mi hanno insegnato che non è il successo il criterio per essere sé stessi, ma che essere se stessi è il successo. Molti ragazzi rimangono paralizzati all\x92idea che non riusciranno a realizzare i loro sogni e questo è il veleno di una società che lavora per produrre, comprare e consumare, anziché lavorare per costruire un tempo buono e ampio per appartenersi e appartenere attraverso relazioni e amicizie vere.<br /><br />Se il criterio di giudizio dell\x92agire è il successo, si rimane prigionieri di un destino crudele, che può schiacciare prima ancora di mettersi in movimento. Invece ciò che rende felici è realizzare la propria vocazione, indipendentemente dal riconoscimento «della folla». Si può avere successo come madre, come insegnante, come panettiere. Basta essere pienamente ciò a cui si è chiamati.<br /><br />È la crisi ad aver rubato ai giovani il futuro? No. La crisi farà venire più fame, costringerà a non accontentarsi del benessere per essere felici. Il futuro ai giovani lo rubano gli adulti che non li guardano, gli adulti che occupano i posti di potere e se ne fregano del bene comune, gli adulti che fanno diga per l\x92ingresso di nuove leve negli ambienti di lavoro, gli adulti che non sono disposti a mettersi al servizio della generazione successiva passando il testimone. Come tanti Crono se ne stanno seduti a digerire i figli che loro stessi hanno messo al mondo.<br /><br />I sistemi educativi dovrebbero riconsiderare le loro priorità. Cominciamo a credere nella unicità delle vite che ci sono affidate, serviamole togliendo qualcosa al nostro egoismo. La cena con i figli è più importante di una pratica di lavoro sbrigata la sera tardi, una moglie stanca dopo una giornata infernale è più importante di una partita di calcio in tv, un alunno è più del suo 4 o del suo 8...<br /><br />Dalla famiglia e dalla scuola si può ripartire: non si richiedono riforme strutturali, ma riforme del cuore e della testa. In famiglia e a scuola ho imparato a occuparmi degli altri e a non pensare di essere il centro del mondo. In famiglia e a scuola ho scoperto la mia vocazione.<br />Lo aveva già scritto in pochi versi Dante quando il suo maestro, Brunetto Latini, gli disse: «Se tu segui tua stella/ non puoi fallire a glorïoso porto/ se ben m\x92accorsi ne la vita bella/ e s\x92io non fossi sì per tempo morto/ veggendo il cielo a te così benigno/ dato t\x92avrei a l\x92opera conforto».<br />Alessandro D'Avenia La Stampa<br />]]></content>
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  2146. <title><![CDATA[Io e McCartney: quando Paul studiava con me]]></title>
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  2152. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=223"><![CDATA[C' era una volta Paul McCartney, seduto da solo a tu per tu con me, a 50 centimetri di distanza, come mi capita tutti i giorni con i miei familiari o gli amici intimi, ma mai e poi mai, avrei pensato fino a quel momento, con una delle poche vere leggende viventi del nostro tempo. E invece era lui, in carne e ossa, quell' aria da eterno ragazzino che da decenni il mondo conosce e idolatra. L' ex Beatle che stasera suonerà al Forum di Assago. Siamo nel 2003: l' azienda per cui lavoravo allora, la Telecom, ho organizzato due concerti di McCartney al Colosseo. Un' iniziativa improba, con complicazioni immani; ma finalmente, quella sera di maggio, siamo lì, pronti. Lui è caricatissimo; lo abbiamo capito durante la prova suono, un lungo esercizio dove ha suonato classici come Lady Madonna o All My Loving . In pochi fortunati, abbiamo assistito dietro le quinte, colpiti dalla padronanza assoluta con cui governa la scena: chiede «chi» controlla «cosa», gli basta uno sguardo per assemblare ogni dettaglio Il primo concerto si tiene il sabato alle 9 e mezza. Tre quarti d' ora prima mi dicono che sir Paul ha bisogno di una mano per alcune traduzioni; chiedono se posso mandargli qualcuno. Non ho il minimo dubbio: «Vengo io», dico, e con mia moglie e mio figlio veniamo introdotti nella grande tenda da campo allestita per il backstage, arredata in stile orientale: tappeti alle pareti, come arazzi, fiori, frutta, vini pregiati. C' è da aspettare; ci sediamo in una specie di salotto dove troviamo un tipo da solo che ci saluta amabile, ci versa da bere e chiacchiera di quello che capita. Solo dopo una ventina di minuti realizzo che stiamo parlando con Bob Geldof. Quando «Macca» mi manda a chiamare, all' inizio del concerto mancano ormai soltanto dieci minuti. Lui è seduto in un camerino austero, solo, concentratissimo. La T-shirt arancione spicca sui divani bianchi. Non ci sono convenevoli; ho appena il tempo di notare la sua pelle un po' troppo tirata. «Devo dire alcune frasi in italiano - spiega -, ho bisogno di una traduzione e di sapere come si pronunciano correttamente». Mi siedo al suo fianco, cominciamo. «Welcome to Rome», legge da un foglio di grande formato. Traduco, e lui trascrive con un pennarello su un altro grande foglio, con la grafia inglese; poi legge l' italiano a voce alta. Naturalmente la pronuncia è approssimativa: lo correggo. Ripete; e ancora, e ancora, e ancora. Si ferma solo quando approvo. Sono stupefatto. Sto con un signore che ha cambiato il mondo con le sue canzoni, che potrebbe tranquillamente rivolgersi al pubblico in inglese, e invece vuole esprimersi nella mia lingua, e per di più senza errori. Per farlo, accetta di essere corretto come uno scolaretto delle elementari: un' umiltà e un perfezionismo che mi dicono come si diventa un Beatle più di mille trattati. Le frasi si succedono; sono tutte piuttosto banali, semplici da tradurre, ma riguardano i suoi affetti principali: Linda e Heather, John, George... è come passare in rassegna la sua vita: «Al mio amico George piaceva suonare l' ukulele, per presentare Something ; «Questa è per Linda», e così via. Guardo l' orologio; non oso dirglielo, ma siamo ben oltre l' orario di inizio. Procediamo imperterriti: «Ho scritto questa canzone dopo la morte di John». «Cerca di dire canzone, non cansone», insisto. Questo è più difficile: la riproviamo almeno dieci volte. Dall' inizio dell' incontro è passata una mezz' ora. Il congedo è velocissimo: ormai il ritardo rischia di diventare eccessivo. «Com' è andata, che tipo è?», incalzano i miei amici all' uscita. «È stata un' incredibile lezione di metodologia», rispondo. Non ho mai cambiato idea.<br />Andrea Kerbaker - Corsera]]></content>
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  2157. <name>Claudio Maffei</name>
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  2160. <title><![CDATA[Le due anfore]]></title>
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  2166. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=222"><![CDATA[Ogni giorno un contadino portava l\x92acqua dalla sorgente al villaggio in due grosse anfore che legava sulla groppa dell\x92asino, che gli trotterellava accanto. Una delle anfore, vecchia e piena di fessure, durante il viaggio, perdeva acqua. L\x92altra, nuova e perfetta, conservava tutto il contenuto senza perderne neppure una goccia. L\x92anfora vecchia e screpolata si sentiva umiliata e inutile, tanto più che l\x92anfora nuova non perdeva l\x92occasione di far notare la sua perfezione:\x94 Non perdo neanche una stilla d\x92acqua, io!\x94. Un mattino, la vecchia anfora si confidò con il padrone: \x93Lo sai, sono cosciente dei miei limiti. Sprechi tempo, fatica e soldi per colpa mia. Quando arriviamo al villaggio io sono mezza vuota. Perdona la mia debolezza e le mie ferite\x94. Il giorno dopo, durante il viaggio, il padrone si rivolse all\x92anfora screpolata e le disse: \x93Guarda il bordo della strada\x94. \x93E\x92 bellissimo, pieno di fiori\x94. \x93Solo grazie a te\x94 disse il padrone. \x93Sei tu che ogni giorno innaffi il bordo della strada. Io ho comprato un pacchetto di semi di fiori e li ho seminati lungo la strada, e senza saperlo e senza volerlo, tu li innaffi ogni giorno\x94.]]></content>
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  2171. <name>Claudio Maffei</name>
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  2174. <title><![CDATA[Federica Ghetti e la cultura di un'impresa alternativa]]></title>
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  2180. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=221"><![CDATA[\x93Non prendersela più del necessario e vivere la vita con intensità e gioia.\x94 E\x92 questo il messaggio di Federica Ghetti,  creatrice del sito  www.managerzen.it  ,nato \x93per stimolare il cambiamento culturale verso il gioco, l\x92etica, la passione, l\x92umanità: propone nuove scenari, ipotesi di organizzazione, sviluppo personale, tentativo di unire oriente e occidente, profit e no profit, vita e lavoro in un unico grande meraviglioso pasticcio\x94.<br /><br />Chi è Federica Ghetti?<br /><br />Che domandona! Limitandoci ad aspetti biografici: femmina, anno 66, cavallo fuoco per l\x92oroscopo cinese, romagnola doc, una laurea in ingegneria elettronica, un compagno di vita e lavoro e al momento tanti gatti.<br /><br />Come è nato il sito Managerzen?<br /><br />Cercavo un luogo sulla rete dove trovare persone legate al mondo delle aziende (manager, professionisti) ma con una visione \x93alternativa\x94 open-mind. Non l\x92ho trovato e ho pensato di farlo.<br /><br />Ti sei ispirata a qualcuno o a qualcosa?<br /><br />Certamente. In primo luogo a Jacopo Fo e al suo Zen Occidentale, al punto che all\x92inizio in molti pensavano che ManagerZen fosse un\x92associazione fondata da lui! Uno degli obiettivi, in effetti, è stato fin dall\x92inizio quello di contaminare il mondo aziendale con le suggestioni e gli stimoli che raccoglievo, frequentando la Libera Università di Alcatraz, ma non solo. Determinante è stato anche l\x92 \x93Ozio creativo\x94 di Domenico De Masi. Nel 2000 ho letto il libro \x93il futuro del lavoro\x94 che parla della società post-industriale e ho capito che non solo era possibile portare certi argomenti ai manager, ma era anche necessario.<br /><br />Di cosa ti occupi precisamente?<br /><br />Il portale managerzen.it è nato con l\x92obiettivo di diffondere appunto una cultura di impresa alternativa: etica, umana e creativa in contrapposizione a quella dominante, basata ancora sulla gerarchia e sull\x92 impostazione della fabbrica. E\x92 andato online a giugno 2001 precedendo di poco, il punto di svolta segnato dall\x92attacco alle torri gemelle. Ancora mi ricordo la sensazione di sfida che si provava a mettere insieme le parole \x93etica\x94 e \x93business\x94 quasi fosse un\x92assurdità.<br /><br />Abbiamo segnalato i primi convegni in Italia sulla responsabilità sociale d\x92impresa e le prime letture alternative per manager come \x93Funky Business\x94 \x85 Ora lo scenario è cambiato e almeno a parole questa cultura e questo approccio, sono diventati molto diffusi (un po\x92 di meno nella pratica all\x92interno delle aziende). Adesso quindi il nostro ruolo è quello di \x93selezionare\x94 tra le tante iniziative e attività quelle che ci sembrano degne di nota, le esperienze più significative, le persone che stanno facendo la differenza. Direi che per chi ci segue e ci conosce siamo un punto di riferimento per la cultura emergente, grazie alla buona credibilità di cui godiamo mantenuta negli anni.<br /><br />Oltre ad occuparti del sito Managerzen, svolgi altre attività?<br /><br />ManagerZen oltre al portale è un\x92Associazione Culturale fondata nel 2003 che unisce 500 soci in tutta Italia e di cui sono Presidente. Nel 2006 abbiamo avviato un srl per rispondere a richieste di aziende per progetti formativi, eventi e attività outdoor che trasmettessero i nostri valori. E infine, nel 2010 è nato ManagerZen Lab, una proposta di workshop e laboratori interaziendali che teniamo presso la sede di Rimini. In tutto questo, ho un ruolo organizzativo e personalmente sono trainer di Creatività applicata: una materia che adoro veramente!<br /><br />Cosa ti ha avvicinato alla filosofia orientale?<br /><br />Un viaggio in Birmania e Laos nel 1996. La pace che provavo nei templi buddisti era qualcosa di totalmente nuovo per me e inaspettato e al rientro è partito il mio percorso di ricerca.<br /><br />\x93Stare dentro e trasformare ciò che ci sta intorno\x94, ci si riesce davvero?<br /><br />In effetti è molto difficile e non sempre possibile. Ma l\x92invito è quello di crederci e provarci. Ci sono ambienti fertili e ricettivi laddove non ce lo aspettiamo, altri purtroppo aridi, che richiedono tempo e un lungo lavoro che non sempre vogliamo e possiamo fare. E\x92 una semina e ognuno di noi può fare un pezzettino.<br /><br />Quanto ti ha aiutata la filosofia Zen nella vita di tutti i giorni?<br /><br />La cosa che mi aiuta di più è una \x93fede\x94 interiore, indipendentemente da tutto e da tutti e la grande risata del maestro zen quando scopre la verità.<br /><br />Quanto riesci, nella tua vita quotidiana, a mettere in pratica la tua filosofia di vita?<br /><br />Nella gestione del tempo non ci riesco ancora, alla fine mi faccio travolgere e la velocità prende il posto della lentezza. Ogni giorno, invece, metto in pratica la \x93sincronicità\x94: l\x92attenzione particolare ai segnali e alle coincidenze, rendo importanza all\x92intenzione nel fare le cose, la capacità di stare nel \x93flusso\x94 e la creatività\x85 of course.<br /><br />Ci sono nuovi progetti in cantiere?<br /><br />Il portale va completamente rifatto! Ormai ha 5 anni che per internet è un secolo.<br /><br />Cosa dici a te stessa nei momenti difficili?<br /><br />\x93Oggi il cielo è nero, ma ricordati che le nuvole passano\x94.<br /><br />Che messaggio vorresti trasmettere a chi ti sta intorno?<br /><br />Non prendersela più del necessario e di vivere la vita con intensità e gioia.<br /><br />Chi ti è vicino, viene influenzato dal tuo modo di vivere?<br /><br />Non saprei, vivo e lavoro circondata di persone che condividono una certa filosofia di vita.<br /><br />Chi ha creduto in te, principalmente?<br /><br />All\x92inizio sicuramente il mio ex fidanzato Raffaele: è stato lui a registrare il sito managerzen.it a trovarmi il primo sponsor e a dirmi e \x93adesso lo fai!\x94. Da allora ha sempre seguito e supportato l\x92evoluzione del progetto. E\x92 scomparso a giugno di quest\x92anno, aveva solo 45 anni: pensiamo di dedicare un premio alla sua memoria.<br /><br />Da bambina dicevi \x93da grande farò\x94\x85<br /><br />L\x92insegnante di educazione fisica..<br /><br />Botta &amp; Risposta<br /><br />Citazione preferita: \x93Mi contraddico? Ebbene sì. Mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini\x94 Walt Whitman<br /><br />Il viaggio che vorresti fare: Un mese tra i villaggi, sud est asiatico. Auroville<br /><br />Ciò che non faresti mai: \x93Mai\x94 e \x93sempre\x94 non mi piacciono (mai dire mai) \x85 in ogni caso per questa vita non farei sport estremi.<br /><br />Cosa ti fa più paura? Perdere Dio<br /><br />L\x92oggetto a cui sei più legata: L\x92elastico per i capelli<br /><br />Il primo pensiero al mattino: \x93C\x92è il sole?\x94<br /><br />Tre aggettivi per definirti: Idealista, semplice, testarda<br /><br />Prima di partire per un viaggio: Immagino, esploro, checklist<br /><br />Libro sul comodino: \x93Dovuto alla natura\x94 Brian Goodwin<br /><br />Personaggio storico: Leonardo da Vinci<br /><br />Lintervista.it]]></content>
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  2188. <title><![CDATA[Breve lezione sulla libertà]]></title>
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  2194. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=220"><![CDATA[Vogliamo parlare della libertà e del suo esercizio. L\x92esercizio della libertà consiste nella capacità di assumere innanzitutto la cura di se stessi, di scegliere, di prendere delle decisioni e di restarvi fedeli.<br />Decidere significa leggere la realtà con il pensiero per interpretare, valutare, stabilire connessioni  distinguere, astrarre. L\x92atto della decisione non può essere lasciato agli altri ma neanche all\x92impulso del momento o all\x92emozione. Esige l\x92esercizio della riflessione e del discernimento, solo così potremo evitare il rischio in cui oggi è facile incorrere di restare degli eterni indecisi, che si bloccano con  una infinita serie di possibilità senza alcun aut aut che costringa a scegliere e conduca così ciascuno a dare forma precisa e personale alla propria umanità.  Lo sappiamo bene, anche decidere è un\x92operazione dolorosa perché comporta dire dei no, tralasciare delle possibilità, comporta rinunce, riconoscere che il tutto non è alla nostra portata e che i limiti sono l\x92alveo al cui interno soltanto può avvenire la nostra libertà. Ma chiunque opera delle scelte significative per la propria vita, scegliere un certo tipo di scuola, un certo lavoro, un modo di vivere non lo fa pensando agli infiniti no, ad altre scuole ad altri lavori ad altri modi di vivere che di fatto dice, ma solo al sì che lo porta a privilegiare una cosa rispetto ad altre e qui occorre ricordare che la libertà non è mancanza di vincoli ma è sempre libertà all\x92interno di legami e di limiti. La libertà non coincide con ciò che è più facile o immediato ma esige una disciplina, un ordine. L\x92uomo libero è colui che sa determinarsi  in modo libero a certe azioni e che rispetta sempre la libertà degli altri. Può forse sembrare difficile tutto questo, ma è il modo con cui si può fare della vita un capolavoro, un\x92opera d\x92arte rifuggendo la tentazione del nichilismo, del ripiegamento su di sé, della cultura della sopravvivenza senza alcuna progettualità. Questo lavoro è umano, umanissimo e attende tutti noi, ne dipende la nostra felicità, il nostro futuro ma anche la nostra capacità di vivere in armonia con gli altri.<br />Enzo Bianchi religioso e scrittore, fondatore e priore della comunità monastica di Bose.<br />]]></content>
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  2199. <name>Claudio Maffei</name>
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  2202. <title><![CDATA[I nuovi confini delle PR]]></title>
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  2208. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=219"><![CDATA[Ricevuta ieri, in agenzia<br /><br />Gentile XY,<br /><br />la ringrazio molto a nome della redazione per l'attenzione riservataci e per la gentile segnalazione.<br /><br />Purtroppo la divulgazione di comunicati stampa, benché servizio gratuito, è tuttavia riservato alle aziende inserzioniste.<br /><br />Con una adesione di soli &#8364; xx annuali l\x92azienda potrebbe pubblicare tutti i prodotti, in italiano e in multilingue, sui 3 portali del nostro network, con la divulgazione gratuita per tutto l\x92anno, e senza limite di numero, di tutti i redazionali che il suo ufficio stampa riesce a segnalarci.<br /> <br />Questa comunicazione non ha bisogno di commenti. Tristezza infinita!<br />Teresa Martini<br />]]></content>
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  2216. <title><![CDATA[Burocratichese]]></title>
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  2222. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=218"><![CDATA[A proposito di semplificazione, leggo sulla lettera di accompagnamento al formulario del censimento: "A tale proposito la informo che, mentre i dati censuari potranno essere diffusi, privi degli indicativi diretti, anche con la frequenza inferiore alle tre unità, ciò non si applica ai dati di natura sensibile" E' scritto su 15 milioni di formulari. Capiranno tutti?<br />Peter Lorenzi]]></content>
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  2230. <title><![CDATA[Le 15 citazioni più significative di Steve Jobs]]></title>
  2231. <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=217" />
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  2236. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=217"><![CDATA[1- "Se non hai ancora trovato ciò che cerchi, continua a cercare. Non ti sedere. Come per tutti gli altri problemi del mondo, tu saprai come e quando trovarlo. E come in ogni vera relazione, migliorerà ogni anno che passa."<br /><br />2 - "Quando avevo 17 anni lessi una citazione: \x91Se vivi ogni giorno come se fosse l'ultimo, arriverà il giorno in cui avrai certamente ragione'. <br />Mi impressionò molto e da allora, per i successivi 33 anni, ogni mattina mi sono guardato allo specchio chiedendomi: \x91Se oggi fosse l'ultimo giorno della mia vita, vorrei passarlo come sto per passarlo?'. E se la risposta era \x91no' per troppi giorni di fila, sapevo che bisognava cambiare qualcosa."<br /><br />3 - "Non abbiamo la possibilità di fare molte cose nella vita. Ognuna di queste dovrebbe essere davvero eccellente. Perché è la nostra vita."<br /><br />4 - "Ricordarsi che dobbiamo inevitabilmente morire è il miglior modo che conosco per evitare la trappola di credere che abbiamo qualcosa da perdere."<br /><br />5 - "Non è possibile unire i puntini guardando avanti, potete unirli solo girandovi e guardando indietro. Quindi dovete avere fiducia nel fatto che in futuro i puntini in qualche modo si uniranno. Dovete credere in qualcosa, il vostro intuito, il destino, la vita, il karma, qualunque cosa. Questo tipo di approccio non mi ha mai lasciato a piedi e ha sempre fatto la differenza nella mia vita."<br /><br />6 - "Il Design non è solo come appare esteticamente. Il design è come funziona"<br /><br />7 - "Voglio lasciare un segno nell'universo"<br /><br />8 - "Nessuno vuole morire. Anche le persone che aspirano al Paradiso non vogliono morire per andarci . Eppure la morte è la cosa che ci accomuna tutti quanti. Nessuno può sfuggirle. Ed è giusto che sia così perché la Morte è molto probabilmente la sola e migliore invenzione della Vita. È l'agente di cambiamento della vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Oggi il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico, ma è la pura verità."<br /><br />9 - "Essere il più ricco uomo del cimitero non mi interessa. Andare a letto ogni sera pensando di aver fatto qualcosa di meraviglioso, questo mi interessa."<br /><br />10 - "Non puoi solo chiedere alle gente cosa vuole e cercare di darglielo. Nel tempo che impieghi per crearlo vorrà già qualcos'altro."<br /><br />11 - "Il mio modello di business sono i Beatles. Erano quattro ragazzi che tenevano a bada vicendevolmente le proprie tendenze negative, si bilanciavano. E il risultato era più grandioso della somma delle parti."<br /><br />12 - "È stato uno dei miei mantra, concentrazione su una sola cosa e semplicità. La semplicità può essere più difficile della complessità: devi lavorare duro per ripulire il tuo pensiero e renderlo semplice. Ma alla fine paga, perché una volta che ci riesci puoi spostare le montagne."<br /><br />13 - "Sono convinto che quello che distingue le imprese di successo da quelle che il successo non lo raggiungono è solo pura perseveranza."<br /><br />14 - "Il tempo a nostra disposizione è limitato, quindi non bisogna sprecarlo vivendo la vita di altri. Non farti intrappolare dal dogma di vivere grazie al risultato del pensiero altrui. Non lasciare che il rumore delle opinioni degli altri soffochino la tua voce interiore. E, soprattutto, abbi il coraggio di seguire il tuo cuore e il tuo intuito. Loro in qualche modo sanno già cosa vuoi diventare davvero. Tutto il resto è secondario."<br /><br />15 - "Siate affamati, siate folli".<br />]]></content>
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  2241. <name>Claudio Maffei</name>
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  2244. <title><![CDATA[Il giardiniere]]></title>
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  2250. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=216"><![CDATA[Un giorno, il responsabile degli acquisti di una importante azienda stipula un contratto di fornitura con un giardiniere indipendente. Ma, quando se lo vede davanti, capisce che si tratta di un ragazzo molto giovane e gli viene il dubbio che possa avere poca esperienza. <br /><br />\x93Va bene lo stesso - si dice però il dirigente - tanto vale che provi a vedere come lavora.\x94<br /><br />Quando, il primo giorno, il ragazzo termina il lavoro in giardino, va dal cliente e gli chiede di poter usare il telefono. Dopo qualche minuto, per caso, il responsabile degli acquisti riesce a cogliere l\x92ultima parte della conversazione.<br /><br />Il ragazzo è al telefono con una signora:<br /><br />\x93Ha bisogno di un giardiniere?\x94<br />\x93No, ne ho già uno.\x94<br />\x93Ma io, oltre a sistemare il giardino, pulisco tutto e mi faccio carico dello smaltimento dei rifiuti\x94 \x96 insiste il ragazzo.<br />\x93E\x92 normale, anche il mio giardiniere lo fa\x94, risponde la signora.<br />\x93Io tengo in ordine li attrezzi, li lucido perfettamente, dopo aver terminato il lavoro\x94, aggiunge il giovane.<br />\x93Anche il mio giardiniere lo fa\x94, ribatte la donna, un po\x92 infastidita.<br /><br />Nell\x92ultimo tentativo di convincere la propria interlocutrice, il ragazzo rilancia:<br />\x93Sono svelto, non arrivo mai in ritardo e le mie tariffe sono imbattibili!\x94. <br /><br />\x93Spiacente, ma anche il prezzo del mio giardiniere è competitivo\x94, risponde la donna prima di riattaccare.<br /><br />\x93Mio caro ragazzo, credo proprio che tu abbia perso una cliente\x94, dice allora il responsabile degli acquisti.<br /><br />\x93Naturalmente no, sono io il suo giardiniere! L\x92ho chiamata solo per verificare se è davvero soddisfatta del mio servizio.\x94<br />]]></content>
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  2255. <name>Claudio Maffei</name>
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  2258. <title><![CDATA[I ragazzi più ottimisti sono più in salute]]></title>
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  2264. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=215"><![CDATA[Gli adolescenti ottimisti hanno meno probabilità di incorrere in diversi problemi di salute, tra cui la depressione: è quanto emerge da uno studio pubblicato su Pediatrics dai ricercatori dell'Università di Melbourne e del Royal Children's Hospital, in Australia, guidati da George Patton. La ricerca è stata condotta su più di 5.634 ragazzi australiani tra i 12 e i 14 anni.<br />I ragazzi sono stati intervistati circa il loro modo di pensare, classificato in base a 4 livelli di ottimismo, da "basso" a "molto elevato": ed è emerso che mentre solo il 15% dei ragazzi con il più alto livello di ottimismo ha fatto registrare segni di depressione lieve, tra gli adolescenti con livelli di ottimismo "molto bassi" le percentuali registrate sono state del 59% tra i ragazzi e del 76% tra le ragazze.<br />Dei ragazzi sono stati esaminati tutti gli eventi traumatici patiti nel corso della vita - come lutti o separazioni - e il gruppo dei 5.634 è risultato piuttosto omogeneo: forse, spiegano i ricercatori, l'ottimismo può essere "insegnato", e quindi è anche dal contesto sociale e dall'educazione familiare che potrebbe dipendere la predisposizione all'ottimismo. "Non sappiamo perché alcuni ragazzi siano più ottimisti rispetto ad altri, è come se l'ottimismo possa essere insegnato", spiega Patton.]]></content>
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  2269. <name>Claudio Maffei</name>
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  2272. <title><![CDATA[La penso esattamente così]]></title>
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  2278. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=214"><![CDATA[Dopo la tragedia di Fukushima sono state avanzate le soluzioni più svariate: centrali nucleari \x93sicure\x94 di terza o quarta generazione, rafforzamento del già consistente apparato idroelettrico e, naturalmente, valorizzazione delle cosiddette fonti di energia \x93alternative\x94 o \x93pulite\x94, fotovoltaico, solare termico, eolico. Non esistono fonti di energia che, usate in modo massivo, non siano inquinanti, in un modo o nell\x92altro. Alcuni anni fa in una piattissima regione fra Olanda e Belgio, battuta dal vento, furono impiantate trecento enormi torri eoliche. Gli abitanti ne uscirono quasi pazzi. Per il rumore delle pale e perché erano abituati ad avere davanti agli occhi una pianura sconfinata che ora trovavano sbarrata da queste torri.<br />Un foglio di carta in una casa è un innocente foglio di carta, centomila fogli ci soffocano. Non c\x92è niente da fare.<br />Nessuno ha osato proporre la soluzione più ovvia: ridurre la produzione. Questo è il tabù dei tabù. Perché il nostro modello di sviluppo è basato sulla crescita. A qualunque costo. Il lettore avrà sentito dire mille volte, e non solo in questi tempi di crisi, da politici, di destra e di sinistra, da economisti, da sindacalisti: \x93Bisogna stimolare i consumi per aumentare la produzione\x94. Se la guardate bene, a fondo, questa frase è folle. Perché vuol dire che noi non produciamo più per consumare, ma consumiamo per produrre. Che non è il meccanismo economico al nostro servizio, ma noi al suo.<br />La crescita non è un bene in sé. Anche il tumore è una crescita: di cellule impazzite. Il tumore dell\x92iperproduttività finirà per distruggere il corpo su cui è cresciuto. Non perché verranno a mancare le fonti di energia e le materie prime come nel 1972 ipotizzavano che sarebbe avvenuto entro il Duemila quelli del Club di Roma nel loro libro-documento "I limiti dello sviluppo" (magari ci avessero azzeccato, saremmo stati costretti ad autoridurci per tempo): la tecnologia è probabilmente in grado di risolvere questo problema. Ma per la ragione opposta. Un modello che si basa sulle crescite esponenziali, che esistono in matematica ma non in natura, quando non potrà più crescere, perché non troverà più mercati dove collocare i propri prodotti, imploderà su se stesso. Sarà uno tsunami economico planetario.<br />Questo il futuro prevedibile. Ma basta il presente. La spietata competizione economica fra Stati \x96 questa è, in estrema sintesi, la globalizzazione \x96 passa attraverso il massacro delle popolazioni del Terzo e ora anche del Primo mondo. In termini di più lavoro, di più fatica, di stress, di angoscia, di un perenne pendolo fra nevrosi e depressione in una mancanza di equilibrio e di armonia che ha finito per coinvolgerci tutti. E gli stessi autori de "I limiti dello sviluppo", che non erano dei talebani, ma degli scienziati per di più americani, del mitico Mit, quindi dei positivisti, non ponevano la questione solo in termini tecnici, ma umanistici e concludendo il loro documento scrivevano: \x93È necessario che l\x92uomo analizzi dentro di sé gli scopi della propria attività e i valori che la ispirano, oltre che al mondo che si accinge a modificare, incessantemente, giacché il problema non è solo di stabilire se la specie umana potrà sopravvivere, ma anche, e soprattutto, se potrà farlo senza ridursi a un\x92esistenza indegna di essere vissuta\x94.<br />Ma non sono stati ascoltati. Corre, corre la \x93società del benessere\x94, col suo sole in fronte e le sue inattaccabili certezze, e, come un toro infuriato, non si rende nemmeno conto, mentre già gronda sangue, che, in ogni caso, al fondo non più tanto lontano dalla strada delle crescite esponenziali, l\x92aspetta la spada del matador.<br />Massimo Fini \x96 \x93Il fatto quotidiano\x93]]></content>
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  2283. <name>Claudio Maffei</name>
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  2286. <title><![CDATA[Contro il cinismo del siamo tutti uguali]]></title>
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  2292. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=213"><![CDATA[L' altro giorno sono saltata sulla sedia ascoltando alla radio un intellettuale colto e d' avanguardia che diceva con voce calma e tranquilla: l' Italia è un Paese di ladri, tutti rubano. Ma anche tu sei italiano, avrei voluto dirgli, quindi ti dai del ladro da solo. Ma lui continuava imperterrito portando l' esempio dei grandi ladri che ci governano e che vengono denunciati per crimini miserabili di latrocinio quotidiano. Da questi passava ai piccoli ladri che tutti i giorni imbrogliano, mentono, emettono fatture false, rubano ai propri clienti e allo Stato. Il suo tono era rassegnato, come a dire: se tutti rubano il furto non è più una trasgressione ma una regola e come tale va accettata. Adeguiamoci alla norma e buonanotte. Tanto: mal comune, mezzo gaudio. Ma è davvero così? A me francamente sembra una logica aberrante, pericolosa e fatalistica, che tende al cinismo e all' immobilismo più bieco. Appena viene fuori la notizia di una grave trasgressione contro le regole dell' etica pubblica, subito si cerca un altro imbroglione dall' altra parte, per dimostrare che non esiste nel nostro Paese un comportamento lecito e leale. «Tanto siamo tutti uguali». L' onestà per costoro è un sogno infantile, le regole sono una cosa da gonzi, chi ha mangiato la foglia della saggezza sa che «da che mondo è mondo le cose vanno così». Chi si stupisce, chi pretende di applicare le regole, chi esige dai governanti un esempio di lealtà e incorruttibilità, è «un ridicolo buonista». Perché la realtà, dicono costoro, racconta che tutti imbrogliano, depredano, sottraggono, ingannano, dissimulano, rapinano. Il più forte contro il più debole, qualche volta in connivenza col più debole, felici che il male sia così diffuso da considerarlo la norma. Se veramente fosse così, dovremmo avere il coraggio di abolire per legge la verità, abolire l' onestà, abolire la solidarietà, abolire l' etica pubblica. Stabilire una volta per tutte che è civile sfruttare, mentire, rubare e imbrogliare. Chi non si adegua, magari chiuderlo in galera. In una società funzionante, ci si dovrebbe dispiacere nello scoprire ogni giorno un ladro, un truffatore, un predatore della Cosa pubblica. Invece ce ne rallegriamo perché così «siamo tutti nella stessa merda». Un cittadino onesto - questa è la logica - oltre a danneggiare se stesso danneggia gli altri, perché mette in evidenza chi traffica e imbroglia. Quindi dagli addosso: Cosa credi, che la verità sia un valore? Ma chi te l' ha detto? Non sai che la menzogna è la forma più alta di creatività personale? Non sai che imbrogliare il prossimo, ladroneggiare, vendere pan per focaccia sono le forme più diffuse dell' intelligenza globalizzata? Allora, sotto, e chi s' è visto s' è visto. È vero che spesso mancano i controlli, ma il primo controllo non dovrebbe venire dalla nostra coscienza? E cos' è la coscienza se non il sentimento dell' altro? E cos' è l' altro se non colui con cui si è stabilito un patto di convivenza civile, considerandolo nostro concittadino anziché un nemico o peggio un complice nel malaffare? <br />Dacia Maraini - Corsera]]></content>
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  2297. <name>Claudio Maffei</name>
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  2300. <title><![CDATA[Ho capito bene?]]></title>
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  2306. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=212"><![CDATA[Riceviamo e pubblichiamo da Federica Rossi:<br />"Dicono che tutti i giorni dobbiamo mangiare una mela per il ferro e una banana per il potassio. Anche un'arancia per la vitamina C e una tazza di the verde senza zucchero per prevenire il diabete. Tutti i giorni dobbiamo bere due litri d'acqua (sì, e poi espellerli, che richiede il doppio del tempo che hai perso per berli). Tutti i giorni bisogna mangiare uno yogurt per avere gli L.Casei Defensis', che nessuno sa bene che cosa cavolo sono però sembra che se non ti ingoi per lo meno un milione e mezzo di questi bacilli (?) tutti i giorni inizi a vedere sfocato. Ogni giorno un'aspirina, per prevenire l'infarto, e un bicchiere di vino rosso, sempre contro l'infarto ed un altro di bianco, per il sistema nervoso, ed uno di birra, che già non mi ricordo per che cosa era.  Tutti i giorni bisogna mangiare fibra, molta, moltissima fibra, finché riesci a "espellere" un maglione. Si devono fare tra i 4 e 6 pasti quotidiani, leggeri, senza dimenticare di masticare 100 volte ogni boccone. Facendo i calcoli, solo per mangiare se ne vanno 5 ore. Ah, e dopo ogni pasto bisogna lavarsi i denti senza dimenticarti di usare il filo interdentale, massaggiare le gengive, il risciacquo... Bisogna dormire otto ore e lavorare altre otto, più le 5 necessarie per mangiare, 21. Te ne rimangono 3, sempre che non ci sia traffico.<br />Adesso vi lascio, perché tra lo yogurt, la mela, la birra, il primo litro d'acqua e il terzo pasto con fibra della giornata, già non so più cosa sto facendo... però devo andare urgentemente al bagno. E ne approfitto per lavarmi i denti....<br />]]></content>
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  2311. <name>Claudio Maffei</name>
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  2314. <title><![CDATA[Stai come vuoi torna in autunno]]></title>
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  2320. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=211"><![CDATA[E\x92 finita la tournée! Quest\x92anno, infatti, come molti sanno, ho girato l\x92Italia per presentare il mio nuovo libro: Stai come vuoi. Manuale di equilibrio emotivo. E\x92 stata un\x92ottima esperienza. Ho conosciuto un sacco di gente, sono stato ospite di Rotary, Lions, sedi di Confindustria, Municipi e altri enti e organizzazioni oltre, naturalmente, ad aziende clienti e no.<br />La cosa più \x93divertente\x94 è stata la varietà delle persone incontrate oltre che delle metodologie usate per la presentazione. Siamo passati da sale di 200 persone a teatro, con musiche, filmati e slide, a chiacchierate per pochi intimi totalmente a braccio.<br />Abbiamo cominciato a ROMA il 24 febbraio presso la Libreria Assaggi, serata freddissima. Poca gente, gli organizzatori hanno dato la colpa al clima, inusuale per la capitale. Io credo anche che le grandi città, come Roma o Milano siano un po\x92 inflazionate di questi eventi. Il 2 marzo a BARI, in una società privata le persone erano di più e molto attente. Il 5 marzo a BERGAMO presso gli artigiani aderenti a Confindustria una buona platea. A loro servirebbero corsi su corsi!!! Il 9 marzo, giorno dedicato alla donna, in REGIONE LOMBARDIA. Bellissimo! Platea tutta al femminile, il pubblico che amo di più. Il 14 marzo a PORDENONE, in un consorzio di ottici. Grande platea \x93amica\x94. Il 15 marzo a VALDAGNO, sede del Comune. Gremitissimo e grande successo! Mi sono proprio divertito. Il 5 aprile a TRENTO con i medici. Un grazie alla mia amica Rossella Siliotto grande organizzatrice. Il 7 aprile a TRIESTE, in Confindustria, hanno fatto proprio le cose in grande! Bravi! Il 12 aprile a MILANO a Mynetworkafe pochi ma buoni. Il 13 aprile al Palazzo delle Stelline organizzato da Internet Saloon. Un pienone. Il 19 aprile a BRESCIA per BresciaIn il club affiliato a LinkedIn e il 22 aprile a GORIZIA organizzato da \x93Il libro delle 18 e 03\x94. L\x9211 maggio di nuovo a GORIZIA. Organizzato dal Soroptimist, dalla Camera di Commercio e dai Comitati per l\x92imprenditoria femminile. Altra sala gremita di sole donne. Il 31 maggio a MONOPOLI serata divertentissima all\x92aperto. Praticamente un comizio in piazza. Con il Sindaco e l\x92Assessore alla cultura. Il primo giugno a BARI in Confindustria<br />Un bel pienone. Un grazie a Lilli Totaro e Decio Chiarito. Sabato 4 giugno 200 persone al Castello di Modanella fra AREZZO e SIENA per i Lions. Organizzazione perfetta! L\x928 giugno a LONGARONE in comune, su iniziativa del mio amico sindaco Roberto Padrin. Sessanta, sessantacinque persone, incredibile! Venerdì 10 giugno al Rotary di NOVI LIGURE in un ristorante. Martedì 14 giugno ancora al Rotary, ma a GORIZIA. E\x92 incredibile come risponde questa città. Ho fatto tre presentazioni in tre mesi. Infine, venerdì 1 luglio alla Borsa del turismo congressuale (BTC) a RIMINI, fantastica platea di gente entusiasta. Beh, nulla da dire, un bel tour. Adesso riprenderà in autunno. Mi piace incontrare le persone. Discutere con loro, capire i loro problemi. Ci tengo a precisare che io non insegno niente e non ho niente a che vedere con guru o maestri di vita. Sono solo un amico che ha fatto un percorso di vita particolare e ama condividerlo per dare una mano, in ogni istante a ogni persona che incontro. Perché ho imparato che, chi ha buone relazioni con se stesso e con gli altri, vive meglio ed è felice.<br /><br />P. S. Chi ha voglia di organizzare una presentazione mi scriva: [email protected]<br />]]></content>
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  2325. <name>Claudio Maffei</name>
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  2328. <title><![CDATA[Le parole sostituiscono le pillole]]></title>
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  2334. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=210"><![CDATA[Comincia a prendere piede una nuova forma di terapia del linguaggio : curare attraverso la parola. Gli studi dimostrano che le parole, i ritmi della lingua e i poemi agiscono in modo terapeutico su corpo, anima e spirito. <br />U. Senn di Dörflingen racconta di quando aveva perso la voce, divenuta improvvisamente così roca da non poter più parlare. Dopo che per un mese intero non riusciva che a bisbigliare, si rivolse all\x92otorino che le diagnosticò dei noduli alle corde vocali. Questo tipo di affezione richiede spesso l\x92intervento chirurgico, ma questa signora cercò aiuto nella terapia della parola. Lo scienziato e arteterapeuta della parola D. von Bonin dell\x92università di Berna afferma, che molti problemi di salute come la pressione alta, le malattie infettive, l\x92anemia, l\x92epilessia, le allergie e le emicranie si esprimono spesso anche nel linguaggio, in un parlare impreciso, bloccato, stressato, troppo sonoro e una cattiva respirazione. Viceversa la parola agisce direttamente su corpo e psiche di chi parla. Questo ramo della terapia lavora con diversi elementi: le vocali e le consonanti, il ritmo del verso, la costruzione dei brani e le immagini in essi contenute. Gli esercizi che la paziente eseguì consistevano soprattutto in frasi come degli scioglilingua, con la vocale \x93e\x94. Li ripeteva giornalmente almeno una cinquantina di volte. Nell\x92arco di otto settimane aveva recuperato la voce ed era sparita la raucedine. Non aveva avuto bisogno di farmaci. Da allora sono passati tre anni e quella signora non ha più avuto problemi vocali. Questo tipo di terapia con la parola è valida anche per i bambini, con cui si usano i giochi con le parole, le filastrocche, i versi e le poesie ritmate. Si adatta anche con i bambini disabili. È il caso di un ragazzo di 14 anni di Schaffausen, affetto dalla sindrome di Down. Da tre anni è curato con la terapia della parola. Durante la seduta impara ad ascoltare e ripetere esattamente parole e versi. Tutto questo in modo ludico, giocando con il suo corpo e con i ritmi e i suoni del linguaggio.L\x92impulso ad esplorare la forza curativa della parola fu dato da R. Steiner, fondatore dell\x92antroposofia. Scienziati, medici e terapeuti hanno proseguito nello sviluppo di una metodologia.La dott.ssa R. Bösch di Schaffhausen afferma come la terapia con la parola agisca sui disturbi legati alla respirazione, in quanto gran parte delle persone respira in modo errato. Infezioni delle alte vie respiratorie, dei bronchi, disturbi del sonno, asma e balbuzie sono molto sviluppate. La terapia della parola sostiene i processi di guarigione integrandosi alle cure mediche, ad esempio utilizzando i ritmi della poetica classica e in particolare, la recitazione di esametri. Sembra che il ritmo in essi contenuto influenzi la circolazione del sangue, favorendo rilassamento e armonizzazione del battito cardiaco (cfr. D. von Bonin, università di Berna).La terapia con la parola viene utilizzata per la depressione e le nevrosi e anche nei disturbi psichici più gravi come le psicosi.Nel 2002 lo scienziato inglese R. Philipp presso l\x92ospedale Royal-Infirmary di Bristol ha rilevato l\x92importanza della poesia nella cura contro la depressione. Philipp ha effettuato uno studio su 196 pazienti con problemi psichici facendo leggere loro delle poesie. I due terzi si sentivano rilassati e tranquilli quando leggevano poesie o ascoltavano conferenze sulla poesia. Alcuni hanno anche smesso l\x92uso degli antidepressivi. Philipp sostiene che la poesia aiuta le persone a mettere ordine nella loro vita interiore e a parlare dei loro problemi. Alcuni pazienti raccontano di come si siano sentiti più stabili e desti interiormente dopo aver svolto gli esercizi e aver recitato singole frasi o poesie con un determinato ritmo. La sicurezza nella propria lingua permette una migliore affermazione di sé anche nella quotidianità. <br />www.gesundheitstipp.ch<br />]]></content>
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  2342. <title><![CDATA[Costretti a giocare in difesa]]></title>
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  2348. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=209"><![CDATA[   <br />Non si vive di sola pizza e sole. Né di sola mamma. Famiglia e qualità della vita, a lungo considerati gli elementi caratterizzanti della nostra società, non sono più sufficienti a rendere felici i nostri giovani. L\x92ultimo rapporto della Fondazione Migrantes ci dice che il 40% degli italiani tra i 25 e i 34 anni considera una sfortuna vivere in Italia, e il 51% si trasferirebbe volentieri all\x92estero. Quando oltre la metà della popolazione di una Paese nella fascia d\x92età più attiva e produttiva sogna di scappare altrove, c\x92è qualcosa che non va. E dovrebbe scattare più di un campanello di allarme.<br /><br />Certamente la crisi economica e le difficoltà occupazionali giocano un ruolo importante nell\x92alimentare questo malcontento. Tuttavia non è solo una questione legata all\x92occupazione. D\x92altronde la crisi economica ha colpito tutti gli altri Paesi industrializzati, anche quelli che gli italiani indicano come mete privilegiate per una loro eventuale emigrazione (Francia, Stati Uniti e Spagna, quest\x92ultima con un tasso di disoccupazione doppio del nostro). Non solo: le aree del nostro Paese in cui questo desiderio di fuga è più alto sono tra quelle in cui l\x92incidenza della disoccupazione è più bassa (Centro e Nord). Appare quindi evidente che, oltre alle difficoltà economiche, in Italia cominciano a scricchiolare anche altre dimensioni, e che per le nuove generazioni non basta la vicinanza alla famiglia né il nostro bel territorio a sentirsi fortunati di stare in Italia.<br /><br />Per chi l\x92Italia l\x92ha già abbandonata da anni o per chi è abituato a misurarsi con contesti stranieri, come fanno ormai quotidianamente milioni di italiani tra i venti e i quaranta anni, questi dati non rappresentano una gran sorpresa. Innanzitutto perché sanno che la qualità della vita non è una nostra esclusiva. In fondo il sole c\x92è anche in Costa Azzurra o in Costa Brava, e la pizza o il formaggio buono si trovano anche altrove, anche quando invece di chiamarsi Parmigiano si chiama manchego o camembert. Ma, soprattutto, perché sanno che la qualità della vita non è fatta solo di buon mangiare e visite familiari, per quanto importanti. La vita, quella vera, è fatta anche di ambizioni, di sogni, di opportunità di crescita, di cambiamento. È fatta di persone e mondi diversi da noi con cui abbiamo necessità e voglia di misurarci, soprattutto a una certa età. E\x92 fatta insomma di tutte quelle cose a cui l\x92Italia ha sistematicamente chiuso le porte ormai da troppi anni. Negli ultimi vent\x92anni l\x92Italia si è mostrata terribilmente aggrappata all\x92esistente, terrorizzata da tutto quello che accadeva fuori, costantemente tesa a tentare di proteggersi da tutti gli attacchi dei «nemici» come si fa nei videogame, seguendo una metafora cara al nostro ministro dell\x92Economia. Un\x92Italia che prima era spaventata dalle tecnologie e dalla concorrenza degli altri Paesi industrializzati come Germania o Stati Uniti, poi dalla manifattura a basso costo dei Paesi emergenti come Cina e India, e oggi semplicemente dalla fame e dalla disperazione dei Paesi africani come la Libia, la Tunisia o la Somalia, i cui profughi potrebbero rubarci anche i posti da raccoglitori di pomodori. Un\x92Italia abituata ormai a giocare in difesa, e che nonostante le sfide sempre più difficili non cambia mai squadra, ma ricicla continuamente i soliti giocatori. Basta pensare alle tensioni e agli accordi tra Bossi e Berlusconi di questi giorni, per avere la sensazione di rivivere un film già visto molti, troppi anni fa. Un arco temporale di 15 o 20 anni può sembrare un\x92inezia a chi calca la scena politica da 30 o 40 anni, ma rappresenta l\x92unico orizzonte temporale di cui hanno memoria gli italiani che oggi hanno 25 anni. E per questi giovani l\x92Italia è il Paese in cui non cambia mai nulla e si parla sempre delle stesse cose (senza farle): dal ponte sullo Stretto alla Salerno-Reggio Calabria, dalla riforma fiscale a quella dello Stato. Il Paese in cui, per riprendere la metafora dei videogame amata da Tremonti, i politici giocano ancora al Pac-man, mentre il resto del mondo funziona con la Wii. E\x92 guardando a questa Italia che si capiscono le ragioni di quei giovani che se ne vorrebbero andare.<br /><br />Sanno bene che altrove troveranno la stessa crisi, ma sperano almeno di poter respirare un po\x92 di aria diversa, di veder muoversi qualcosa, di potersi misurare con un mondo che gira invece di stare fermo. Chiaramente non tutta l\x92Italia è così asfittica, ci sono realtà che pur con fatica provano a muoversi suscitando anche begli entusiasmi. Ma la sensazione che ancora prevale è di un immobilismo che sta facendo la muffa. Gli unici a non sentirne la puzza sono quelli che ci sono seduti sopra.<br />Irene Tinagli La Stampa<br />]]></content>
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  2356. <title><![CDATA[La sera la piazza diventa ipnotica]]></title>
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  2362. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=208"><![CDATA[La prima volta che mi sono trovata a riordinare le idee e a mettere giù una traccia per spiegare in aula i sistemi rappresentazionali, ho cercato nella mia mente uno spunto efficace per poter rendere il concetto in maniera immediata e diretta (visibile, tangibile, percepibile, appunto\x85). <br />E di colpo mi si è imposto, forte e deciso, il ricordo di quello che io ritengo il luogo multisensoriale per eccellenza. La piazza di Marrakech, la famosa Place Jeem el Fnaa, il cuore, l\x92anima della città vecchia che, alla sera, diventa teatro di mille suggestioni. <br />Era perfetta per lo scopo.<br />E allora l\x92idea di cimentarmi con una sua descrizione rappresentazionale ha preso forma.<br /><br />Come ho proceduto?<br />Ho provato a fare questo esercizio in due modi differenti, o meglio, in due fasi successive.<br />Nella prima, mi sono limitata a seguire la logica reader focused, quindi ho pensato di scrivere per un visivo, un auditivo e così via. Mi sono concentrata cioè sull\x92immaginare l\x92effetto che quelle espressioni avrebbero potuto avere sul lettore, in relazione al suo sistema rappresentazionale dominante. <br />Il risultato era però piuttosto fiacco. Si poteva fare di meglio.<br /><br />E allora ecco la seconda fase, quella nella quale ho provato a forzare il mio canale sensoriale predominante, cercando di vedere come un visivo, di ascoltare come un auditivo e di sentire come un cenestesico.<br /><br />Può sembrare apparentemente qualcosa di molto simile, ma in realtà la differenza è immensa. Un conto è andare a pescare nella propria mente le espressioni, i verbi, gli aggettivi che sai che fanno breccia facilmente in un determinato canale sensoriale. Tutt\x92altra cosa è immaginare di scoprire quel luogo stando dentro all\x92osservare di un visivo, al sentire di un auditivo, al respirare di un cenestesico.<br /><br />Entrambe le fasi sono state determinanti. La prima ha implicato una lucida analisi del rapporto fra mondo linguistico e percezioni sensoriali, per arrivare ad avere un primo quadro, anche se un po\x92 sbiadito. La seconda ha significato metterci dentro le emozioni, far scendere in campo anche l\x92emisfero destro, seppur soltanto a supporto di quello sinistro (che ha comunque dovuto governare), e da lì l\x92arricchimento del quadro iniziale con immagini-suoni-odori vissuti, che lo hanno reso più vivido e pulsante.<br /><br />Questo esercizio, che ha rappresentato per me uno stimolo di analisi e di consapevolezza linguistica, credo possa essere uno spunto efficace, sia applicato come allenamento ad altre descrizioni (del resto Queuneau nei suoi Esercizi di stile va ben oltre ai sistemi rappresentazionali), sia come strumento per verificare una volta di più l\x92effetto delle parole sulle nostre percezioni.<br /><br />Bene, non ci resta quindi che addentrarci nella piazza\x85.<br /><br />E allora eccola qua, la nostra piazza (o forse dovremmo dire le nostre tre piazze..) <br />La prima, una piazza tutta immagini e colori, dedicata ai visivi. <br />Un\x92altra, fatta di suoni e melodie, per la gioia degli auditivi.<br />E l\x92ultima, pensata per i cenestesici, carica di profumi e sensazioni.<br /><br />V<br />La sera la piazza si accende di immagini magiche.<br />Una nuvola di fumo la avvolge e ogni figura perde i suoi contorni, diventa evanescente. Nell\x92aria immobile, le fronde delle palme bruciate dal sole si stagliano sul fondo scuro del cielo senza luna, penzolando indolenti, come braccia di una ballerina stanca.<br />In mezzo agli incantatori di serpenti, che con i loro flauti disegnano nell\x92aria affascinanti ricami, il bagliore delle fiaccole illumina due occhi scuri, bistrati di nero. Occhi misteriosi e luccicanti, occhi curiosi, che si mostrano un istante, per tornare subito dopo a inabissarsi nella spessa oscurità di un velo rosso cupo.<br />Quando lascerai quel luogo, sai che porterai via con te, nei tuoi occhi, lo scintillio di quello sguardo.<br /><br />A<br />La sera la piazza eccheggia di melodie ipnotiche. <br />Un universo sonoro di musiche e rumori amalgamati nella spessa cortina di fumo che attutisce ogni suono. Gli incantatori di serpenti, che rincorrono le note con i loro flauti penetranti, accompagnano come un sottofondo le voci profonde dei narratori di storie, che avvolgono chi li ascolta nel ritmo cadenzato delle loro parole. E, in mezzo al tintinnio dei campanelli dei venditori d\x92acqua, dal minareto si leva la nenia del muetzin, che scandisce il momento della preghiera.<br />Quando lascerai quel luogo, sai che porterai via con te, nella tua mente, l\x92eco di quei suoni.<br /><br />K<br />La sera la piazza si riempie di profumi.<br />Fragranze e aromi talmente intensi da rendere l\x92atmosfera palpabile. <br />Il fumo denso che si sprigiona dai kebab scatena la voglia prepotente di assaporare quel cibo sconosciuto. Tutto lì intorno porta con sé la promessa di invitanti piaceri. Sei lì in mezzo, schiacciato da mille corpi sudati, e respiri con avidità quell\x92aria arroventata dalla calura del tramonto, carica di spezie e umanità. E quell\x92aria ti ubriaca l\x92anima e ti accende i sensi. <br />In quell\x92assetata arsura, la freschezza della coppa di rame che ti porge il vecchio venditore d\x92acqua ti scende dentro come un balsamo. <br />Quando lascerai quel luogo, sai che porterai via con te, sulla tua pelle, la carezza di quelle sensazioni.<br /><br />(se l\x92esercizio è stato ben realizzato, ora il lettore dovrebbe essere lì ad arrovellarsi per capire quale sia il sistema rappresentazionale dell\x92autore\x85)<br /><br />Bene, arrivati a questo punto, l\x92esercizio non può fermarsi qui. Ora si tratta di dimostrare altrettanto concretamente come e quanto una scrittura che contenga le chiavi di accesso a tutti i sistemi rappresentazioni possa rendere più efficace il linguaggio. <br />Ed ecco quindi una descrizione sinestesica, nella quale vanno a confluire le tre descrizioni iniziali, arricchendone la portata evocativa.<br /><br /><br />La sera la piazza diventa ipnotica.<br />Una nuvola di fumo carico di odori la avvolge, attutendo i suoni e sfumando i contorni delle immagini. <br />Lontana, l\x92eco della nenia del muetzin annuncia l\x92inizio della notte.<br />Il bagliore delle fiaccole illumina misteriosi occhi scuri, che si mostrano per un istante, per poi tornare rapidi a nascondersi dietro ai veli colorati. <br />Carni speziate sfrigolano sui kebab, e diffondono un profumo invitante, mentre il tintinnio dei campanelli del venditore d\x92acqua scivola dentro di te ancor prima che la freschezza della coppa di rame raggiunga le tue mani. <br />L\x92incantatore di serpenti intesse col suo flauto ondulate melodie che accompagnano, come un sottofondo, le voci profonde dei narratori di storie, che incatenano chi li ascolta nel ritmo cadenzato delle loro parole.<br /><br />E tu sei lì, schiacciato in mezzo a quei corpi accaldati, stordito dal frastuono vitale e accecato dall\x92esplosione di colori che ti circonda. Sei lì, e respiri con avidità quell\x92aria arroventata dalla calura del tramonto, carica di spezie e umanità.<br />Quando lascerai quel luogo, sai che porterai via con te, forse per sempre, lo scintillio di quegli sguardi, l\x92eco di quei suoni, la carezza di quelle sensazioni.<br /><br />Bene, se queste poche righe avranno esercitato su chi ancora quella piazza non la conosce un richiamo potente e, perché no, anche un po\x92 di nostalgia in coloro che quella piazza l\x92hanno già vissuta, allora significherà che abbiamo sperimentato la potenza della scrittura sinestesica.<br />Maddalena Bertello per <a href="http://www.palestradellascrittura.it/Home.aspx" target="_blank">palestradellascrittura.it</a> ]]></content>
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  2370. <title><![CDATA[Stai come vuoi a Longarone]]></title>
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  2376. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=207"><![CDATA[LONGARONE. Si conclude la stagione degli «incontri d'eccezione» del Gruppo Giovani Longarone e dell'amministrazione comunale, con il professor Claudio Maffei mercoledì alle 20.30 in sala Popoli d'Europa a Longarone. Maffei è un docente universitario, scrittore, formatore e consulente della comunicazione, ha collaborato con numerose aziende e personalità nel campo dell'industria, della politica e del turismo, verrà a Longarone per presentare il suo libro «Stai come vuoi, manuale di equilibrio emotivo», tenendo un breve corso su autostima e relazioni personali e interpersonali. L'ingresso è gratuito e al termine seguirà rinfresco offerto dai ragazzi del gruppo giovani. (edc) 6 giugno 2011]]></content>
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  2384. <title><![CDATA[Una vecchia leggenda]]></title>
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  2390. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=206"><![CDATA[Una vecchia leggenda Indù racconta che vi fu un tempo in cui tutti gli uomini erano dei. Essi però abusarono talmente della loro divinità, che Brahma Signore degli dei, decise di privarli del potere divino e decise di nasconderlo in un posto, dove fosse impossibile trovarlo. Il grande problema fu dunque quello di trovare un nascondiglio. Quando gli dei minori furono riuniti a consiglio per risolvere questo dilemma, essi proposero la cosa seguente: "Sotterriamo la divinità dell'uomo nella terra". Brahma tuttavia rispose: '"No, non basta perché l'uomo scaverà e la ritroverà". Gli dei allora replicarono: '"In tal caso, gettiamo la divinità nel più profondo degli oceani". E di nuovo Brahma rispose '"No, perché prima o poi l'uomo esplorerà le cavità di tutti gli oceani e sicuramente un giorno la ritroverà e la riporterà in superficie". Gli dei minori conclusero allora: '"Non sappiamo dove nasconderla, perché non sembra esistere sulla terra o in mare luogo alcuno che l'uomo non possa una volta raggiungere". E fu così che Brahma disse: '"Ecco ciò che faremo della divinità dell'uomo. La nasconderemo nel suo io più profondo e segreto, perché è il solo posto, dove non gli verrà mai in mente di cercarla". A partire da quel tempo l'uomo ha compiuto il periplo della terra, ha esplorato, scalato montagne, scavato la terra e si è immerso nei mari alla ricerca di qualcosa che si trova dentro di lui\x85<br />]]></content>
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  2398. <title><![CDATA[La manomissione delle parole]]></title>
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  2404. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=205"><![CDATA[Il rapporto fra ricchezza delle parole e ricchezza di possibilità (e dunque di democrazia) è dimostrato anche dalla ricerca scientifica, medica e criminologica: i ragazzi più violenti possiedono strumenti linguistici scarsi e inefficaci, sul piano del lessico, della grammatica e della sintassi.<br />Non sono capaci di gestire una conversazione, non riescono a modulare lo stile della comunicazione - il tono, il lessico, l\x92andamento \x96 in base agli interlocutori e al contesto, non fanno uso dell\x92ironia e della metafora. Non sanno sentire, non sanno nominare le proprie emozioni. Spesso, non sanno raccontare storie. Mancano della necessaria coerenza logica, non hanno abilità narrative: una carenza che può produrre conseguenze tragiche nel rapporto con l\x92autorità, quando è indispensabile raccontare, descrivere, dare conto delle ragioni, della successione, della dinamica di un evento.<br />La povertà della comunicazione, insomma, si traduce in povertà dell\x92intelligenza, in doloroso soffocamento delle emozioni. <br />Questo vale a tutti i livelli della gerarchia sociale, ma soprattutto ai gradi più bassi. Quando, per ragioni sociali, economiche, familiari, non si dispone di adeguati strumenti linguistici; quando le parole fanno paura, e più di tutte proprio le parole che dicono la paura, la fragilità, la differenza, la tristezza; quando manca la capacità di nominare le cose e le emozioni, manca un meccanismo fondamentale di controllo sulla realtà e su se stessi.<br />La violenza incontrollata e uno degli esiti possibili, se non probabili, di questa carenza.<br />I ragazzi sprovvisti delle parole per dire i loro sentimenti di tristezza, di rabbia, di frustrazione hanno un solo modo per liberarli e liberarsi di sofferenze a volte insopportabili: la violenza fisica.<br />Chi non ha nomi per la sofferenza la agisce, la esprime volgendola in violenza, con conseguenze spesso tragiche.<br />La manomissione delle parole di Gianrico Carofiglio. <br />Un libro da leggere!<br />]]></content>
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  2412. <title><![CDATA[Storia sulla bellezza: quante cose ci stiamo perdendo?]]></title>
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  2418. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=204"><![CDATA[ Un violinista nella metropolitana. Una storia vera. <br />Un uomo si mise a sedere in una stazione della metro a Washington DC ed <br />iniziò a suonare il violino; era un freddo mattino di gennaio. Suonò sei <br />pezzi di Bach per circa 45 minuti. Durante questo tempo, poiché era l'ora di <br />punta, era stato calcolato che migliaia di persone sarebbero passate per la <br />stazione, molte delle quali sulla strada per andare al lavoro. Passarono 3 <br />minuti ed un uomo di mezza età notò che c'era un musicista che suonava. <br />Rallentò il passo e si fermò per alcuni secondi e poi si affrettò per non <br />essere in ritardo sulla tabella di marcia. Alcuni minuti dopo, il violinista <br />ricevette il primo dollaro di mancia: una donna tirò il denaro nella <br />cassettina e senza neanche fermarsi continuò a camminare. Pochi minuti dopo, <br />qualcuno si appoggiò al muro per ascoltarlo, ma l'uomo guardò l'orologio e <br />ricominciò a camminare. Quello che prestò maggior attenzione fu un bambino <br />di 3 anni. Sua madre lo tirava, ma il ragazzino si fermò a guardare il <br />violinista. Finalmente la madre lo tirò con decisione ed il bambino continuò <br />a camminare girando la testa tutto il tempo. Questo comportamento fu <br />ripetuto da diversi altri bambini. Tutti i genitori, senza eccezione, li <br />forzarono a muoversi. Nei 45 minuti in cui il musicista suonò, solo 6 <br />persone si fermarono e rimasero un momento. Circa 20 gli diedero dei soldi, <br />ma continuarono a camminare normalmente. Raccolse 32 dollari. Quando finì di <br />suonare e tornò il silenzio, nessuno se ne accorse. Nessuno applaudì, ne' ci <br />fu alcun riconoscimento. Nessuno lo sapeva ma il violinista era Joshua Bell, <br />uno dei più grandi musicisti al mondo.... Suonò uno dei pezzi più complessi mai <br />scritti, con un violino del valore di 3,5 milioni di dollari. Due giorni <br />prima che suonasse nella metro, Joshua Bell fece il tutto esaurito al teatro <br />di Boston e i posti costavano una media di 100 dollari. Questa è una storia <br />vera. L'esecuzione di Joshua Bell in incognito nella stazione della metro fu <br />organizzata dal quotidiano Washington Post come parte di un esperimento <br />sociale sulla percezione, il gusto e le priorità delle persone. La domanda <br />era: "In un ambiente comune ad un'ora inappropriata: percepiamo la bellezza? <br />Ci fermiamo ad apprezzarla? Riconosciamo il talento in un contesto <br />inaspettato?". Ecco una domanda su cui riflettere: "Se non abbiamo un <br />momento per fermarci ed ascoltare uno dei migliori musicisti al mondo <br />suonare la miglior musica mai scritta, quante altre cose ci stiamo <br />perdendo?" <br /><br />]]></content>
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  2423. <name>Claudio Maffei</name>
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  2426. <title><![CDATA[Charlie Chaplin (da leggere!)]]></title>
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  2432. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=203"><![CDATA[Ho perdonato errori quasi imperdonabili, ho provato a sostituire persone insostituibili e dimenticato persone indimenticabili. Ho agito per impulso, sono stato deluso dalle persone che non pensavo lo potessero fare, ma anch'io ho deluso. Ho tenuto qualcuno tra le mie braccia per proteggerlo; mi sono fatto amici per l'eternità. Ho riso quando non era necessario, ho amato e sono stato riamato, ma sono stato anche respinto. Sono stato amato e non ho saputo ricambiare. Ho gridato e saltato per tante gioie, tante. Ho vissuto d'amore e fatto promesse di eternità, ma mi sono bruciato il cuore tante volte! Ho pianto ascoltando la musica o guardando le foto. Ho telefonato solo per ascoltare una voce. Io sono di nuovo innamorato di un sorriso. Ho di nuovo creduto di morire di nostalgia e\x85 ho avuto paura di perdere qualcuno molto speciale (che ho finito per perdere)\x85 ma sono sopravvissuto! E vivo ancora! E la vita, non mi stanca\x85 E anche tu non dovrai stancartene. Vivi! È veramente buono battersi con persuasione, abbracciare la vita e vivere con passione, perdere con classe e vincere osando, perchè il mondo appartiene a chi osa! La Vita è troppo bella per essere insignificante!]]></content>
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  2437. <name>Claudio Maffei</name>
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  2440. <title><![CDATA[Intervista su Il Piccolo di Trieste]]></title>
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  2446. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=202"><![CDATA[«Il sorriso porta ai grandi affari»<br /><br />«Sorridere? Una metafora delle buone relazioni». Claudio Maffei parlerà proprio di "Strategia del sorriso" oggi a Trieste, dalle 17.30, al Savoia Excelsior Palace. Un appuntamento organizzato dalla sezione informatica e reti di Confindustria Trieste, occasione per presentare l'ultima pubblicazione del noto esperto di relazioni interpersonali: «Stai come vuoi. Manuale di equilibrio emotivo». Maffei, nato a Milano nel 1952, già presidente della Ferpi (Federazione relazioni pubbliche italiana) e dell'Ici (Interassociazione della comunicazione d'impresa) e membro del consiglio europeo della Cerp (Confédération des rélations publiques), svolge un'intensa attività di docenza in aziende ed enti pubblici sulle competenze di comunicazione: parlare e scrivere con efficacia, motivazione e cambiamento. Ed è coach e trainer di politici, manager pubblici e privati ai massimi livelli. <br />Maffei, la strategia del sorriso. Sorridere per riuscire a fare o ottenere che cosa? <br />I cinesi, oggi tanto di moda, hanno un antico proverbio: «Se non sai sorridere, non aprire un negozio». In questo caso, la strategia del sorriso, è una metafora delle buone relazioni. <br />Si può imparare a sorridere? E in che modo? <br />Riprendo il concetto di relazioni. Il principio fondamentale è che i nostri problemi interpersonali nascono da conflitti interiori. Quindi, se una persona non è in pace con se stessa, non avrà buone relazioni, non sarà felice e, soprattutto, non farà grandi affari. <br />Come si migliorano i rapporti interpersonali in azienda? <br />Dirlo in due parole è abbastanza limitante, sono oltre 30 anni che faccio corsi per insegnare alle persone a rapportarsi con gli altri. In grande sintesi direi ci sono coloro per cui tutto è un problema e coloro che sembrano orientati alla soluzione, al rapporto interpersonale, al sorriso. Ma tutto ciò non è nel dna, è frutto di duro lavoro. <br />Si può puntare al successo senza stress? <br />Capiamoci sulla parola successo. Successo è il participio passato del verbo succedere: le persone di successo sono dunque quelle che hanno fatto accadere qualcosa, non sono quelle che vanno in televisione né quelle che accumulano miliardi con la finanza. Normalmente, le persone di successo sono felici e mai stressate. <br />«Stai come vuoi», che significa? <br />Sul retro di copertina è stampata una frase: Il manuale di istruzioni che avrebbero dovuto consegnarti il giorno della tua nascita. Credo che questa sia la miglior sintesi. Passiamo più tempo a leggere libretti di istruzioni del forno a microonde o del nuovo cellulare che a capire come siamo fatti e come possiamo stare meglio con gli altri. <br />Nel suo libro parla di emozioni. Come governarle e renderle «utili» nel mondo del lavoro? <br />Di solito la gente pensa che il mondo del lavoro sia il mondo della razionalità. Pura follia. Oltre il 90% delle scelte di una persona parte dall'emisfero destro del cervello, cioè l'emisfero emotivo. I grandi leader sanno dosare sapientemente creatività e razionalità e sanno motivare gli uomini cambiando loro la "mappa" del mondo. <br />Marco Ballico<br /><br />]]></content>
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  2454. <title><![CDATA[Il bisogno di cui non abbiamo bisogno]]></title>
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  2460. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=201"><![CDATA[Mi sono imbattuto qualche giorno fa nella voce di Fiorello, che per Sky magnificava i canali 3D e il fatto che entro l\x92anno ci saranno non ricordo più quanti nuovi canali in 3D. (Chissà perché il marketing deve sempre usare la parola \x93nuovo\x94, nel comunicare l\x92offerta. Ciò che solo ieri era il massimo oggi è totalmente out.)<br /><br />Allora mi è venuta in mente mia figlia che vorrebbe che io comprassi uno smartphone \x93o almeno un telefono col touchscreen\x94. Ma io sto benissimo col mio telefono da 49 euro, non ho bisogno di più. (Anzi, mi spiace tantissimo che il telefono precedente, dopo otto anni di onorato servizio, sia stato giocoforza messo fuori uso dal tempo che passa.)<br /><br />Non ho bisogno di un telefono nuovo. Non ho bisogno di un\x92auto nuova. Non ho bisogno di un televisore 3D. Non voglio lavorare di più per avere il denaro necessario per comprare degli oggetti di cui non ho bisogno. Signori del marketing: domando la vostra comprensione, ho altre priorità.<br /><br />Mi pare di essere come quell\x92\x94ectoplasma d\x92uno scampato\x94 di montaliana memoria; con la differenza (non da poco) che mi sento felice. (Anche senza smartphone.)<br /><br />Adoro il marketing, ma non piace quella parte di marketing che vuole farmi possedere oggetti di cui non ho alcun bisogno.<br /><br />Si tratta di decidere dove vogliamo dirigere le nostre vite. Per dirla con Paolo Inghilleri (La \x93buona vita\x94. Per l\x92uso creativo degli oggetti nella società dell\x92abbondanza), si tratta di andare verso il materialismo dotato di senso, o materialismo strumentale (ovvero adoperare gli oggetti come strumenti per la nostra felicità), e di allontanarsi dal materialismo terminale (che si ha quando gli oggetti esauriscono la loro funzione in termini di puro possesso):<br /><br />Il materialismo terminale è connesso a una modalità di consumo degli oggetti basata unicamente sulla necessità di possedere un numero sempre maggiore di cose, di avere, e quindi di controllare, simboli di status e, in ultima istanza, di consumare più energia ambientale, fisica ma anche psicologica.<br />Nel caso del materialismo terminale, ad esempio, compriamo abiti, oggetti di arredamento, elettrodomestici, telefonini, automobili, non in base a reali necessità o a un effettivo piacere nel loro uso, ma unicamente per il fine ultimo di comperare, possedere e mostrare agli altri questo nostro possesso.<br /><br />E \x96 chiaramente \x96 il materialismo terminale drena per forza molte tra le nostre energie, con ciò sottraendole di fatto ad altri ambiti significativi dell\x92esistenza come le relazioni personali, la solidarietà, l\x92arte, la natura e così via.<br /><br />Io per me voglio significato e non cose. Signori del marketing, signor Fiorello, invoco di nuovo la vostra comprensione e mi tengo il mio televisore del 1998.<br /><br />Gianni Davico <a href="http://giannidavico.it/brainfood/2011/04/04/il-bisogno-di-cui-non-abbiamo-bisogno/" target="_blank">http://giannidavico.it/brainfood/2011/04/04/il-bisogno-di-cui-non-abbiamo-bisogno/</a> ]]></content>
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  2468. <title><![CDATA[Milton e l'aquila]]></title>
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  2474. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=200"><![CDATA[\x93Un soldato camminava nella città semidistrutta dai bombardamenti, ovunque macerie, distruzione, morte\x85<br /><br />continuando a camminare attraversa i resti di quello che una volta, prima della guerra, prima della distruzione, prima della follia umana, era uno Zoo.<br /><br />Un bellissimo giardino zoologico ricco di animali rari, esotici, stupendi.<br /><br />Il soldato continua a camminare: recinti distrutti, gabbie in pezzi\x85 gli animali sopravvissuti erano fuggiti, i meno fortunati giacevano esanimi in balia del tempo.<br /> <br />Ad un tratto il soldato si accorge di essere entrato in quella che era la riserva delle aquile: una grandissima voliera alta decine di metri\x85 il soldato triste e confuso da tutta quella distruzione, si concede un momento per alzare lo sguardo verso la sommità della voliera: era aperta, la rete che la chiudeva era stata spazzata via.<br /><br />Il soldato continua a guardare in alto, verso il cielo che si staglia sopra la grande voliera, non curante dei possibili nemici che si nascondono tra le macerie e con grande sorpresa scorge un\x92aquila. Una delle aquile della voliera era sopravvissuta e volteggiava, volteggiava proprio lungo il bordo interno della voliera, all\x92altezza dove una volta c\x92era la rete di copertura.<br /><br />Ormai abituata a quell\x92altezza, la massima altezza che poteva raggiungere nella voliera, volteggiava ignara della possibilità di libertà che ora aveva\x85 abituata a quell\x92altezza\x85 abituata a quell\x92agire.\x94<br /><br />\x93La mia Voce ti accompagnerà\x94 Milton H. Erikson<br /><br />Le nostre abitudini sono i nostri maggiori limiti. Impariamo a superarli, impariamo a guardare le possibilità che ogni giorno ci vengono date, impariamo a vedere le possibilità nascoste anche nei momenti più bui della nostra vita.<br /><br /><br />]]></content>
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  2479. <name>Claudio Maffei</name>
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  2482. <title><![CDATA[Auguri a tutti i papà del mondo!]]></title>
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  2488. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=199"><![CDATA[Non dimenticare mai che l\x92amore che provo per te è come il vento: non potrai mai vederlo, ma potrai sempre sentirlo\x85 Ovunque sarai.<br />Il segreto di un\x92esistenza felice e realizzata dipenda dalla direzione che si sceglie.<br />E la chiave, figlio mio, è imboccare la tua strada, nessun\x92altra, solo quella che ti detta direttamente il cuore.<br />Ascolta sempre la voce del cuore, Daniel: sarà lui a dirti chi sei.<br />La vita è breve\x85 Perdona in fretta, bacia lentamente, ama davvero, ridi sempre di gusto\x85 E non pentirti mai di qualsiasi cosa ti abbia fatto sorridere, oppure piangere.<br />Se cadi, rialzati, affronta le avversità e trova sempre il coraggio di proseguire. Fai della tua esistenza qualcosa di spettacolare.<br />La sola battaglia che non puoi vincere è quella che non vuoi combattere.<br />Se ti fidi dei tuoi istinti e accetti la vita così com\x92è, un giorno sarai in grado di trovare la pace non solo nei momenti più felici, ma anche nelle occasioni in cui il gioco si fa duro. Perché il segreto è semplice: è tutto nella nostra testa, la realtà è una condizione mentale, null\x92altro.<br />Abbandona il tuo guscio di certezze, esci dal coro: parti, va\x92 lontano. Abbatti tutte le pareti che hai innalzato intorno a te. Sii libero, lascia che il tuo spirito voli verso il tuo destino.<br />Posso confidarti un segreto? Non importa quanti anni vivrai, ma come li vivrai. Dai valore al tuo tempo. Se in futuro, per esempio, ti troverai a percorrere giorno dopo giorno il tragitto casa-ufficio al volante di un\x92auto, con gli occhi incollati sulla distesa d\x92asfalto di fronte a te, trova ogni tanto il coraggio di spezzare la routine e ritagliati un istante per goderti le piccole meraviglie della Natura: soffermati ad ammirare un tramonto, stupisciti davanti al volo di un colibrì\x85<br />Vivere in pace, figlio mio, è rispettare le opinioni altrui e dare molto, molto di più di quanto si prende.<br />Puoi sentirti vecchio pur essendo soltanto un ragazzino se non vivi un giorno per volta, se smetti di sognare, se vendi il tuo spirito in cambio del conforto della sicurezza.<br />Un\x92ultima cosa prima di concludere questa lettera: cerca sempre di scoprire il mondo con i tuoi occhi, e non attraverso quelli degli altri. Solo così potrai trovare la verità.<br />Le uniche cose che ti appartengono davvero sono i tuoi sogni e la libera volontà di vivere la vita nel modo in cui desideri farlo. Tutto il resto lo prendiamo soltanto in prestito. <br />Sergio Bambarén, da Lettera a mio figlio sulla felicità<br />]]></content>
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  2496. <title><![CDATA[Quanto è bella e grandiosa la felicità]]></title>
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  2502. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=198"><![CDATA[Crescendo impari che la felicità non e' quella delle grandi cose. Non e' quella che si insegue a vent'anni, quando, come gladiatori si combatte il mondo per uscirne vittoriosi.<br />La felicità non e' quella che affannosamente si insegue credendo che l'amore sia tutto o niente; non e' quella delle emozioni forti che fanno il "botto" e che esplodono fuori con tuoni spettacolari.<br />La felicità non e' quella di grattacieli da scalare, di sfide da vincere mettendosi continuamente alla prova.<br />Crescendo impari che la felicità e' fatta di cose piccole ma preziose.<br />E impari che il profumo del caffe' al mattino e' un piccolo rituale di felicità, che bastano le note di una canzone, le sensazioni di un libro dai colori che scaldano il cuore, che bastano gli aromi di una cucina, la poesia dei pittori della felicità, che basta il muso del tuo gatto o del tuo cane per sentire una felicità lieve. E impari che la felicità e' fatta di emozioni in punta di piedi, di piccole esplosioni che in sordina allargano il cuore, che le stelle ti possono commuovere e il sole far brillare gli occhi, e impari che un campo di girasoli sa illuminarti il volto, che il profumo della primavera ti sveglia dall'inverno, e che sederti a leggere all'ombra di un albero rilassa e libera i pensieri.<br />E impari che l'amore e' fatto di sensazioni delicate, di piccole scintille allo stomaco, di presenze vicine anche se lontane, e impari che il tempo si dilata e che quei 5 minuti sono preziosi e lunghi più di tante ore, e impari che basta chiudere gli occhi, accendere i sensi, sfornellare in cucina, leggere una poesia, scrivere su un libro o guardare una foto per annullare il tempo e le distanze ed essere con chi ami.<br />E impari che sentire una voce al telefono, ricevere un messaggio inaspettato, sono piccoli attimi felici.<br />E impari ad avere, nel cassetto e nel cuore, sogni piccoli ma preziosi.<br />E impari che tenere in braccio un bimbo e' una deliziosa felicità.<br />E impari che i regali più grandi sono quelli che parlano delle persone che ami.<br />E impari che c'e' felicità anche in quella urgenza di scrivere su un foglio i tuoi pensieri, che c'e' qualcosa di amaramente felice anche nella malinconia.<br />E impari che nonostante le tue difese, nonostante il tuo volere o il tuo destino, in ogni gabbiano che vola c'e' nel cuore un piccolo-grande Jonathan Livingston.<br />E impari quanto sia bella e grandiosa la semplicità. <br />Fabio Volo]]></content>
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  2510. <title><![CDATA[Non è nostalgia ma consapevolezza dei cambiamenti!]]></title>
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  2516. <content type="text/html" mode="escaped" xml:base="http://www.relazionivirtuose.it/ita/blog/blog_comment.asp?bi=197"><![CDATA[-     Noi, che le nostre mamme mica ci hanno visti con l'ecografia.<br />-     Noi, che a scuola ci andavamo da soli e da soli tornavamo.<br />-     Noi, che la scuola durava fino alla mezza e poi andavamo a casa per il<br />pranzo con tutta la famiglia (si, anche con papà).<br />-     Noi, che eravamo tutti buoni compagni di classe, ma se c'era <br />qualche bullo, ci pensava il maestro a sistemarlo sul serio.<br />-     Noi, che se a scuola la maestra ti dava un ceffone, mamma a <br />casa te ne dava 2.<br />-     Noi, che se a scuola la maestra ti metteva una nota sul <br />diario, a casa erano